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06/04/2026
Italia ed Europa

L’UE e la nuova geografia degli accordi di libero scambio

di Giulia Tagliaferri

Prima l’accordo con Mercosur e India, poi con l’Australia. L’Unione Europea cerca di riposizionarsi in un ordine mondiale che cambia rapidamente, e lo fa nell’unico modo che conosce: quello del mercato comune e dell’integrazione economica.

Prima l’accordo con Mercosur e India, poi con l’Australia. L’Unione Europea cerca di riposizionarsi in un ordine mondiale che cambia rapidamente, e lo fa nell’unico modo che conosce: quello del mercato comune e dell’integrazione economica

Se in tempi di crisi non trovate l’Unione Europea, cercatela nei suoi accordi commerciali. È quello che fanno pensare gli ultimi sviluppi delle politiche commerciali europee, che da gennaio 2026 mandano un messaggio chiaro: l’Europa è pronta a riemergere come partner commerciale forte, e chiede a gran voce di essere considerata come tale. 

La globalizzazione cardine del liberalismo, che aveva reso grande l’Europa, è la stessa che poi l’ha tradita: il sistema vulnerabile e frammentato ereditato dalle grandi crisi dei primi vent’anni del ventunesimo secolo ha finito per schiacciare il vecchio continente in un’organizzazione a blocchi di influenza in cui sopravvive solo chi ha energia e terre rare. E al momento, l’UE non ha nessuna delle due. Ma mentre il resto degli attori internazionali si muove verso la chiusura delle frontiere, qui si sceglie la direzione opposta. 

Mercosur 

L’accordo di partenariato con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, firmato il 17 gennaio 2026 e rimbalzato da un canale all’altro di Bruxelles a causa delle proteste degli agricoltori, preoccupati da una possibile insorgenza di materie prime sudamericane a basso costo, è emerso come primo baluardo di una strategia che l’UE cerca di mettere a punto da anni: inserirsi come possibile alternativa alla dipendenza strategica dalla Cina a partire da un accordo con quelli che ad oggi sono i primi e più importanti interlocutori della Repubblica Cinese, ossia i paesi del Mercosur. L’iter dei negoziati tra UE e Mercosur è più complesso del previsto: nonostante un Accordo quadro di riferimento già stabilito nel 1995 e un altro già concluso nel 2019, il più recente partenariato dovrebbe ora entrare in fase di applicazione provvisoria a partire dal 1 maggio 2026, con tutta una serie di reticenze causate da possibile incompatibilità con il diritto primario dell’Unione (che mal digerisce l’idea che un meccanismo di riequilibrio tra le due parti, quale quello previsto per la sezione di “Trade and Sustainable Development” dell’accordo, possa andare ad intaccare l’autonomia giuridica europea). 

Ora, il cuore dell’accordo commerciale vorrebbe una progressiva rimozione delle barriere commerciali, non tariffarie e trattamenti fiscali discriminatori, con una particolare attenzione ai dazi su materie prime e prodotti agricoli, così come nuovi impegni in materia di sostenibilità e cambiamento climatico. Tuttavia, il punto focale è sostanzialmente un altro: come sottolinea il Direttorato generale del Commercio e della sicurezza economica, l’accordo è anche e soprattutto una strategia di approvvigionamento sicuro di materie prime critiche, in cui l’UE rimane non autosufficiente. Il tema è quello della necessità di diversificazione delle catene di approvvigionamento, con un sottotesto chiaro: il monopsonio cinese delle terre rare provoca e spaventa un’Europa che sa di essere in una posizione delicata e tuttavia vuole comunque cercare di rilanciare la propria autorità nel dibattito sulla transizione energetica. Ma è anche un modo per ribadire che il mercato europeo è ancora pieno di opportunità di investimento, e in grado di garantire vantaggi reciproci.

La nuova via della seta che passa per l’India

Sulla stessa falsariga si muove anche l’accordo di libero scambio con l’India, concluso anch’esso nella seconda metà di gennaio 2026 e presentato come traguardo senza precedenti nella storia dei rapporti con il paese del Sud-est asiatico. Un free trade agreement che punta a coinvolgere 2 miliardi di persone e ridurre tariffe sul 96,6% delle esportazioni europee in India, e che effettivamente si posiziona come traguardo non indifferente a fronte di un mercato, quello indiano, tradizionalmente piuttosto chiuso. Mercato che tuttavia sceglie ora di aprirsi sul fronte dei servizi, in particolar modo quelli finanziari, diventando anche nodo cruciale per il trasporto marittimo. Nel comunicato stampa ufficiale della Commissione Europea si legge: “Questa è l’apertura commerciale più ambiziosa che l’India abbia mai concesso a un partner commerciale. Conferirà un significativo vantaggio competitivo ai principali settori industriali e agroalimentari dell’UE, garantendo alle imprese un accesso privilegiato al paese più popoloso del mondo, con 1,45 miliardi di persone, e alla grande economia in più rapida crescita, con un PIL annuo di 3 400 miliardi di euro”. Insomma, il punto focale sembra abbastanza chiaro: nella definizione di una trama economica e conseguentemente di un’architettura geopolitica nuove, l’India, simile alla Cina per PIL e popolazione, diventa agli occhi dell’Unione Europea un partner forte e quindi un nodo strategico di influenza nel cuore del continente asiatico, e particolarmente nell’area dell’Indo-Pacifico.

Fronte Oceania

Non c’è due senza tre, dicono: l’Unione Europea chiude questa stagione proficua di relazioni commerciali il 24 marzo, con l’annuncio di un accordo commerciale, a lungo atteso, con l’Australia, che punta a far crescere le esportazioni europee in Oceania del 33%. Un punto interessante in cui l’accordo risulta vicino a quello con l’India è l’attenzione agli scambi di servizi, in primis finanziari e relativi al trasporto marittimo. La scelta di questi aspetti non è casuale: gran parte della competizione economica di questo secolo si gioca sul presidio delle rotte commerciali, in primis via mare, e guadagnare nodi logistici comporta una sicurezza ulteriore per il libero scambio (e per il rafforzamento di quel ruolo di regolare globale che sembra star sfuggendo di mano all’UE). Assicurare flussi di beni e servizi è quindi quello che preme a Bruxelles al momento, e questa consapevolezza ci permette di tracciare un’ulteriore linea di trama in questa recente evoluzione. 

Un altro punto da sottolineare: anche nell’accordo australiano torna il tema della diversificazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche, confermando la possibilità di nuove opportunità di investimento nel paese e soprattutto la tesi di cui sopra: come per il Mercosur, anche in questo nuovo rapporto l’Europa cerca di conquistare il ruolo di importatore alternativo rispetto alla Cina.

È significativo che non si tratti, tuttavia, di una relazione squisitamente economica, ma che nasca anche e soprattutto a partire dalla definizione di un partenariato in materia di sicurezza e difesa, incentrato sui temi della gestione strategica delle crisi, minacce ibride e cybersicurezza, volto a facilitare la coordinazione regionale e multilaterale tra i due blocchi nel contenimento di minacce ibride e manipolazioni informative, con una rinnovata e significativa attenzione alla sicurezza spaziale e soprattutto marittima (e ancora una volta, non casualmente, l’attenzione europea è all’area dell’Indo-Pacifico, che viene esplicitamente menzionata nel comunicato stampa sull’accordo). 

È un momento di grosso fervore economico, e come tale va celebrato (i canali mediatici della Commissione Europea lo fanno a gran voce, parlando addirittura di “settimana eccezionale per l’agenda del commercio UE”), ma il messaggio che manda è chiaro: in tempi difficili l’Unione Europea sceglie ancora una volta di ripartire dalla strada vecchia, l’unica familiare. Commercio come forma di riposizionamento geopolitico, ma anche un eterno rifugio identitario per un Europa che non ricorda più bene chi è e soprattutto non sa cosa diventare, nel mondo che cambia velocemente. Il che naturalmente fa sorgere spontanea la domanda: ha ancora senso cercare di far rivivere l’integrazione economica, in un momento storico in cui il protezionismo e la minaccia di barriere tariffarie sigillano l’incertezza di un ordine mondiale che collassa e che fa spazio a equilibri nuovi? La risposta ce la darà il tempo, ma la strategia per ora è chiara: dove l’autosufficienza energetica e di materie prime è ancora lontanissima, l’UE si muove sulle uniche vie che ricorda ancora, quelle che hanno segnato la sua nascita e, seppur per relativamente poco tempo, la sua fortuna. L’espansione è possibile, e la chiusura è da evitare. Scommessa difficile? Chiaramente, in un momento in cui vecchi scenari muoiono e nuovi nascono con una frenesia che rende difficile anche solo prevederli. Ma la stabilità economica è l’unica lingua che l’Unione Europea sa parlare, e come tale il tavolo delle trattative resterà aperto. Alle questioni di rilevanza politica, poi, penserà qualcun altro.   

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