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NotizieL'impegno in politica estera di Aldo Moro

L’impegno in politica estera di Aldo Moro

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Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Aldo Moro, occorre notare come la sua figura umana, di docente universitario e politica, nell’immaginario collettivo sia troppo spesso oscurata dai tragici eventi che vanno dal suo rapimento al ritrovamento in via Caetani. Questi fatti, d’altronde, hanno scolpito nella mente di ognuno di noi il nome di Moro associandolo con quello che fu uno dei momenti più bui della storia repubblicana.

Aldo Moro era un uomo di grandi qualità umane ed intellettuali, al quale tutti hanno sempre riconosciuto un profondo senso dello Stato e delle istituzioni e, soprattutto, un grande equilibrio nel gestire le vicende politiche che gli si presentavano nei vari ruoli che ricopriva: da giovane membro della Costituente, a Segretario e Presidente della Democrazia Cristiana, a Ministro della Pubblica Istruzione, di Grazia e Giustizia e degli Affari Esteri, fino alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Era professore di diritto all’università, professione che seguiva con grande impegno, nonostante l’attività politica lo avesse assorbito sin dalla giovane età. Fu eletto per la prima volta all’Assemblea Costituente e poi Deputato nel 1948 nel primo Parlamento repubblicano della storia d’Italia, anno in cui assunse anche l’incarico di Sottosegretario agli Affari Esteri. Attività di politica estera che proseguì anche negli anni successivi, culminando nell’assunzione del ruolo di ministro degli Esteri (1969-1972, 1973-1974).

Durante i suoi mandati si occupò in particolare di Europa, di relazioni atlantiche e di Mediterraneo. A tal proposito, è rimasta celebre la sua frase che recita: «nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa ed essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo». Questo pensiero rappresenta una sintesi della sua convinzione relativa alla dimensione mediterranea dell’Europa (ed in particolare del nostro paese), che egli vede necessariamente «immersa nel Mediterraneo». Lo scenario mediterraneo di quegli anni aveva conosciuto forti cambiamenti, dettati dall’evoluzione socio-politica di tanti paesi passati dallo status di colonie a Stati liberi e sovrani. Aldo Moro già negli anni Cinquanta aveva compreso tali cambiamenti che stavano accompagnando molti paesi, sulla scia del nazionalismo panarabo, lungo un tortuoso cammino verso l’indipendenza, l’autoaffermazione e la pari dignità con le altre nazioni. Molti dei quali avevano anche preso coscienza del proprio ruolo internazionale, rafforzato dal controllo di risorse strategiche per le società occidentali come gli idrocarburi.

Gli anni in cui Moro svolse la sua attività politica furono segnati da profondi cambiamenti sociali, politici, economici e culturali anche nella sponda nord del Mediterraneo, la quale dopo essere stata teatro di due guerre mondiali, si incamminava verso la nascita dei primi embrioni istituzionali di quella che sarebbe diventata l’Unione Europea negli anni Novanta. Moro in quel periodo avviò un nuovo modo di fare politica sia interna che estera, che guardava oltre gli “steccati” e l’interesse specifico degli Stati sovrani. Una politica ispirata forse dal suo essere cattolico e democratico e che guardava alla gente, alla volontà popolare, ai diritti umani ed alle libertà dell’individuo in quanto tale. Un’altra sua frase sintetizza bene anche questo pensiero: «la persona di prima di tutto».

Erano dossier difficili quelli di cui Moro si occupava, sul suo tavolo di Ministro degli Esteri c’erano numerosi casi importanti a partire da quello sulla Libia, paese nel quale il giovane colonnello Muammar Gheddafi, ispirato dalla rivoluzione di Nasser in Egitto aveva preso il potere spodestando il vecchio Re Idris.

Era anche la fase delle grandi proteste in tutta Europa: studenti, donne e operai rivendicavano nuovi diritti, erano gli anni della guerra in Vietnam, dell’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica, della Guerra dello Yom Kippur in Israele, della crisi petrolifera. Era, inoltre, una delle fasi più critiche della Guerra Fredda, contraddistinta dalla scelta del presidente americano Richard Nixon di porre fine al Gold Standard e – su spinta del suo più stretto collaboratore Henry Kissinger – da quella dell’apertura tattica verso la Cina di Mao in chiave antisovietica (grazie alla quale la Repubblica Popolare Cinese occupò il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU).

È da presidente del Consiglio (1974-1976), tuttavia, che Moro ebbe il suo momento più alto in politica estera. Nel 1975 riportò il successo della Conferenza di Helsinki, durante la quale svolse un’opera importante per la pace e la cooperazione tra i popoli. Sempre nello stesso anno, firmò il Trattato di Osimo grazie al quale si metteva fine all’annosa questione dei rapporti con la Jugoslavia di Tito.

Moro seppe, quindi, gestire alcuni tra i più importanti temi dell’agenda politica italiana con grande abilità e senso dello Stato, non a caso è considerato uno dei più grandi protagonisti del novecento italiano. Le sue qualità sarebbero importanti in un’epoca come quella attuale, nella quale avremmo bisogno di personaggi dotati non solo della sua capacità di interpretare e gestire gli eventi, ma anche della sua stessa lungimiranza politica.

Pietro Stilo,
Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

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