27/10/2026
Politica Militare

I militari a Milano e il futuro dell’Esercito

di Matteo Mazziotti di Celso

Sono ormai circa 35 anni che l’Italia impiega in maniera massiccia il proprio Esercito per supportare le forze di polizia all’interno del territorio. Forse è venuto il momento di riconoscere che questo impiego è strutturale?

La scorsa settimana si è tornati a parlare, per l’ennesima volta, dell’operazione Strade Sicure. Lo si è fatto perché, a seguito dei gravi eventi che si sono verificati a Milano durante il fine settimana del 17-18 ottobre, il governo ha approvato un decreto-legge che ha previsto un ulteriore rafforzamento dell’operazione. Il decreto ha infatti autorizzato l’impiego a Milano di altri 500 soldati per circa tre mesi, fino al 31 dicembre. Inizialmente, la proposta prevedeva, oltre all’incremento del contingente, anche un rafforzamento dei poteri dei militari schierati a Milano. Attualmente ai militari di Strade Sicure la legge conferisce la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, che consente di fermare una persona per identificarla. Per rendere più efficace il loro intervento, l’idea era di attribuire ai militari anche poteri di polizia giudiziaria, consentendo loro di procedere anche all’arresto. 

Va notato che non è la prima volta che si chiedono i poteri di polizia giudiziaria per l’Esercito. Già nel 1992, infatti, in occasione del primo massiccio impiego interno delle forze armate a supporto delle forze di polizia, i militari hanno chiesto di essere dotati di questi poteri. La loro attribuzione era prevista nel primo decreto Vespri Siciliani – il nome dell’operazione dell’Esercito in Sicilia –, ma venne poi eliminata a seguito della forte resistenza dell’opposizione. La proposta riemerse nel 2005, quando il governo di centrodestra tentò di inserirla nel decreto Pisanu, salvo poi ritirarla, ancora una volta di fronte alla contrarietà delle opposizioni.

Come avvenuto in passato, anche questa volta la proposta è stata infine accantonata per diverse ragioni. La prima riguarda le competenze: i militari possono svolgere efficacemente compiti di pubblica sicurezza, come il controllo del territorio, e lo hanno dimostrato nel tempo. La gestione dell’ordine pubblico, soprattutto quando comporta intervenire su una folla, richiede però una preparazione diversa e specifica. La seconda ragione è politica. Attribuire ai militari poteri propri delle forze dell’ordine significherebbe ammettere una grave difficoltà nella gestione della sicurezza: riconoscere, cioè, una situazione di crisi tale da rendere necessario un ulteriore intervento dell’Esercito. Un’ammissione difficile da giustificare a livello politico.

Secondo diverse fonti, il rifiuto di questa proposta sembra essere stato dovuto soprattutto all’intervento del Quirinale. Secondo Il Post erano contrari a questa proposta anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e il capo della polizia Vittorio Pisani, così come i principali sindacati della polizia. Di fronte a questa resistenza, il Ministro Crosetto si è detto “deluso e preoccupato”, e pare abbia dichiarato in Consiglio dei Ministri che, in queste condizioni, l’incremento non avrebbe molta efficacia.

Alla fine, quindi, Milano ha visto la presenza di 500 nuovi militari afferenti al contingente di Strade Sicure, che con questo aumento è passato a circa 7.300 unità. Se poi si considerano anche le 3.200 unità che sono state autorizzate in commissione Difesa alla Camera a seguito del voto sulla risoluzione presentata dalla Lega, il numero complessivo del contingente di Strade Sicure schierato in Italia dovrebbe a breve superare le 10.000 unità. L’impegno effettivo per l’Esercito, tuttavia, è ben più ampio: secondo quanto spiegato dalle autorità militari, per ogni soldato schierato occorre considerarne uno in preparazione e uno in recupero. Applicando questo rapporto, sarebbero circa 30.000 i militari coinvolti nel ciclo di impiego dell’operazione, con conseguenti limitazioni alla disponibilità per l’addestramento al combattimento. Per comprendere l’ordine di grandezza, basti ricordare che, secondo quanto riferito dal generale Farina in Parlamento nel 2022, la componente operativa dell’Esercito contava circa 45.000 unità. L’impegno legato a Strade Sicure equivarrebbe quindi a circa due terzi di quella consistenza: un peso considerevole per una forza armata chiamata anzitutto a prepararsi alla difesa del Paese. 

Colpisce quanto siano state poche le voci contrarie. Sul piano politico, del resto, è difficile contestare un’operazione che gode di un consenso popolare così ampio. Un sondaggio realizzato a dicembre 2025 dal sottoscritto insieme ai professori Vincenzo Bove e Fabrizio Coticchia, tramite l’Università di Genova, ha rilevato un sostegno a Strade Sicure vicino all’80%.

Gli attori contrari all’operazione

Le principali resistenze all’operazione provengono oggi da due attori. Il primo è rappresentato dalle forze di polizia, soprattutto dalle loro organizzazioni sindacali, che hanno ripetutamente contestato l’impiego dei militari nel controllo del territorio. Già nel 1992, con l’avvio dell’operazione Vespri Siciliani, esponenti e sindacati di polizia sottolineavano come i soldati non disponessero della formazione e delle competenze specifiche richieste per questi compiti. La loro proposta era di destinare le risorse stanziate per le operazioni militari al potenziamento delle forze di polizia, anzitutto attraverso nuove assunzioni. Nel corso degli anni, tuttavia, queste richieste hanno trovato scarso ascolto.

Il secondo attore sono i vertici delle forze armate. A differenza della polizia, l’atteggiamento delle Forze armate verso questa operazione non è stato costante nel tempo. Come ho spiegato nel dettaglio in una mia ricerca pubblicata su European Journal of International Security, inizialmente, i vertici dell’Esercito, o perlomeno una buona parte di essi, hanno accolto (se non addirittura spinto per) questa operazione. A spingerli era una questione di pragmatismo: nei primi anni di Strade Sicure, l’Esercito ha dovuto affrontare gravissimi problemi di risorse, che gli causavano gravi deficit, sia in termini di prontezza operativa che di manutenzione di mezzi, materiali e infrastrutture. L’operazione, dunque, era un modo per riuscire a ottenere qualche risorsa in più, oltre che per incrementare la visibilità dell’istituzione. Ma quando Strade Sicure è iniziata, il personale impiegato era pari a poco più di 3.000 unità, e la durata dell’operazione doveva essere limitata. Col passare degli anni, il numero dei militari è praticamente triplicato. Contemporaneamente, l’impegno all’estero è aumentato e gli organici sono diminuiti, mentre il bilancio non è cresciuto. Questa situazione è divenuta presto insostenibile, come denunciato da tutti i vertici della Forza armata in un’indagine conoscitiva condotta tra il 2019 e il 2020 in Parlamento. Oggi c’è un forte malcontento nelle Forze armate, reso evidente non solamente dalle dichiarazioni critiche da parte del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ma anche e soprattutto dal Ministro della Difesa. Crosetto inizialmente ha avuto un atteggiamento più favorevole verso l’operazione (l’aumento degli organici era previsto nel programma elettorale del suo Partito), ma presto si è schierato contro e ha cominciato a più riprese a chiedere uno stop all’aumento del personale schierato e ha sostenuto una graduale sostituzione dei militari con le forze dell’ordine.

Che soluzione?

In questa rubrica si è discusso più volte di Strade Sicure. Si è spiegato che l’operazione è dannosa per le Forze armate, in particolare per l’Esercito, per diversi motivi. In primo luogo, perché sottrae quotidianamente decine di migliaia dei nostri militari all’addestramento di specialità, riducendone le capacità operative. In secondo luogo, perché impone uno sforzo troppo grande all’Esercito, che deve fare i conti con una moltitudine di impegni, in Italia e all’estero, con organici insufficienti – si rimanda a un mio articolo in cui spiego bene il problema –, creando un problema di sovraimpiego i cui effetti vengono pagati dai nostri militari e dalle loro famiglie. In terzo luogo, perché, trattandosi di un’operazione che snatura il compito delle forze armate, svilisce la loro dignità e ne provoca un documentato calo di motivazione. In ultimo, perché diffonde tra la popolazione un’immagine erronea delle forze armate, un’istituzione che può svolgere questi compiti, ma solo in casi di emergenza. Un’immagine di questo tipo contribuisce poi a sviluppare aspettative di questo tipo nelle reclute, che potrebbero poi incontrare difficoltà quando sarà loro chiesto di prepararsi al combattimento.

Come spiegato, l’operazione ha un grande consenso popolare. Che si capisce, se si considera che gli italiani hanno un’ottima percezione delle Forze armate, che danno priorità assoluta alla sicurezza interna, e che i nostri militari svolgono il loro compito con grande professionalità e serietà. In un contesto di questo tipo, mettere fine all’operazione è molto difficile. Non a caso l’operazione dura da diciotto anni – anche prima se si considera che questa pratica inizia nel 1992 e non si è quasi mai arrestata – e tutti i governi italiani non sono riusciti a fermarla. Chi ci ha provato, come i ministri Pinotti e Guerini (e oggi Crosetto), ha dovuto fare rapidamente marcia indietro. Uno dei motivi è che per mettere fine a questa operazione servono soldi per assumere nuovi poliziotti, ma non pare ci sia un contesto favorevole.

Il problema è che, se da una parte è evidente che ritirare i militari dell’Esercito schierati in Strade Sicure è praticamente impossibile – altrimenti questo impiego non andrebbe avanti dal 1992 – dall’altra si fatica a riconoscerne il carattere strutturale e a trarne le conseguenze sul piano organizzativo.  Se l’impiego delle forze armate a supporto della polizia è qualcosa di cui non si può fare a meno, come è evidente, occorrerebbe infatti cercare di organizzarlo in maniera tale da tutelare la prontezza operativa dell’Esercito. Invece di schierare i nostri reparti più prestigiosi e più preparati, si potrebbero dare alla forza armata le risorse per assumere del personale per creare dei reparti ad hoc, specializzati nella sicurezza interna. È quello che si è fatto, per esempio, in Spagna, dove si è deciso di istituire la Unidad Militar de Emergencias (UME), corpi militari interamente dedicati agli interventi nelle emergenze e nella protezione civile. Pur trattandosi di compiti diversi da quelli di polizia, l’esempio spagnolo mostra come sia possibile dotarsi di strutture dedicate, n modo da rendere più chiara la destinazione del personale e adeguarne l’addestramento. Una scelta di questo tipo avrebbe il vantaggio di offrire a chi si arruola prospettive d’impiego più definite, garantire una preparazione specifica e consentire agli altri reparti di concentrarsi sulle proprie funzioni operative. 

Chiaramente, una proposta di questo tipo andrebbe incontro a grandi resistenze. In primo luogo, da parte delle forze di polizia, che difficilmente accetterebbero la creazione di un ulteriore corpo dedicato alla sicurezza interna, accanto alle quattro forze di polizia nazionali e ai corpi di polizia locale. In secondo luogo, dalla politica, che dovrebbe trovare le risorse per aumentare gli organici dell’Esercito e il coraggio per ammettere che la situazione interna è così grave da dover richiedere l’istituzione di un nuovo corpo di sicurezza interna. Si tratterebbe, tuttavia, di dare una forma stabile a una pratica che ricorre da oltre trent’anni e che continua a essere gestita attraverso strumenti emergenziali. Riconoscerne la continuità consentirebbe di definirne con maggiore chiarezza compiti, risorse e responsabilità, riducendo le ricadute sull’addestramento dell’Esercito.

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