Abbiamo parlato di questi temi con l’Ammiraglio di Squadra (ris.) Giorgio Lazio, già Comandante dell’incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi, Assistente Militare del Presidente del Comitato Militare della NATO, Capo dell’Ufficio Politica Militare nel Gabinetto del Ministro della Difesa, Capo di Stato Maggiore del Comando Marittimo NATO a Northwood e Comandante del Comando Marittimo Nord.
D) Oggi assistiamo a una crescente competizione e instabilità all’interno del Mediterraneo Allargato, tra minacce alle infrastrutture strategiche e alla libertà di navigazione: in questo contesto, perché la Marina Militare è importante per l’Italia? La società civile e la politica sono consapevoli di questo ruolo?
R) Alla prima domanda è facile rispondere.
L’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea, dietro ai Paesi Bassi, e quindi il primo in Mediterraneo, per quantità di merci imbarcate e sbarcate via mare, con una quota del 14,6% del totale UE a 27 nel 2024. Solo le rotte mediterranee “a corto raggio”, talvolta definite le “autostrade del mare”, contano 52.000 km di tratte, con 18 porti italiani di origine e 23 destinazioni finali (di cui 8 straniere). Si tratta di un volume di traffici irrinunciabile per la nostra economia. Ma c’è di più. Sui fondali marini corrono migliaia di chilometri di cavi internet, parte delle grandi dorsali internazionali che atterrano in hub strategici italiani, e centinaia di chilometri di oleodotti, gasdotti ed elettrodotti, fondamentali per il nostro approvvigionamento energetico. Senza un’adeguata sicurezza, sopra e sotto il livello del mare, a cui ogni giorno provvede la Marina Militare con i suoi mezzi di sorveglianza e in concorso con le altre istituzioni e realtà pubbliche e private, questo flusso di commerci, energia e dati sarebbe particolarmente esposto ai rischi di oggi e il nostro stile di vita potrebbe venire all’improvviso radicalmente e drasticamente ridimensionato. In definitiva, è facile sostenere che la libertà di navigazione è direttamente connessa con il nostro benessere.
Le unità della Marina Militare proteggono anche i cosiddetti “choke points”, ovvero i passaggi marittimi obbligati attraverso i quali transita una fetta massiccia del commercio, dell’energia e delle comunicazioni globali. Facciamo l’esempio di uno stretto internazionale assurto in queste settimane agli onori della cronaca: Bab el Mandeb. Solo in agosto, oltre 1.100 navi hanno attraversato lo stretto di Bab el Mandeb. Siamo ancora a livelli del50% inferiori rispetto ai transiti registrati nel periodo precrisi, ma siamo anche lontani dal peggior dato registrato: 965.
Lo strumento marittimo, in tutte le sue componenti, rimane peraltro strategico anche in politica estera, industriale e di sicurezza. Non solo per la partecipazione a tutte le missioni internazionali, NATO e dell’Unione Europea, alle quali il Governo e il Parlamento chiamano e per cui la Marina Militare deve sempre farsi trovare pronta al fiammifero, ma anche per le campagne navali che vengono pianificate in stretto coordinamento fra i ministeri di Difesa, Esteri, Made in Italy e le realtà produttive nazionali. Basti ricordare il recente giro del mondo compiuto in due anni da Nave Vespucci, storica ambasciatrice dei mari, ma anche le campagne navali in Africa, America ed Estremo Oriente condotte, negli ultimi anni, da nostre unità combattenti, orgoglio della cantieristica nazionale eappetibili sui mercati esteri.
La seconda domanda è un po’ più complessa.
Le recenti affermazioni del Ministro Crosetto, dal forum sulla Risorsa Mare alla Spezia, in seguito alle quali la nostra Marina è stata nuovamente attivata con urgenza affinché le navi italiane possano passare in sicurezza dallo stretto di Bab el Mandeb, in quanto “ritardare i tempi in casi come quello significa ritardare l’economia, significa aggravare problemi”, sembrano accreditare una chiara coscienza di quanto cruciali siano i traffici marittimi per il benessere del Paese. Tuttavia, non basta il ricorso nell’emergenza agli assetti aeronavali per testimoniare la raggiunta consapevolezza sociale e politica del valore imprescindibile di avere un’adeguata Marina Militare. Bisognerebbe che questa consapevolezza entrasse in gioco anche al momento di pianificare le necessarie risorse economiche e umane che alimentano questa prontezza. E, seppure l’Italia sia un Paese “incardinato” dalla geografia nel mare, credo ci sia ancora molto da fare per raggiungere la compiuta consapevolezza della nostra assoluta dipendenza dal mare e del conseguente interesse alla difesa dei traffici e delle infrastrutture marine.
Ad oggi, l’Italia si trova ancora in una condizione di “cecità marittima”. Noi paghiamo un problema storico, risalente all’unificazione e alla successiva predominanza di un Settentrione più orientato verso il continente, che comporta una carenza culturale per quanto riguarda la dimensione marittima, specie nel cuore industriale e finanziario del Paese.
Durante la mia carriera, soprattutto mentre ero Comandante del Comando Marittimo Nord, alla Spezia, mi sono adoperato per diffondere nel Settentrione una maggiore consapevolezza dell’importanza delle rotte e dei fondali marini e credo che la situazione stia lentamente migliorando, anche, e purtroppo, a causa dei danni causati dalle recenti interruzioni e interferenze ai traffici marittimi.
D) Quanto è determinante oggi il fattore umano nelle operazioni della Marina Militare, per mare e nel supporto a terra? Crede che lo resterà anche in futuro nonostante la progressiva innovazione e automazione?
R) Immensamente determinante. E non c’è alcun dubbio che lo rimarrà anche in futuro.
Ricordiamoci che dietro a ogni operazione, comprese quelle che impiegano sistemi a pilotaggio remoto, o anche completamente autonomi, e che possono comportare l’impiego di intelligenza artificiale in sede di pianificazione ed esecuzione, c’è sempre il fattore umano. Gli equipaggi che andranno per mare saranno sempre più ridotti, ma proprio per questo motivo verranno caricati di sempre maggiore responsabilità. Innovazione e automazione sono (e devono rimanere) preziosi ausili, ma le decisioni cruciali non possono che restare appannaggio degli uomini e delle donne della Marina Militare che impiegano e sorvegliano questi sistemi, soprattutto se vogliamo mantenere inviolate l’efficacia e l’etica delle nostre operazioni per mare.
Il personale che ha la responsabilità di disegnare lo strumento aeronavale del domani e gestire, da bordo e da terra, quello di oggi, dovrà sempre poter contare sulla stessa formidabile educazione, formazione e addestramento che la Marina Militare ha assicurato ai suoi ufficiali, sottufficiali e graduati sin dalla sua nascita come Regia Marina. Il progresso tecnologico porterà sicuramente a un cambiamento o aggiornamento delle nozioni tecniche, ma è imperativo che rimangano immutate quelle morali e umane che rendono i nostri uomini e donne con le stellette un riferimento ed esempio nelle missioni nazionali e internazionali.
D) I dati (qui) dicono che tra il 2015 e il 2025 le domande per l’Accademia Navale sono crollate da 58 a 16 per posto, e quelle per la ferma di un anno da quasi 10 a 6 per posto: quanto pesano oggi queste carenze sulla capacità di condurre operazioni?
R) Ho letto con grande interesse l’articolo di Matteo Mazziotti di Celso del 27 maggio scorso che mi avete segnalato, “Il problema del reclutamento in Europa”, dal quale sono stati estrapolati questi dati.
Mi ha fatto tornare in mente le chiacchierate che facevamo con alcuni colleghi della marina spagnola nel lontano 1997, mentre navigavamo in Atlantico sulla USS Mount Whitney, una delle uniche due unità navali nella galassia NATO in grado di imbarcare e sostenere uno stato maggiore internazionale e interforze per operazioni su vasta scala, oltre agli stati maggiori dei comandi di componente. Mentre la Marina Militare italiana, in quegli anni, godeva della più ampia scelta in sede di reclutamento, la gemella Armada si dibatteva già in acque tormentate. I miei colleghi attribuivano principalmente le significative difficoltà di reclutamento degli ufficiali e della truppa alla scarsa attrattiva che i lunghi periodi per mare esercitavano sulle giovani generazioni. Infatti, la situazione era, già allora, ben più rosea per il loro esercito e la loro aeronautica.
Sembra che ora anche noi siamo arrivati a una simile situazione, seppure meno eclatante nei numeri (in alcuni periodi la loro ratio era stata inferiore a 1 a 1 per posto). Questa difficoltà nel reclutamento dei futuri dirigenti e nei ruoli esecutivi della Marina potrà avere delle ripercussioni, anche se ragionevolmente mitigate, come dicevo poc’anzi, dalla qualità dell’educazione, formazione e addestramento, nelle quali la Marina rimane un’eccellenza. Ad oggi, i comandanti e gli equipaggi garantiscono la stessa qualità e motivazione professionale di sempre, nonostante l’esponenziale aumento degli impegni metta a dura prova la tenuta del personale e delle loro famiglie, come anche la durata di scafi e sistemi imbarcati.
Come sottolineato dall’articolo in questione, declino demografico, divario tra società e istituzione militare e la crescente “occupazionalizzazione” dell’istituzione rimangono importanti campanelli d’allarme, e non soltanto per le forze aeronavali. Di conseguenza, gli Stati Maggiori di Forza Armata sono costantemente in azione per aggiornare anche la struttura dei propri centri nevralgici per la selezione e gestione del personale, in modo da incrementare la possibilità di individuare e realizzare utili aggiustamenti per migliorare la situazione. A dimostrazione di ciò, è di pochi giorni fa la notizia che l’Aeronautica ha riorganizzato i preesistenti organi di ordinamento e impiego del personale in un’unica entità, denominandola Direzione Capitale Umano. So che anche la Marina aveva allo studio un simile provvedimento, pur avendolo, almeno per il momento, accantonato.
La soluzione non risiede certamente nella sola riforma degli staff, ma ogni sforzo in tal senso testimonia l’attenzione che le problematiche del personale ricevono da parte dei vertici.
D) Alla luce di quanto detto finora, quali strumenti ritiene possano essere davvero utili per soddisfare il fabbisogno di personale della Marina Militare? In più, molti specialisti – tecnici, sommozzatori, piloti – una volta terminata la ferma vengono assorbiti dal privato: quanto pesa questa fuga di competenze sulla capacità operativa, e cosa si potrebbe fare per trattenerli?
R) Ritornando all’articolo di cui abbiamo fatto menzione, gli strumenti disponibili “sulla carta” sono stati chiaramente delineati: il rafforzamento delle garanzie occupazionali, l’incremento dei benefit associati alla professione militare e la riduzione del divario tra forze armate e società. Come sottolineato dall’autore, ciascuno presenta vantaggi e limiti, e nessuno è sufficiente da solo a garantire la risoluzione di un dilemma che è strutturale.
Naturalmente, a monte di ogni soluzione che implichi rilevanti aumenti dei benefit economici giganteggia la complessa situazione dei conti pubblici. I circa 9 miliardi di euro che l’Italia ha annunciato di voler richiedere nell’ambito del programma europeo SAFE (Security Action for Europe) saranno legati a investimenti in mezzi e sistemi, per cui non credo potranno andare ad alleviare, se non in maniera marginale e puntiforme, le rivendicazioni economiche del personale. Un po’ più di acqua di manovra potrebbe essere ritagliata nell’ambito dell’innalzamento dell’obiettivo NATO di spesa militare al 5% del PIL entro il 2035. I Paesi dell’Alleanza dovrebbero destinare il 3,5% del PIL alla difesa “tradizionale”, dunque armi, munizioni ed equipaggiamenti, mentre un ulteriore 1,5% ad ambiti più ampi, come difesa cyber, infrastrutture strategiche e resilienza civile. Si tratta di un importante cambio di paradigma, che riflette l’evoluzione delle minacce contemporanee attraverso un notevole incremento della spesa militare, all’interno del quale è auspicabile possano trovare posto anche risorse che finanzino e premino le crescenti specializzazioni tecnologiche richieste al personale delle Forze Armate.
Un discorso a parte meritano la leva e la ristrutturazione della riserva.
Come è noto, in Italia il servizio militare di leva obbligatorio è stato sospeso a partire dal 1° gennaio 2005. Sospeso e non abolito, in quanto può essere ripristinato, a norma di legge, in uno di questi tre casi: delibera dello stato di guerra, ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; situazioni di grave crisi internazionale; o, in generale, con delibera del Consiglio dei Ministri e successivo decreto del Presidente della Repubblica, qualora il personale volontario in servizio risultasse insufficiente.
Faccio una premessa. Prima del 2005, rispetto all’Esercito (storicamente dipendente in modo massiccio dalla coscrizione), la Marina Militare aveva sempre mantenuto un’incidenza della leva sensibilmente inferiore. Infatti, la gestione di navi, sommergibili e sistemi tecnologici complessi richiede un nucleo più ristretto di personale, ma ad altissima professionalità e specializzazione. Negli ultimi anni di vigenza della leva, la percentuale di coscritti in Marina oscillava generalmente tra il 20% e il 30% della Forza Armata e questi erano impiegati principalmente in ruoli in cui era richiesta una minore qualificazione. Pertanto, l’eventuale ripristino della leva sarebbe per la Marina Militare, seppure certamente non indolore, almeno un po’ meno problematico che per l’Esercito.
I tentativi infruttuosi di ripristino della leva degli ultimi anni hanno avuto, come unica finalità, il recupero del valore sociale riconosciuto al vecchio servizio di leva, piuttosto che la sua utilità operativa. Se invece dovessimo trovarci in un prossimo futuro in condizioni di reale necessità (guerra o grave crisi internazionale), come previsto dalla legge, la vera sfida risiederebbe nel ripristino di alloggiamenti, nel frattempo ampiamente alienati in quanto non più necessari, e nell’acquisto di costosi equipaggiamenti moderni anche per il personale di leva.
Pertanto, è più verosimile immaginare, per potenziare le capacità militari residenti “in periodo di pace”, il ricorso a uno strumento ibrido, innovativo e flessibile, che trovi compimento nella più generale revisione del sistema della riserva, come previsto dall’apposito disegno di legge n. 2028 “Rafforzamento e adeguamento della capacità di difesa nazionale”. Questo prevede l’istituzione di una Riserva Operativa (di mobilitazione), composta da personale in congedo da meno di cinque anni, immediatamente attivabile e con un vincolo di disponibilità e di età anagrafica, di una Riserva Volontaria Specialistica, destinata a integrare la componente in servizio con competenze e specificità funzionali mirate, e di una Riserva Territoriale, dedicata all’impiego nelle operazioni di risposta alle calamità naturali e per le emergenze sul territorio nazionale.
L’esempio dell’esercito tedesco è illuminante.
L’anno scorso, la Bundeswehr ha costituito un’intera nuova divisione dedicata esclusivamente alla difesa territoriale. Infatti, il suo compito è proteggere porti, ponti, ferrovie e filiere logistiche indispensabili per la difesa del territorio. Per questo compito, la neonata divisione può contare su più di 4.000 riservisti e 500 professionisti, con l’obiettivo finale di superare le 10.000 unità entro il 2035. In più, dal 2027 è previsto il ritorno della visita di leva. Non si tratta ancora di coscrizione, ma delle misure necessarie per riattivarla nelle migliori condizioni, qualora si renda necessario.
Questo esempio dovrebbe farci riflettere. Se davvero siamo convinti che l’ordine internazionale stia attraversando una fase di profonda instabilità, e mi sembra sotto gli occhi di tutti, allora è nostro dovere intraprendere ogni misura atta a preparare una transizione ordinata verso un approntamento adeguato a difendere i nostri interessi e i nostri spazi terrestri, marittimi e aerei, in stretto coordinamento con gli altri Paesi della UE e gli alleati della NATO. Questo indipendentemente dalla popolarità o meno che una simile iniziativa potrebbe incontrare. Semmai, sarebbe opportuno quanto prima iniziare una campagna mirata a informare correttamente l’opinione pubblica.
Saremo intellettualmente onesti e capaci di far fronte a questa responsabilità? Lascio ai lettori l’onere di risposta.

