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23/07/2025
Europa, Medio Oriente e Nord Africa

Medio Oriente: può l’Unione Europea riscoprire il suo ruolo attraverso le sanzioni a Israele?

di Lorenzo Avesani

Di fronte alle violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’UE mostra profonde divisioni interne e scarsa efficacia nell’uso del suo potere sanzionatorio. Tra paralisi decisionale e strumenti normativi deboli, Bruxelles rischia di compromettere la propria credibilità come attore globale, aggravando costi politici e materiali in un contesto mediorientale sempre più instabile.


Di fronte alle violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’UE mostra profonde divisioni interne e scarsa efficacia nell’uso del suo potere sanzionatorio. Tra paralisi decisionale e strumenti normativi deboli, Bruxelles rischia di compromettere la propria credibilità come attore globale, aggravando costi politici e materiali in un contesto mediorientale sempre più instabile.


Il 18 giugno 2025, durante una sessione plenaria del Parlamento Europeo, l’Alto Rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, ha sottolineato le difficoltà nel raggiungere una posizione comune sulla crisi mediorientale. Il dibattito sulle sanzioni è emerso come esempio emblematico di tale impasse, mettendo in luce le profonde divisioni tra gli Stati membri. Come ricordato da Kallas, l’Alto Rappresentante agisce per conto di ventisette Stati che decidono all’unanimità in materia di politica estera. Questo vincolo decisionale evidenzia l’impossibilità di costruire una linea condivisa e coerente.

La questione delle sanzioni a Israele non si riduce a un’esigenza simbolica di presa di distanza dalle politiche di Tel Aviv, ma incide direttamente sulla credibilità della politica sanzionatoria europea. Da un lato, la risposta all’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato la necessità di adottare misure restrittive più incisive capaci di rafforzare il profilo internazionale dell’UE. Dall’altro, sulla crisi mediorientale Bruxelles si limita a sanzioni mirate, di portata limitata, condizionate dalla difficoltà di raggiungere un consenso tra i Ventisette. La paralisi decisionale compromette la capacità dell’Unione di presentarsi come attore globale di sicurezza coerente ed efficace.


Cosa ha fatto l’UE di concreto?


A partire da marzo 2024, il Consiglio dell’Unione Europea ha avviato l’adozione di misure restrittive (termine tecnico con cui Bruxelles indica le sanzioni) coinvolgendo un totale di nove persone fisiche e cinque entità giuridiche. Oltre alle restrizioni, il 20 maggio 2025, Bruxelles ha avviato una revisione formale dell’Accordo di Associazione con Israele a seguito del “blocco umanitario”. La decisione, frutto di complesse trattative interne e approvata con una maggioranza qualificata risicata, punta a verificare il rispetto da parte di Israele dell’articolo 2 dell’Accordo, che vincola le parti al rispetto dei diritti umani quale elemento essenziale dell’intesa. Il responso della revisione, contenuto nel Documento ristretto 10499/25 del Consiglio dell’UE del 20 giugno, afferma chiaramente che “Israele sarebbe inadempiente in materia di diritti umani”.

 
La sospensione dell’Accordo di associazione con Israele è stata presa in considerazione come una delle possibili risposte alle sue violazioni. Tuttavia, né l’incontro ministeriale UE‑Vicinato meridionale né il Consiglio Affari Esteri del 14‑15 luglio hanno condotto in quella direzione. Da un lato, Kallas è riuscita a ottenere un’intesa con Israele per aumentare l’ingresso quotidiano di camion con aiuti alimentari e carburante nella Striscia di Gaza, accompagnata da un monitoraggio bisettimanale dell’attuazione agendo qualora la situazione umanitaria non mostrasse miglioramenti. Dall’altro lato, i ministri degli Esteri dell’UE non hanno raggiunto un’intesa su nessuna delle dieci misure proposte, un risultato che la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha definito “viltà politica”.


Le divisioni interne condizionano fortemente le iniziative europee sul tema le quali sono aggravate dal potere di veto che paralizza ogni tentativo di adottare una linea comune. La frammentazione si articola su due livelli, intergovernativo e istituzionale, ed impediscono all’UE di essere più incisiva nella crisi mediorientale. A livello istituzionale, il Parlamento europeo si mostra più sensibile alla causa palestinese, mentre la Commissione tende a preservare un equilibrio politico e diplomatico. L’ex Alto Rappresentante, Josep Borrell, ha accusato la Commissione e il Consiglio europeo di inazione sulla crisi a Gaza.


Tra gli Stati membri, invece, emergono tre orientamenti distinti. Un gruppo di Stati tra cui Irlanda, Spagna e Portogallo mantiene una linea critica verso Israele. I tre appena citati hanno partecipato al vertice straordinario del “Gruppo de L’Aia” di Bogotá il 15 e il 16 luglio per denunciare la drammatica situazione umanitaria a Gaza. Di contro, Paesi come Germania, Italia e Ungheria difendono una posizione più favorevole ad Israele. Emblematico è il caso di Viktor Orbán, il primo ministro ungherese che ha sfidato apertamente la Corte Penale Internazionale ricevendo Netanyahu a Budapest. Un terzo gruppo, rappresentato da Francia e Danimarca, mantiene una posizione intermedia.

Una leva spuntata?

Tenendo conto dell’attuale situazione, è difficile pensare che l’Accordo di Associazione possa essere sospeso. Tuttavia, se ciò accadesse, i danni economici subiti da Israele sarebbero ingenti. Nel 2024, l’UE si è confermata come il principale partner commerciale, rappresentando il 32% del commercio totale, pari a un volume stimato di 26,7 miliardi di euro secondo le stime della Commissione europea. Se Bruxelles decidesse di sanzionare Israele, potrebbe seguire il modello russo ossia replicare la pressione sanzionatoria esercitata nei confronti di Mosca per l’invasione dell’Ucraina. Gli embarghi commerciali e sulle armi causerebbero danni maggiori e danneggerebbero ulteriormente i rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv. Di conseguenza, la possibilità che una simile decisione venga adottata è, al momento, molto bassa.  

Più probabile, invece, appare l’allargamento della lista nera delle persone fisiche e giuridiche sotto il “Regime Globale di Sanzioni dell’UE in materia di diritti umani” (EUGHRS). Ad esempio, Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia e Australia hanno sanzionato i ministri israeliani, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, congelando i loro beni all’estero e vietando loro l’ingresso nel loro territorio. Nell’UE, la ministra degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, sostiene l’adozione di misure analoghe. Il possibile veto dell’Ungheria rende questa opzione complessa da applicare, come dimostra il recente blocco all’estensione delle sanzioni ad altri coloni israeliani attivi in Cisgiordania.

Sebbene quanto affermato sia perlopiù ipotetico, ciò non significa che Bruxelles debba restare inerte. L’inazione comporta infatti costi concreti e simbolici. Da un lato, il peso degli aiuti umanitari destinati a Gaza e Cisgiordania aumenta sensibilmente. Dall’altro, per le istituzioni europee e i governi nazionali, esiste un costo politico in termini di credibilità come interlocutore nell’area mediorientale. Tale dinamica è resa ancora più evidente durante l’escalation militare tra Iran e Israele dello scorso giugno nella quale la polarizzazione regionale e il supporto degli USA a Tel Aviv ha reso quest’ultima sorda alle richieste europee. Infine, la sospensione dell’Accordo di Associazione e l’imposizione di sanzioni non produrrebbero effetti materiali immediati sulla condotta israeliana nei territori occupati. Un recente studio del Parlamento europeo ha rilevato che l’EUGHRS è inefficace se non accompagnato da obiettivi ben definiti. In questa prospettiva, superare il dibattito sterile sull’uso delle sanzioni e agire politicamente rappresenta un passo necessario per restituire centralità a Bruxelles nel contesto mediorientale.

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