La recente missione di Giorgia Meloni a Washington, seguita a poche ore di distanza dall’incontro con il vicepresidente JD Vance a Roma, non è soltanto il riflesso della sintonia personale tra i vertici politici di Italia e Stati Uniti o di una – parziale – condivisione di preferenze politiche. Rappresenta piuttosto un passaggio strategico chiave per il governo italiano, sempre più impegnato nel consolidare una relazione privilegiata con Washington. Sin dal suo insediamento, infatti, Meloni ha mostrato una chiara inclinazione ad approfondire il legame atlantico, riuscendo a consolidarlo già negli anni dell’amministrazione Biden.
Questa linea d’azione è stata accompagnata da un crescente attivismo internazionale, il cui ultimo risultato è rappresentato dall’organizzazione, a Roma e su impulso del Sultanato dell’Oman, del secondo round dei colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran. Al di là del valore simbolico della scelta – che rilancia la capitale italiana quale sede privilegiata per il dialogo internazionale – merita attenzione anche la sua valenza politico-diplomatica. L’Italia, infatti, sta cercando di riguadagnare terreno su un dossier cruciale dal quale era rimasta ai margini sin dalla formazione del gruppo P5+1 nel 2006, nonostante fosse uno dei maggiori partner commerciali europei dell’Iran e tra i Paesi più impegnati nelle missioni internazionali varate da Washington nella stagione della “guerra globale al terrore”.
Se le scelte del governo Meloni in materia di esteri appaiono coerenti con i tradizionali ‘tre cerchi’ – atlantico, europeo e mediterraneo – all’interno dei quali si è mossa l’Italia repubblicana, ciò non significa che nulla di nuovo stia accadendo sotto il sole. Al contrario, i segnali di – parziale – mutamento emersi sembrano riconducibili all’obiettivo di approfondire il rapporto strategico con Washington, assecondandone le principali richieste in merito alla postura assunta per fronteggiare le sfide revisioniste – anzitutto quella della Repubblica Popolare Cinese (RPC) – che ne mettono in discussione il primato globale.
Roma e la ricerca di un allineamento alle richieste americane
Solo a partire da questa cornice strategica si può comprendere meglio l’approccio adottato dal governo Meloni nella gestione del rapporto con Washington. Pur restando nel solco delle scelte già compiute dal governo Draghi – che, però, fu principalmente impegnato nel superamento della crisi pandemica e nel riposizionamento dell’Italia all’interno dei suoi ‘tre cerchi’ dopo i governi Conte I e II – l’esecutivo Meloni ha accelerato il processo di riallineamento, in particolare sul versante atlantico.
Fin dalla campagna elettorale del 2022, d’altronde, la leader di Fratelli d’Italia ha cercato di accreditarsi come garante della continuità euro-atlantica, assumendo una posizione chiara sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle insidie provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese, che le ha garantito l’endorsement dell’amministrazione Biden già all’indomani del successo elettorale. In questa prima metà della XIX legislatura, il governo ha successivamente cercato di rispondere coerentemente alle principali richieste formulate da Washington di fronte alla crescente competizione tra grandi potenze.
In tema di cost-sharing, sebbene l’Italia risulti ancora tra i Paesi inadempienti rispetto all’obiettivo del 2% del PIL sancito nel Summit NATO in Galles nel 2014, Meloni ha promesso a Trump di raggiungerlo nel corso del 2025. Parallelamente, ha avviato due ambiziosi programmi di investimento militare – uno per un nuovo sistema integrato di fanteria corazzata (Armored Infantry Combat System) e uno per un nuovo carro armato (Main Battle Tank) per l’Esercito Italiano – per un valore complessivo superiore ai 23 miliardi di euro. Questi investimenti tengono l’Italia almeno in linea con gli standard capacitivi – il 20% della spesa militare da investire in sistemi d’arma maggiori, ricerca e sviluppo – sempre concordati in sede NATO nel 2014.
Per quanto riguarda il risk-sharing, oggetto di un’estensione del DIP concordato nel Summit NATO di Varsavia nel 2016, Roma ha consolidato il suo ruolo di secondo contributore militare dell’Alleanza Atlantica dopo gli Stati Uniti. Non solo ha aumentato il numero dei suoi soldati dispiegati all’estero – dai 9.449 autorizzati nel 2021 ai 12.100 autorizzati nel 2025 – ma anche l’estensione geografica delle missioni – dall’Europa orientale al Medio Oriente, fino al Sahel e al Mar Rosso. Questo ampliamento ha ridefinito il tradizionale ‘cerchio mediterraneo’, esteso oggi al cosiddetto ‘Mediterraneo allargato’ – chiamato, talvolta, anche ‘Mediterraneo globale’ o ‘Indo-Mediterraneo’. In questo quadro si inseriscono anche iniziative come il Piano Mattei, formulato per contribuire con strumenti non militari alla sicurezza di Paesi che non sarebbero stati inclusi nella ‘vecchia’ rappresentazione del ‘bacino mediterraneo’, come cinque dei nove beneficiari dei progetti pilota nell’Africa subsahariana – Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio.
Sul fronte del core-area-sharing, la risposta del governo Meloni si è distinta per intensità. In ambito militare, l’Italia ha rafforzato la propria presenza nell’Indo-Pacifico con il dispiegamento del pattugliatore Francesco Morosini insieme al Carrier Strike Group 5 statunitense (2023), seguito da quello del gruppo portaerei Cavour che ha partecipato all’esercitazione Pitch Black in Australia (2024). Nella stessa missione, la nave Montecuccoli è divenuta la prima unità italiana a partecipare alla RIMPAC, la più grande esercitazione navale del mondo. Sul piano politico, l’Italia ha disdetto il Memorandum of Understanding (MoU) con la Cina sulla Belt and Road Initiative (dicembre 2023), ha promosso il lancio del Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone (dicembre 2022), elevato i rapporti con Tokyo a partenariato strategico (gennaio 2023) e firmato un MoU sulla cooperazione in materia di difesa con l’India (marzo 2023). Questo insieme di scelte rafforza l’ipotesi di un graduale allargamento della politica estera italiana verso un ‘quarto cerchio’ indo-pacifico.
Meloni a Washington: gli obiettivi del viaggio
L’apice di questo percorso di avvicinamento dell’Italia agli Stati Uniti è stato rappresentato dal viaggio di Meloni a Washington, che ha avuto una doppia valenza: simbolica e programmatica. Nell’ultimo anno, d’altronde, si è aperta davanti al governo italiano una significativa finestra di opportunità. L’instabilità politica senza precedenti che attraversa la Francia, messa alla prova dalle conseguenze delle elezioni legislative anticipate, e la persistente stagnazione economica della Germania, ancora in attesa del passaggio del testimone da Olaf Scholz a Friedrich Merz, stanno spostando l’attenzione di Washington – oltre che di Bruxelles – su Roma. A ciò si aggiunge la crescente diffidenza che l’amministrazione Trump – più di quella Biden – sembra nutrire nei confronti di Parigi e Berlino.
Alla luce di questo nuovo scenario, l’Italia guidata da Meloni si propone come interlocutore affidabile in un contesto politico-strategico altamente fluido e sempre più competitivo. Non a caso, il viaggio del presidente del Consiglio ha ricevuto il sostegno – necessariamente informale – anche da Ursula von der Leyen.
Ma quali erano, presumibilmente, gli obiettivi del viaggio? Se la Meloni ha incassato una duplice promessa da Trump, quella di un incontro UE-USA sui dazi – da tenersi auspicabilmente a Roma – e quella sulla disponibilità di massima a raggiungere un accordo – «ci sarà un accordo commerciale, al 100%» ha dichiarato il presidente americano, le finalità erano altre. Devono essere distinte, tuttavia, quelle condivise con gli altri Stati membri dell’Unione Europea e quelle di interesse nazionale.
Tra le prime e di breve termine, la necessità di lanciare un messaggio distensivo – dopo settimane di tensioni – per i mercati, le imprese e i consumatori e, al contempo, volto a ribadire l’unità dell’Occidente davanti a Pechino e Mosca.
Sempre tra le prime, ma di medio termine, è il rilancio del progetto di un mercato unico UE-USA fondato sul principio ‘zero per zero’ sui dazi – inizialmente almeno sui prodotti industriali – non troppo dissimile da quel Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP) proposto dall’amministrazione Obama che era naufragato nel 2016 per le resistenze sia dei governi europei che dell’allora candidato alla presidenza americana Trump.
Sul fronte degli obiettivi nazionali, invece, la visita ha rafforzato il profilo dell’Italia quale potenziale “pontiere” tra le due sponde dell’Atlantico, ma anche come alleato credibile: Meloni, infatti, ha sfruttato l’occasione per annunciare il raggiungimento della soglia del 2% del PIL per la difesa nel 2025 e nuovi investimenti italiani negli Stati Uniti per 10 miliardi.
La missione a Washington, infine, ha lanciato un messaggio subliminale, relativo all’esistenza di due “Europe” di fronte alla nuova competizione globale. Una atlantista a cui si ascrive a pieno titolo l’Italia, interessata a intrattenere buoni rapporti commerciali con Pechino, ma anche a concertare con Washington una strategia per interagirvi. E un’Europa che mantiene una posizione più ambigua, che rivendica una volontà europea ad avere relazioni con la Cina indipendentemente dal rapporto con gli Stati Uniti e che ha trovato un indicatore significativo nel recente incontro del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez con Xi Jinping.
Conclusioni
La politica estera del governo Meloni, pertanto, sembra assumere una duplice caratterizzazione. Da un lato, appare pienamente inserita nel solco della tradizione diplomatica dell’Italia repubblicana, contribuendo anzi a ricomporre alcuni strappi verificatisi tra il 2018 e il 2021. Dall’altro, si distingue per una crescente proiezione internazionale, funzionale all’obiettivo di stabilire una relazione privilegiata con gli Stati Uniti soddisfacendone le richieste legate all’intensificarsi della competizione tra grandi potenze per il primato globale.
Tale scelta, nel medio-lungo periodo, risponde alla finalità di preservare la sicurezza dell’Italia nonché il suo status di media potenza strettamente associata alla potenza leader dell’ordine internazionale. Tuttavia, non è esente da rischi. Sono facilmente identificabili, d’altronde, almeno due criticità associate all’adozione di una strategia di allineamento attivo come quella oggi perseguita da Roma.
L’uno è il pericolo del cosiddetto ‘intrappolamento’ (entrapment), ovvero il coinvolgimento dell’Italia in conflitti nell’Indo-Pacifico per sostenere interessi statunitensi anche quando non coincidano con i suoi. L’altro è quello dell’incremento degli impegni internazionali – nel Mediterraneo allargato e nell’Indo-Pacifico – che espone l’Italia al rischio della sovra-estensione degli impegni rispetto alle risorse disponibili (overstretching). Questo scenario è particolarmente insidioso per una media potenza come l’Italia, le cui capacità economiche non stanno registrando una crescita proporzionata all’espansione della sua proiezione esterna.
Tali rischi non delegittimano la scelta dell’allineamento strategico con gli Stati Uniti, ma suggeriscono al governo Meloni la necessità di adottare un approccio improntato alla moderazione, capace di bilanciare ambizione strategica e sostenibilità politica. Risulta altresì cruciale la metabolizzazione di alcune scelte strategiche all’interno dell’opinione pubblica italiana, affinché eventuali insuccessi congiunturali non si traducano, come già accaduto in passato, in cambi di rotta repentini e strutturali. Solo un dibattito pubblico consapevole, infatti, potrà garantire la coerenza di lungo periodo delle scelte maturate all’interno della comunità italiana di politica estera.
Gabriele Natalizia (1980) è professore associato per il Dipartimento di Scienze politiche di Sapienza Università di Roma, direttore del Centro Studi Geopolitica.info e Non Resident Senior Fellow dell’Atlantic Council (Washington D.C.).

