Madrid si muove a passo cauto nella nuova architettura della difesa europea, mirando al 2% del PIL entro il 2029. Una scelta che la distingue da altri partner UE ancora sotto della soglia, ma che appare poco ambiziosa rispetto agli obiettivi indicati da Rutte e solleva interrogativi sulla sostenibilità politica e strategica.
Secondo il 2025 Military Strength Ranking del Global Firepower, il paese si posiziona al diciassettesimo posto tra le potenze militari globali (rispetto al ventesimo del 2024), con un punteggio complessivo PwrIndx di 0,3242 (secondo questa classificazione, un punteggio di 0,0000 è considerato “perfetto”). Madrid dispone di una forza aerea e militare superiore ai 100 punti su 120 in termini di capacità, e punteggi solidi anche per la forza terrestre (87), navale (85.2) e finanziaria (98.3). Questi dati indicano che, sebbene la spesa per la difesa sia ancora contenuta, le capacità operative spagnole sono “significative”. Tuttavia, secondo il Defence data Portal, nel 2023 la Spagna ha destinato appena l’1,28% del proprio PIL alla difesa (circa 17,4 miliardi di euro), ben al di sotto dell’obiettivo NATO del 2%, con paesi come Belgio, Canada, Croazia, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia che non hanno ancora raggiunto il target prefissato. Dunque, secondo i dati del Defence Data Portal aggiornati al 2023, Madrid si distanzia notevolmente dalle performance di paesi come Polonia (che nel 2023 ha speso il 3,3% del PIL, con previsioni vicine al 5% per il 2025) o l’Estonia (3% al 2023, ma con un impegno dichiarato insieme alla Lituania di raggiungere il 5%). Secondo le stime, la Spagna, pur avendo registrando una crescita economica del 3,2% nel 2024, rimane il paese con la spesa militare più bassa tra quelli che fanno parte sia della NATO che dell’Unione Europea.
L’obiettivo del 2% è formalmente in programma per il 2029, come annunciato dal ministro della Difesa Robles. Il piano prevede un aumento progressivo della spesa: da 21,2 miliardi nel 2025 a 24,7 miliardi nel 2026, fino a 36,5 nel 2029, senza compromettere il sistema di welfare, elemento fortemente difeso dal governo Sánchez. Tuttavia, le pressioni di Rutte, che ha invocato un impegno ben superiore al 3%, rendono il calendario spagnolo difficilmente conciliabile con l’urgenza strategica che oggi anima Bruxelles. La riluttanza spagnola a seguire il ritmo richiesto è anche frutto di una cultura politica storicamente poco militarizzata: un lascito del periodo post-franchista e dell’isolamento geopolitico durante la Guerra Fredda, che continua a influenzare l’opinione pubblica.
Verso una sovranità strategica dell’UE?
L’invasione russa dell’Ucraina e le incertezze sulla tenuta dell’impegno statunitense sotto una possibile nuova presidenza Trump hanno dato slancio all’idea di una difesa comune europea. In questo contesto, la Spagna ha aderito attivamente al dibattito e agli sforzi dell’Unione. Il governo Sánchez ha sostenuto l’iniziativa del Libro Bianco “Europa – Preparati per il 2030” e si è schierato a favore di un rafforzamento dell’industria militare europea. Come dichiarato da Robles, la priorità è ridurre la dipendenza tecnologica e rafforzare l’autonomia strategica del continente. Per Sánchez, è fondamentale puntare sul potenziamento delle capacità tecnologiche di difesa piuttosto che sull’accumulo di armamenti.
La Spagna si è mostrata disponibile a partecipare a progetti multilaterali proposti dall’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), tra cui i sistemi integrati di difesa aerea, la guerra elettronica e le capacità terrestri di nuova generazione. Una cooperazione rafforzata non solo migliora l’interoperabilità, ma consente risparmi e sinergie. Studi dell’Agenzia Europea per la difesa EDA, dimostrano che lo sviluppo congiunto riduce i costi di approvvigionamento e formazione: per una media potenza come la Spagna, questa è una via strategica per accrescere l’efficacia della propria spesa militare senza rinunciare alla sostenibilità.
Guerra in Ucraina: sostegno deciso ma governo diviso
Se sul piano internazionale la Spagna si muove con convinzione, a livello interno la situazione è più complessa. Il governo Sánchez è sostenuto da una coalizione fragile, che include forze di sinistra radicale e partiti regionalisti ostili all’aumento delle spese militari. Podemos, ad esempio, ha apertamente criticato l’adesione alla NATO e ai piani europei, definendoli “genuflessi agli Stati Uniti”. Nella società civile, il sostegno alla difesa è cresciuto soprattutto dopo l’annuncio e l’attuazione dei dazi e delle politiche protezionistiche di Trump. Secondo un sondaggio pubblicato dal Centro de Investigaciones sociológicas (CIS), il 75% degli spagnoli si dichiara favorevole a un deciso incremento delle spese per la difesa. Nel barometro di novembre 2024, solo il 39% sosteneva l’idea che si dovesse spendere “di più e molto di più” per il capitolo sulle forze armate. Sanità e educazione rimangono le priorità percepite. In questo contesto, Sánchez ha cercato di rassicurare il suo elettorato: “Non taglieremo nemmeno un centesimo delle politiche sociali”.
Nonostante queste tensioni, la Spagna ha mostrato un forte sostegno all’Ucraina. Oltre all’accoglienza di oltre 200.000 rifugiati, Madrid ha fornito armi, aiuti e, a febbraio, si è impegnata in un nuovo pacchetto militare da 1 miliardo di euro per il 2025. Questo attivismo ha rafforzato il ruolo diplomatico del paese, garantendogli un posto ai tavoli strategici europei. Tuttavia, come osserva Félix Arteaga del Real Instituto Elcano, il mantenimento di questo profilo dipenderà dalla capacità della Spagna di allinearsi agli standard di spesa dei partner. “La Spagna perderà peso se non sarà solidale con il resto”, ha avvertito il ricercatore.
Albares tra i volenterosi per l’Ucraina: sì agli aiuti ma no al sostegno militare (per ora)
L’idea di costituire la “Coalizione dei Volenterosi”, promossa dal leader britannico Starmer e sostenuta dalla Francia, si è configurata come un’alleanza strategica destinata a rafforzare la sicurezza dell’Ucraina contro l’aggressione russa. Dopo il vertice tra i leader di 33 Paesi convocato da Macron il 17 febbraio, il 10 aprile si terrà un nuovo incontro a Bruxelles per discutere le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. L’obiettivo principale della coalizione è fornire “soluzioni pratiche e politiche per dissuadere una nuova offensiva russa”, con focus sul sostegno continuo alle forze ucraine, la creazione di una forza di rassicurazione e il rafforzamento delle difese europee, grazie a un piano di investimenti che prevede 800 miliardi di euro. Oltre all’invio di truppe, si sta valutando anche la costituzione di scorte di armi comuni a livello europeo. Le posizioni dei Paesi membri variano notevolmente: Gran Bretagna e Francia si sono apertamente schierati per l’invio di soldati, appoggiati da Svezia, Danimarca e Australia, mentre Italia e Grecia hanno sollevato riserve.
Secondo quanto riportato da El País, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha dichiarato che la Spagna sarebbe disposta a inviare truppe in Ucraina, sebbene ritenga che sia ancora prematuro farlo. Tuttavia, ha sottolineato che una simile decisione dipenderebbe dalla presenza di garanzie concrete, in particolare riguardo alla sicurezza e alla stabilità post-bellica. Questa posizione si inserisce all’interno di un pacchetto militare di 1.000 milioni di euro, cifra che corrisponde a quanto già stanziato nel 2024 per il sostegno all’Ucraina. Tuttavia, la Spagna non ha ancora preso una posizione definitiva sull’invio di soldati: il presidente del governo, Pedro Sánchez, ha ribadito che l’invio di truppe avverrà solo dopo aver raggiunto un accordo di pace tra le parti coinvolte nel conflitto. Un elemento interessante è la proposta avanzata da Madrid il 25 marzo, secondo cui parte dei fondi destinati al sostegno all’Ucraina potrebbero provenire da beni russi congelati, come incentivo per accelerare il processo diplomatico. La posizione spagnola appare dunque in linea con quella di altri Paesi che si sono mostrati favorevoli a un impegno continuativo ma che non si sono chiaramente esposti in modo favorevole per l’invio di truppe, ma con la necessità di garanzie politiche e di sicurezza per evitare un ulteriore inasprimento del conflitto. Sánchez, quindi, ha sottolineato che la decisione di inviare truppe dipenderà dall’evoluzione dei negoziati di pace, ma ha anche ribadito che l’obbiettivo della Spagna è continuare a supportare l’Ucraina, sebbene in un quadro che garantisca stabilità a lungo termine. La Spagna, quindi, non è tra i Paesi che si sono espressi chiaramente a favore dell’invio immediato di soldati, ma la sua posizione resta strategica, poiché potrebbe risultare decisiva nel processo di costruzione di un consenso più ampio all’interno della coalizione. Sarà fondamentale capire come gli sviluppi diplomatici influenzeranno il coinvolgimento della Spagna e degli altri membri della coalizione, e se le garanzie richieste da Albares e Sánchez saranno sufficienti per compiere il passo decisivo verso l’invio di truppe.
Madrid come esempio di coerenza strategica?
A differenza dell’Italia, dove la recente approvazione della relazione sulla difesa comune europea ha acuito le fratture politiche interne, la Spagna appare oggi più coerente nella definizione di una strategia di lungo termine rispetto alla riluttanza ed indecisione iniziale. Secondo i dati del Defence Data Portal, Roma ha speso nel 2023 poco più dell’1,5% del PIL in difesa (circa 31,3 miliardi), ma per raggiungere il 2% dovrebbe aumentare la spesa di altri 11 miliardi, e addirittura 30 miliardi in più per arrivare al 3% auspicato da Rutte. Il governo italiano si trova davanti a un bivio drammatico: aumentare il debito pubblico o sacrificare spese fondamentali come pensioni e sanità.Sebbene la Spagna abbia dichiarato di raggiungere i parametri richiesti nel 2029 o prima, il suo approccio lento ma strutturato la colloca tra i paesi che hanno almeno tracciato una rotta chiara. La sua visione, pur critica rispetto alle pressioni atlantiche e attenta al consenso interno, si inserisce in un quadro di maggiore “realismo strategico”. Madrid sembra voler costruire la propria leadership europea non con annunci muscolari, ma con progressi misurati e graduali. Potrebbe l’Europa della difesa, oggi alla ricerca di un equilibrio tra efficienza e sovranità, trovare nella Spagna un laboratorio di convergenza tra sicurezza e sostenibilità?

