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13/08/2025
Africa Subsahariana, Stati Uniti e Nord America

La mediazione degli Stati Uniti tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo: cosa rivela l’Accordo di Washington?

di Arturo Gorup de Besanez

La conclusione di un Accordo di pace tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo mediato dagli Stati Uniti può aver colto di sorpresa chi aveva già derubricato il continente africano come lontano dalle priorità dell'Amministrazione Trump. Si tratta però di un'iniziativa che si inserisce perfettamente nella strategia della Casa Bianca in politica estera, nell'approccio transazionale di Trump alle relazioni internazionali, e nella necessità di bilanciare il peso della Cina nel continente africano. Qualora l'accordo dovesse reggere, si materializzerebbe un successo notevole per l'Amministrazione, ma un eccessivo ottimismo sembra ad oggi ancora prematuro.

La conclusione di un Accordo di pace tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo mediato dagli Stati Uniti può aver colto di sorpresa chi aveva già derubricato il continente africano come lontano dalle priorità dell’Amministrazione Trump. Si tratta però di un’iniziativa che si inserisce perfettamente nella strategia della Casa Bianca in politica estera, nell’approccio transazionale di Trump alle relazioni internazionali, e nella necessità di bilanciare il peso della Cina nel continente africano. Qualora l’accordo dovesse reggere, si materializzerebbe un successo notevole per l’Amministrazione, ma un eccessivo ottimismo sembra ad oggi ancora prematuro.

Il 27 giugno scorso i Ministri degli esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno firmato un accordo di pace a Washington alla presenza di Donald Trump, che non ha esitato a parlare di “glorioso trionfo“. L’accordo mira a far cessare le ostilità fra i due Paesi, ai ferri cortissimi da almeno trent’anni, e da gennaio 2025 impegnati in quella che è a molti effetti una guerra per procura nelle regioni congolesi orientali del Kivu. La notizia dell’accordo, stretta tra i bombardamenti statunitensi sull’Iran e la ripresa del valzer dei dazi commerciali, ha trovato relativamente poco spazio nei titoli dei giornali. Può inoltre risultare di difficile inquadramento nel contesto di un’Amministrazione Trump che a prima vista sembra avere ben poco interesse per il continente africano. Tuttavia, la conclusione dell’accordo si inserisce bene nelle priorità del Presidente, e può rappresentare un ottimo banco di prova per il nuovo approccio che la Casa Bianca vuole inaugurare nei suoi rapporti con la regione. 

L’accordo di Washington e il suo contesto

La guerra nella Repubblica Democratica del Congo ha origine all’indomani del genocidio in Ruanda del 1994. Pur con variazioni di intensità, la violenza nell’est del Paese, soprattutto nelle due regioni del Kivu settentrionale e meridionale, non si è mai interrotta completamente. L’escalation più recente avviene tra gennaio e febbraio 2025, quando le milizie dell’M23, gruppo sostenuto dal Ruanda, occupano le città di Goma e Bukavu, le due capitali del Kivu. Il governo ruandese di Paul Kagame, che nega i legami con l’M23, documentati anche dal gruppo di esperti delle Nazioni Unite, denuncia il sostegno di Kinshasa per i ribelli dell’FDLR (“Forze democratiche per la liberazione del Ruanda”), gruppo estremista hutu nel quale militerebbero ancora taluni responsabili del genocidio del 1994. 

L’iniziativa degli Stati Uniti arriva sulla scia di due processi regionali di mediazione non andati a buon fine: quello di Nairobi, e quello di Luanda, intavolati rispettivamente dalla Comunità degli Stati dell’Africa orientale (EAC) e dalla Comunità di sviluppo degli Stati dell’Africa meridionale (SADC). L’avvio delle trattative avviene però ad opera del Qatar, importante partner economico del Ruanda anche in seguito all’investimento per la costruzione del suo nuovo aeroporto internazionale. A marzo i presidenti Kagame e Tshisekedi si incontrano a Doha, mentre il mese successivo c’è la visita alla regione dei Grandi Laghi del Consigliere speciale per l’Africa di Trump fresco di nomina, Massad Boulos. Il doppio canale dei negoziati, quello statunitense e quello qatarino, permettono, a differenza dei tentativi africani, un approccio flessibile: anziché tentare di chiarire la spinosissima questione dei rapporti tra Ruanda e M23, si conducono negoziati interstatali tra Kigali e Kinshasa sotto l’egida di Washington, mentre a Doha si cerca di far dialogare il governo congolese direttamente coi ribelli. 

A fine giugno avviene quindi la firma dell’Accordo di Washington. È sancito il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità delle due parti, la cessazione delle ostilità, e l’interruzione del sostegno a gruppi armati. Il linguaggio dell’accordo è deliberatamente, forse eccessivamente, vago. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese, che gli Stati Uniti hanno tentato, senza successo, di ottenere ancora prima della firma, il testo rimanda ad un accordo concluso in seno al processo di Luanda nel 2024, il “Concept of Operations” (CONOPS) per la neutralizzazione dell’FDLR (Forze democratiche di liberazione del Ruanda). Viene stabilito un orizzonte temporale di novanta giorni per il compimento di tale accordo, ma non vengono tuttavia previsti meccanismi coercitivi in caso di mancato adempimento da parte di Kigali. Da notare poi l’articolo 6 dell’Accordo, ovvero il “framework per l’integrazione economica regionale”, nel quale si incoraggia la cooperazione economica tra le parti in vari ambiti, tra cui le risorse naturali del lago Kivu e lo sviluppo dell’energia idroelettrica. Spicca, al comma 1 dell’articolo 6, la menzione delle industrie minerarie, da svilupparsi “in partenariato, ove appropriato” con il governo e gli investitori statunitensi

L’accordo visto dall’Amministrazione Trump

È probabilmente quest’ultimo punto ad offrire la migliore illustrazione di quello che vuole essere l’approccio di Donald Trump al continente africano. Pochi obietterebbero all’affermazione che la regione non rappresenta una priorità per la politica estera dell’Amministrazione. In effetti, il Presidente non ha ancora nominato numerosi ambasciatori nel continente, ha ristretto l’accesso agli Stati Uniti per persone provenienti da dieci Paesi africani, e ha chiuso USAID, l’agenzia governativa per lo sviluppo che nel 2024 ha speso il 40 percento del suo budget per progetti in Africa. Tuttavia, sarebbe sbagliato concludere che l’Amministrazione Trump non abbia una visione riguardo alla regione. 

È ormai chiaro che l’approccio alla politica estera dell’Amministrazione Trump è di natura essenzialmente transazionale. L’Africa attira il Presidente per i suoi mercati in espansione e, soprattutto, per le sue risorse naturali, già violentemente poste a centrotavola da Trump nella partita ucraina. In questo senso, pochi Paesi possono dirsi rivali della RDC, che vanta alcuni dei maggiori giacimenti al mondo di rame, cobalto (circa la metà dei giacimenti globali e tre quarti delle estrazioni), coltan (circa il 40% della produzione globale) e litio. Già a febbraio il presidente Tshisekedi, ricettivo verso le priorità della nuova Amministrazione, aveva offerto un accordo agli Stati Uniti, essenzialmente proponendo un accesso privilegiato alle risorse naturali del Paese in cambio di non specificata assistenza militare per sconfiggere i ribelli. 

Ad accelerare il cambio di passo nella ricerca di terreni fertili per il commercio e l’accesso alle risorse naturali è senz’altro anche la competizione ormai globale con la Cina, ad oggi in netto vantaggio per quanto riguarda la penetrazione commerciale in Africa. Basti mettere a confronto i 134 miliardi di dollari di esportazioni cinesi verso il continente nei primi cinque mesi del 2025 con i 32 miliardi esportati in Africa dagli Stati Uniti in tutto il 2024. Grazie al ruolo attivo del governo cinese nel coordinamento dei finanziamenti per investimenti all’estero, gli investitori cinesi hanno inoltre potuto sopportare una soglia di rischio molto più alta di quella che sono disposti ad accettare gli investitori privati statunitensi. L’accordo di Washington può quindi rappresentare un tentativo di far leva sul peso militare e politico degli Stati Uniti per bilanciare la presenza di Pechino, che al momento esercita una forte influenza sull’industria estrattiva nella RDC. Già a metà luglio, è stato annunciato l’accordo della statunitense KoBold Metals con Kinshasa per lo sfruttamento dell’enorme giacimento di litio di Manono, nel nord del Paese. La presenza di Jeff Bezos e Bill Gates fra gli investitori dietro all’impresa dà però un’idea del volume di capitale iniziale necessario per fare affari in Congo, a fronte di rischi potenzialmente proibitivi. 

Le prospettive dell’accordo (e della strategia americana)

Come quasi tutti gli accordi di pace, l’interrogativo principale riguarda la volontà politica delle parti in causa. Ma mentre vi sono segnali incoraggianti per quanto riguarda il rapporto tra i due governi, il canale di Doha tra Kinshasa e l’M23, che ha chiarito all’indomani dell’accordo di Washington che non intende abbandonare i territori occupati e che non sembra aver interrotto i suoi attacchi contro la popolazione locale, procede più a rilento. Restano inoltre da chiarire diversi aspetti pratici dell’accordo, come le modalità di de-mobilitazione ed integrazione nell’esercito dei gruppi paramilitari, o il funzionamento del “Joint Security Coordination Mechanism” previsto all’articolo 3. Nonostante l’accordo riguardi principalmente il territorio congolese, non c’è dubbio che sia il Ruanda la parte più soddisfatta all’ora della firma. Il suo successo dipende dunque anche dalla capacità degli investimenti americani di portare benessere alla popolazione locale, che in caso contrario potrebbe opporsi anche violentemente ad un’ulteriore penetrazione straniera nel settore minerario. Da registrare sono anche le divisioni tra i vari Stati africani, che potrebbero ostacolare quel contributo regionale al processo di pace del quale, secondo lo stesso inviato Boulos, l’accordo di Washington non è che complementare. 

Anche riguardo all’efficacia della strategia dell’Amministrazione Trump verso l’Africa ci sono diversi dubbi. In particolare, un approccio basato esclusivamente sui deals economici, nuovo metro di giudizio per i diplomatici statunitensi secondo alcune indiscrezioni, rischia di sottovalutare l’importanza del cosiddetto “soft -power” americano in chiave anti-cinese. Trump non è diverso dai suoi predecessori nel favorire commercio ed investimenti come motore di sviluppo all’estero, e già dai tempi della presidenza Clinton la Casa Bianca spingeva per il modello “trade, not aid“. Ma mentre questi cercavano di combinare commercio e assistenza allo sviluppo, l’America di Trump sta optando per una strategia basata esclusivamente sull’aspetto commerciale, con poco riguardo per gli effetti umanitari potenzialmente disastrosi della liquidazione di USAID  nonché delle sospensioni dei finanziamenti alle Nazioni Unite. A pochi può poi sfuggire che mentre Trump imponeva dazi particolarmente vertiginosi verso diversi Paesi africani durante il “Liberation Day“, la Cina annunciava l’intenzione di aprire il proprio mercato a tariffa-zero a tutti i 53 Stati africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche.  Al netto degli interrogativi, la conclusione dell’accordo di Washington è una buona notizia, e se porterà effettivamente a una pace duratura, l’Amministrazione Trump potrà giustamente attestarsene il merito. Né è da escludere che l’approccio fortemente transazionale e personale di Trump possa funzionare nel contesto africano (secondo una recente provocazione dell’Economist, sarebbe in effetti un approccio peculiarmente “africano”). Resta però difficile ignorare la natura decisamente volubile del Presidente anche in politica estera, che rischia di sollevare dubbi sulla volontà di Washington di mantenere l’attenzione necessaria per sostenere il processo di pace. La speranza è che l’inconsueta aperta campagna della Casa Bianca per il Premio Nobel non sia indizio di un Presidente che cerca soluzioni sbrigative ed annunci facili laddove sono richiesti pazienza e un delicato lavoro diplomatico. Il prossimo futuro potrà chiarire se la vanità del Presidente e l’impegno per la pace possono fare strada insieme.

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