Sulla testata d’ispirazione realista-conservatrice statunitense, “The National Interest”, Dianne Pfundstein Chamberlain ha scritto che i bombardamenti condotti da Stati Uniti e Regno Unito nello Yemen settentrionale, nelle aree controllate dalle milizie Houthi, che hanno per obiettivo contro le postazioni di lancio e stoccaggio di missili e droni, non hanno una reale efficacia politica.
Infatti, se i raid angloamericani hanno danneggiato il potenziale militare della milizia yemenita, non potranno fermare, come gli episodi degli ultimi giorni stanno confermando, gli attacchi contro le navi mercantili lungo il chokepoint di Bab el-Mandeb.
Gli Houthi continuano ad attaccare le navi cargo in navigazione lungo la rotta di Suez e Bab el-Mandeb si è trasformato in un pericoloso “imbuto”, da cui le compagnie di navigazione stanno fuggendo, optando per la rotta del Capo e causando perdite milionarie al commercio mediterraneo.
Per la Chamberlain, l’inefficacia politica prima ancora che militare dei bombardamenti condotti dagli Stati Uniti è legata alla scelta sull’utilizzo della forza low cost da parte di Washington. I tratti distintivi di questa scelta “a risparmio” sulla propria capacità di intervento e proiezione ha alcuni tratti distintivi che includono la dipendenza dalle capacità di attacco dagli aerei senza pilota (UAV), l’uso di un esercito composto da soli volontari, integrato da appaltatori militari privati e il finanziamento delle operazioni attraverso la spesa in deficit.
A creare il problema politico connesso all’utilizzo low cost della forza è la percezione del nemico, in questo caso gli Houthi, secondo cui gli USA possono sì utilizzare la loro forza dirompente in qualunque parte del globo, ma non sarebbero disposti ad “andare oltre” dopo i primi raid. Certi della mancanza di volontà di Washington di intraprendere una guerra su larga scala, che implichi anche interventi via terra o una più strutturata campagna aeronavale, i nemici degli Stati Uniti possono portare avanti i propri programmi.
Condurre azioni militari che non implichino il rischio di escalation, nei fatti, costituisce l’elemento “rinunciatario”, e dunque la chiave della debolezza, della politica estera statunitense anche nei confronti di Stati o attori non statali che abbiano un potenziale militare di gran lunga inferiore a quello di Washington, come nel caso degli Houthi. Tale tipo di postura, anziché rafforzare il peso politico e militare statunitense, alimenta reazioni contrarie da parte dei sostenitori dei propri nemici, basti pensare alle dimostrazioni anti-americane e filo-palestinesi a Sanaa seguite agli attacchi aerei di USAF e RAF.
Inoltre, quando gli è stato chiesto se Biden sia disposto a impiegare truppe di terra contro gli Houthi, il direttore per le comunicazioni strategiche del National Security Council, John Kirby, ha dichiarato che gli USA non sono interessati a condurre una guerra nello Yemen.
Questa discrasia tra forza militare e debolezza politica deriverebbe dalle difficoltà che, ormai, gli Stati Uniti incontrano di fronte all’eventualità di ricoprire il proprio ruolo di garanti del sistema internazionale.

