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13/09/2024
Medio Oriente e Nord Africa

L’impasse Iran e il regime change

di Stefano Baruzzo

L’attualità incalza con la possibile escalation del conflitto mediorientale, nell’attesa di una risposta iraniana all’uccisione a Teheran del capo di Hamas, Ismail Hanyeh, e in previsione delle successive risposte israeliane e americane. Uno sguardo al quadro interno iraniano suggerisce piuttosto il proseguimento di un conflitto di logoramento.

L’attualità incalza con la possibile escalation del conflitto mediorientale, nell’attesa di una risposta iraniana all’uccisione a Teheran del capo di Hamas, Ismail Hanyeh, e in previsione delle successive risposte israeliane e americane. Uno sguardo al quadro interno iraniano suggerisce piuttosto il proseguimento di un conflitto di logoramento.

Un paese con molte faglie

L’Iran non è il paese monolitico della percezione occidentale, con un regime dominato da una indiscussa guida teocratica che assicura l’unità in nome dell’ideologia khomeinista che si è imposta nella rivoluzione del 1979. Il clero sciita duodecimano, dominante in Iran, non è concorde su un suo impegno diretto nella gestione del potere politico. La sua tradizionale visione quietista, che esclude tale impegno, non è affatto superata. L’influenza clericale non assicura nel paese un’indiscussa legittimazione al regime ierocratico khomeinista. Alla morte di Khomeini nel 1989, la successione di Khamenei si accompagnò a un ridimensionamento del ruolo della Guida Suprema, seguito alla crescita dell’élite militare uscita dalla lunga guerra con l’Iraq, ma assecondato anche dalle dispute teologiche interne al clero. Il regime si è avviato verso un’autocrazia militare, che individua nella rivoluzione khomeinista del 1979 più una legittimazione ideologica che un rigido modello istituzionale. 

Il pilastro del regime è l’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), noto anche come Sepâh (i Guardiani della Rivoluzione, noti come pasdaran), una forza armata divenuta un complesso militare-industriale che controlla ampi settori dell’economia civile e la milizia ausiliaria dei basiji. Sul piano ideologico, il Sepâh ha impregnato l’ideologia del regime di un nazionalismo imperiale che ha accresciuto l’isolamento internazionale del paese e ha favorito nella regione mediorientale un’alleanza de facto anti-iraniana dei paesi sunniti del Golfo con Israele. Tuttavia, le forze iraniane sono attraversate da rivalità: l’esercito regolare (Artesh), anch’esso con i suoi apparati e interessi economici, mal tollera l’egemonia dei pasdaran nella ripartizione delle risorse e del potere. 

L’accantonamento di esponenti pragmatici e riformisti ha diviso trasversalmente il ceto dirigente tra i conservatori tradizionalisti (noti come “principialisti”), esponenti e seguaci della generazione rivoluzionaria, più prudenti in politica estera, e i conservatori radicali, forti nel Sepâh, specie tra i basiji, in gran parte di seconda generazione, la cui legittimazione ideologica imperiale spinge ad atteggiamenti più assertivi, tradotti negli impegni militari nella regione mediorientale. Apparati e correnti politiche del regime devono fronteggiare l’estraneità della terza generazione, i giovani nati e cresciuti sotto il regime della rivoluzione khomeinista (gli under 35 sono la metà della popolazione). Una generazione non ancora schierata ed estranea, se non ostile, al regime teocratico-militare, interconnessa con l’estero, portatrice di istanze democratiche e liberalizzatrici sconfinate più volte nelle piazze. La delegittimazione progressiva del regime è misurata dalla bassa partecipazione alle tornate elettorali, ormai sotto il 40%, soprattutto nelle aree urbane (nella capitale ha votato un cittadino su quattro), dove si unisce a tensioni sociali, come il malcontento del ceto medio e del commercio, che subisce l’invadenza dei basiji, favoriti dalla loro influenza politica.

L’Iran è attraversato inoltre da tensioni etniche degenerate in scontri aperti, come quelle recenti in Belucistan, regione sunnita confinante con il Pakistan. Le tensioni hanno rischiato di aprire un altro fronte bellico, con gli scambi di raid aerei tra i due paesi a inizio anno. Nel Nord la minoranza azera, la più numerosa del paese, è da tempo una spina minacciosa per il governo centrale di Teheran.

Queste tensioni sociali, etniche, generazionali, hanno mostrato la disponibilità della popolazione iraniana alla mobilitazione diretta, che al momento non ha trovato élite capaci di organizzarla e guidarla. Né la natura autocratica del regime offre sbocchi di rappresentatività ed espressione in cui incanalare la conflittualità. Finora il regime ha tenuto con un mix di repressione, gestione consociativa del potere e misure di assistenza sociale, offerte dalla rete del welfare in mano ai basiji e alle fondazioni assistenziali (bonyad), molte di stampo religioso. 

Un’economia al punto di non ritorno?

Tuttavia, le difficoltà economiche, assecondate dalle sanzioni internazionali, non garantiscono risorse indefinite al welfare iraniano. Le entrate nell’ultimo anno fiscale non hanno raggiunto i livelli pianificati, penalizzate dagli introiti degli idrocarburi, che a causa delle restrizioni delle sanzioni sono acquistati in massima parte dalla Cina, la cui economia è in rallentamento. L’inflazione ha raggiunto il 41,5% nel 2023, alcuni beni alimentari sono cresciuti di oltre il 90%. L’inflazione erode un PIL che nel 2023 ha registrato un aumento del 4,7%, già ridimensionato al 3,3% per il 2024 dalle previsioni del FMI. I ceti borghesi stanno abbandonando il riyal, in costante deprezzamento, verso beni rifugio e valute estere. Il rapporto della Banca Mondiale sulla povertà in Iran ha registrato un’estensione della povertà nel periodo 2011-2020, sullo sfondo di una crescita modesta e volatile, che non ha premiato le famiglie con bassi livelli di consumo, aumentando le disuguaglianze sociali.

Il malcontento popolare in un’economia che alcuni osservatori giudicano al punto di «non ritorno», può saldare le varie tensioni del paese. In Belucistan, la protesta della minoranza etnica ha trovato la voce di esponenti religiosi sunniti come Molavi Abdul Hamid e ha investito la gestione economico-sociale della provincia, la più povera dell’Iran, governata da un generale dei pasdaran. Le difficoltà economiche indirizzano la contestazione verso il complesso economico-militare del Sepâh. Gli impegni militari all’estero drenano risorse all’economia nazionale. La politica imperiale non sembra avere il consenso interno. Sintomatica la crescita nell’opinione pubblica iraniana della simpatia per Israele.

Questo sommario excursus raffigura l’Iran che subisce i colpi di Israele che sfidano il suo regime. I rischi di escalation vanno collocati anche nella valutazione delle loro ricadute sulla realtà interna iraniana. 

Una tigre di carta?

L’uccisione di Ismail Hanyeh a Teheran, presumibilmente un’operazione israeliana, ha posto il regime iraniano in un’impasse di difficile uscita. Ha sfidato la credibilità delle ambizioni egemoniche regionali del regime, che deve dimostrare di non essere una tigre di carta. Inoltre, mina la sua credibilità presso gli alleati nella regione (Hezbollah, Huthi, milizie sciite in Iraq e Siria), indotti a ridimensionare la loro aggressività dalla consapevolezza di non essere affiancati oltre una certa misura dall’alleato. Infine, ha evidenziato che il regime è vulnerabile e non ha il pieno controllo della situazione, rilanciando i sospetti di infiltrazioni israeliane nel paese, persino negli apparati di sicurezza. 

L’inazione o risposte a effetto “limitato” (attacchi informatici, attacchi limitati degli alleati locali Hezbollah e Huthi) rischiano il discredito del regime e lo svilimento del suo potere di deterrenza. Risposte “forti” (un attacco massivo come quello di aprile, incursioni degli alleati in Israele, azioni coperte contro obiettivi israeliani all’estero) rischiano uno scontro diretto non solo con Israele, ma con gli Stati Uniti. L’Iran non è in grado di sostenere un tale scontro. Né l’avvicinamento a Russia e Cina garantisce ciò che gli Usa garantiscono a Israele. Le risposte americane, forse anche solo israeliane, possono essere tali da mettere in ginocchio l’economia iraniana, già in gravi difficoltà, oltre alle infrastrutture militari (incluse quelle connesse al programma nucleare) e quelle informatiche. Il paese tornerebbe indietro di vent’anni e la rivolta popolare sarebbe più di un’ipotesi. L’Iran è costretto a rispondere, ma ha poche opzioni prive di rischio di escalation, che il regime non vuole perché è consapevole che gli sarebbe fatale. In breve, nello scontro Israele rischia seri danni a persone e infrastrutture, il regime iraniano rischia la sopravvivenza

L’uccisione di un capo o la distruzione di un obiettivo non danno la vittoria a chi le compie, ma possono essere un trauma per chi le subisce. Sia l’impasse, sia una risposta debole, sia un’escalation con danni gravi al Paese, potrebbero incoraggiare la mobilitazione delle opposizioni interne, motivata da malcontento popolare e da tensioni sociali ed etniche, di fronte alla debolezza del regime, alle sue sconfitte-umiliazioni o ai gravi danni di un conflitto che l’opinione pubblica iraniana non sembra né volere né comprendere. L’indecisione e il rinvio della risposta lascia sospettare un’irrisolta divisione interna tra i radicali aggrappati alla difesa a oltranza del regime e settori non disposti a rischiare le proprie posizioni di potere con avventure internazionali. Se la sconfitta in una guerra “totale” rischia il crollo del regime, anche una serie di mini-sconfitte, come le uccisioni e gli attacchi mirati strategicamente significativi, più che trascinare l’Iran in una guerra più ampia, acuiscono le spaccature interne. 

Containment e regime change

Le divisioni di un blocco di potere sono sempre pronte a diventare fratture, quando le tensioni interne diventano ingovernabili. Esse aprono il momento dei “gattopardi”, pronti a riposizionarsi di fronte a una crisi suscettibile di portare al crollo del regime e quindi delle loro posizioni di potere. Con l’opposizione della diaspora molto divisa e la dissidenza interna ancora priva di una guida riconosciuta il regime change per linee interne diviene la via più probabile

L’uccisione di Hanyeh è solo l’ultimo di una sequela di attacchi mirati di Israele. Questi attacchi accelerano il confronto interno al regime iraniano e lo pongono di fronte a scelte che, quali che siano, mettono a repentaglio la sua stabilità. Non sappiamo se questa sia una strategia deliberata israelo-americana. In ogni caso, le azioni mirate di Israele alimentano le contraddizioni del regime e ne logorano credibilità e deterrenza all’estero e solidità e deterrenza all’interno. L’Iran non ha la stessa capacità di condizionamento verso Israele, né militare né politica. Comunque il regime iraniano scelga di reagire, anche in tempi non necessariamente immediati, il rischio è una spirale di reazioni impotenti verso una sua caduta più per implosione che nell’improbabile suicidio in un conflitto aperto destinato alla disfatta.

Una strategia di containment e logoramento somiglia molto al proseguimento della politica di “massima pressione” sull’Iran. Essa richiede tuttavia almeno il medio periodo. Questo significa che la risposta iraniana all’uccisione di Hanyeh e le eventuali contro-risposte israeliane (e americane), se da una parte tenteranno di rimanere sotto la soglia dell’escalation della guerra “totale”, dall’altra lasceranno aperto un conflitto di logoramento per un tempo ancora indefinibile, che resterà scandito, non va trascurato, dal programma nucleare iraniano.

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