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06/11/2025
Europa

La mobilità militare europea e la sfida alpina: infrastrutture, resilienza e sicurezza continentale

di Andrea Arquilla

Negli ultimi anni, la mobilità militare è tornata al centro delle politiche europee di sicurezza e difesa. La capacità di spostare rapidamente truppe, equipaggiamenti e rifornimenti attraverso il continente è diventata una priorità strategica, strettamente legata alla credibilità della difesa europea e alla capacità di deterrenza dell’Alleanza Atlantica. 

Negli ultimi anni, la mobilità militare è tornata al centro delle politiche europee di sicurezza e difesa. La capacità di spostare rapidamente truppe, equipaggiamenti e rifornimenti attraverso il continente è diventata una priorità strategica, strettamente legata alla credibilità della difesa europea e alla capacità di deterrenza dell’Alleanza Atlantica. 

In questo scenario, la mobilità militare non è più una mera questione tattica, ma un’infrastruttura strategica europea. La guerra in Ucraina ha dimostrato come la logistica rappresenti il cuore della resilienza in tempo di crisi. I continui attacchi ai sistemi digitali ferroviari ucraini e russi hanno evidenziato, inoltre, che la dimensione cibernetica della mobilità è ormai parte integrante della guerra moderna. L’interruzione di reti fisiche o digitali di trasporto può avere conseguenze immediate sulla capacità di difesa collettiva.

Le sfide sono molteplici: standard ferroviari non omogenei, ponti non adeguati al peso dei mezzi moderni, infrastrutture fragili o obsolete, e un eccesso di burocrazia che rallenta i movimenti transfrontalieri. Per questo, la mobilità militare è oggi considerata un pilastro della Strategia europea per la difesa, integrata nel Libro bianco per la difesa europea – Readiness 2030, pubblicato nel marzo 2025, che la indica come una delle sette aree prioritarie di capacità.

Infrastrutture, interoperabilità e limiti del sistema europeo

L’Unione europea e la NATO hanno avviato negli ultimi anni una cooperazione sempre più stretta per affrontare le barriere alla mobilità militare. L’UE, attraverso il Meccanismo per collegare l’Europa (Connecting Europe Facility – CEF Military Mobility), finanzia progetti infrastrutturali a duplice uso – civile e militare – con l’obiettivo di potenziare ponti, ferrovie e porti in grado di sostenere il transito di mezzi militari pesanti. Tuttavia, il budget di 1,7 miliardi di euro previsto per il periodo 2021–2027 si è rivelato insufficiente rispetto alle esigenze del continente.

Il Rapporto dello special advisor Sauli Niinistö del 2024, Rafforzare la preparazione e la prontezza civile e militare dell’Europa, ha ribadito la necessità di accelerare i lavori, ricordando che la modernizzazione infrastrutturale deve andare di pari passo con la semplificazione delle procedure doganali e amministrative. La frammentazione normativa, infatti, continua a ostacolare l’idea di una “Schengen militare” capace di consentire movimenti rapidi e coordinati attraverso i confini europei.

Invece, negli ultimi anni la cooperazione tra istituzioni è progredita: il progetto PESCOMilitary Mobility”, guidato dai Paesi Bassi e aperto anche a partner non UE mira a uniformare le specifiche tecniche e a creare corridoi militari prioritari. Parallelamente, nel 2024 gli Stati membri hanno sottoscritto il Military Mobility Pledge, impegnandosi a realizzare entro il 2026 tredici azioni concrete per accelerare i movimenti transfrontalieri e rafforzare il coordinamento con la NATO.

L’Alleanza Atlantica, dal canto suo, ha istituito strutture operative dedicate, come il Joint Support and Enabling Command (JSEC), con sede a Ulm, e il Movement Coordination Centre Europe. Questi organismi hanno il compito di coordinare i movimenti logistici su larga scala, garantendo interoperabilità e prontezza operativa. Inoltre, nel 2025, il Segretario generale Mark Rutte ha sottolineato la mobilità militare come area di investimento prioritaria in vista del nuovo obiettivo del 1,5% del PIL per la spesa in sicurezza e difesa.

Nonostante i progressi, le verifiche interne dell’UE mostrano che la convergenza burocratica e infrastrutturale procede lentamente. La proposta di Quadro finanziario 2028–2034 prevede un incremento di dieci volte del finanziamento per la mobilità militare rispetto al precedente, segno che l’Unione europea intende affrontare in modo sistemico il tema della resilienza infrastrutturale.

L’arco alpino come banco di prova della resilienza europea

Nel contesto europeo e soprattutto italiano, l’arco alpino rappresenta un banco di prova decisivo per la strategia di Military Mobility

Le Alpi costituiscono infatti il principale collegamento terrestre tra l’Italia e il resto d’Europa, veicolando circa l’80% degli scambi commerciali del Paese con il continente. La funzionalità dei valichi alpini influisce direttamente sulla competitività industriale e sull’efficienza delle catene di approvvigionamento europee. A ciò si aggiunge il ruolo crescente del Mediterraneo come hub globale: gran parte dei flussi marittimi diretti verso l’Europa centrale passa dai porti italiani, per poi attraversare l’arco alpino. Garantire la solidità e la resilienza di questi corridoi è quindi essenziale non solo per il mercato unico, ma anche per la sicurezza collettiva.

Le infrastrutture alpine fanno parte delle reti TEN-T e rientrano tra i percorsi prioritari anche per la mobilità militare. Nel quadro del CEF Military Mobility, la capacità di spostare rapidamente e in sicurezza truppe e materiali attraverso le Alpi è un fattore determinante per l’interoperabilità e la prontezza delle forze armate europee. 

Tuttavia, nonostante la loro centralità strategica, le infrastrutture di attraversamento dell’arco alpino restano oggi esposte a un’elevata vulnerabilità strutturale e gestionale. I principali valichi, come il traforo del Monte Bianco, sono interessati da lavori pluriennali che ne limitano la capacità, mentre molti collegamenti secondari presentano vincoli tecnici e normativi che riducono la possibilità di transito per i mezzi pesanti o speciali. A ciò si aggiungono divieti notturni e l’assenza di alternative realmente operative, che rendono il sistema fragile di fronte a interruzioni anche temporanee.

Queste criticità delineano un quadro di rischio in cui la chiusura di un singolo corridoio può generare ripercussioni significative sull’intera rete europea di trasporto, con effetti immediati sulla logistica industriale e sul potenziale di mobilità strategica. Eventi climatici estremi, incidenti infrastrutturali o semplici ritardi nei lavori possono tradursi in colli di bottiglia prolungati, mettendo in tensione i flussi commerciali e ostacolando la capacità di movimento di mezzi e materiali in scenari di crisi.

In questo senso, l’arco alpino rappresenta non soltanto una delle aree più sensibili della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T), ma anche un indicatore della resilienza complessiva del continente: la sua fragilità logistica riflette la distanza ancora esistente tra l’obiettivo di una mobilità militare integrata e la realtà infrastrutturale europea.

Resilienza e continuità: la misura della capacità europea

La mobilità militare europea non può essere separata dalla resilienza infrastrutturale del continente. Le Alpi, per la loro funzione economica, logistica e geopolitica, costituiscono il crocevia in cui si misura la capacità dell’Unione di garantire libertà di movimento, sicurezza e prontezza operativa.

Una strategia europea di difesa efficace deve partire dal rafforzamento delle connessioni fisiche e digitali che sostengono tanto il mercato unico quanto la sicurezza collettiva. Solo una mobilità integrata – civile e militare, continentale e transfrontaliera – potrà assicurare all’Europa e all’Italia la capacità di reagire rapidamente alle crisi e di affermarsi come attore geopolitico credibile e coeso. Per queste ragioni è necessario aspettare la prima proposta della Commissione europea sulla Military Mobility e analizzare se e come verrà trattato il tema della permeabilità alpina. 

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