Alcune riflessioni a margine della recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
1938, c’era una volta Monaco
Monaco ha un fascino politico particolare, capace di suscitare ricordi vividi che contrastano con il pallido bianco e nero delle fotografie di un secolo troppo breve e violento per andare in dissolvenza. Stabilire parallelismi tra la Monaco del ’38 e quella attuale rientra tra gli esercizi concettuali più difficili: se allora il leit motiv era un appeasement che stava ad indicare una pacificazione a ogni costo, oggi il focus si è spostato sull’under destruction, cioè sulla consapevolezza del crollo dell’ordine globale. L’attuale instabilità porta ad ipotizzare la nascita di un nuovo sistema non più basato sul diritto internazionale ma sulle logiche di potenza. Ora come allora si osserva la sovranità di paesi non abilitati a condividere i tavoli che contano, Cecoslovacchia un tempo Ucraina oggi, pur essendo parti integranti di questioni lasciate nelle mani di altri; se nel ‘38 si era desiderosi di comprare la pace, oggi con il defilamento americano, si potrebbe giungere a paci forzate per addivenire ad una stabilità che è impossibile dare per certa. In ambedue i momenti le democrazie occidentali si sono trovate in serie difficoltà nel mostrare forza e convinzioni credibili, con la consapevolezza di vulnerabilità militari inaccettabili a fronte dell’aggressività di Mosca, economicamente già convertita alla guerra totale. Il contrasto è ancora tra revisionismo territoriale e torti storici ed un ordine fondato sulle regole; se Kissinger fosse ancora tra noi, avrebbe notato come, mentre nel ’38 si fosse puntato ad evitare ad ogni costo una nuova guerra, nel 2026 si sia cercato di indirizzarsi verso la preservazione della civiltà, messa a rischio da escalation incontrollabili; quale ago della bilancia, al posto dell’Italia littoria, il dragone cinese, che si propone come soggetto politico abilitato e capace di interloquire con tutti, conservando un’indispensabile stabilità commerciale ed evitando un ingovernabile collasso russo che lo lascerebbe solo di fronte all’Occidente; un’ipotesi da evitare ricalcando il suo Global Security Initiative, congelando i guadagni territoriali russi, così come l’accordo del ‘38 cristallizzò l’annessione dei Sudeti. Nel vuoto pneumatico europeo, Pechino ha proposto regole, multipolarismo e cooperazione. Il grande Henry avrebbe sicuramente stigmatizzato la pericolosità di una Cina che, a differenza dell’Italia mussoliniana, detenendo un’incomparabile forza economica, sarebbe un errore confondere come un mediatore neutrale, possa non tanto vincere una guerra quanto una pace basata su un nuovo ordine.
Monaco: la politica distruttiva
L’anno passato J.D. Vance annunciava la fine di un’era; oggi, sembra che gli eventi abbiano travalicato i suoi stessi limiti toccando sia gli equilibri transatlantici sia quelli globali dando la possibilità a Rubio di introdurre evolutivamente la fase costruttiva della politica conservatrice presidenziale: il mondo è entrato in un periodo di politica distruttiva, preannunciata dal rapporto preparatorio, acuita dalle esternazioni trumpiane sulla Groenlandia, in aperta controtendenza, quanto meno formale, rispetto a quanto sostenuto per decenni sulla base di principi atlantici condivisi, sopravanzati da accordi transazionali mossi da interessi privati. A Monaco si è dunque consacrato il passaggio dall’era della cooperazione a quello della wrecking-ball politics; se Rubio ha stigmatizzato il nuovo corso americano, rassicurando l’Europa in via condizionata alla spesa militare, l’opinione pubblica europea percepisce Washington come un elemento di instabilità sedotto da un uso troppo diretto del potere, prova ne sia la spinosità del dossier Groenlandia, capace di aprire punti di faglia con Danimarca e UE, teoriche sentinelle di un’area, quella artica, che Mosca, pronta ad abbandonare l’Unclos, vuole trasformare in un bastione. Sullo sfondo, l’indeterminato logoramento ucraino e la frammentazione di un’Europa lacerata dai distinguo. Di fatto l’Europa ha certificato la sua necessità esistenziale di dover realizzare una vera ed autonoma sovranità strategica cui associare concrete capacità militari. Bruxelles detiene economia, tecnologia, mercato e moneta, ma non ancora una postura geopolitica, cosa che trasforma ogni crisi con Washington in una crisi di identità. L’ambivalenza politica produce un paradosso, con gli USA che chiedono più fiducia proprio quando praticano una politica che invece la usura; il problema è vedere se l’Europa intenda diventare soggetto geopolitico pensante capace di agire in funzione dei propri interessi, trovandosi all’inizio di una nuova fase nella quale il sostegno degli USA rimane esiziale ma non più scontato. Resta il fatto che per comprendere l’attuale politica di Rubio, fatta di eredità storica condivisa e di supply chain, è indispensabile aver metabolizzato il ruvidissimo e populista Vance, pronto a sezionare le visioni più ottimistiche di Davos. Attenzione però: l’aggressivo Vance ed il più ecumenico Rubio sono due facce della stessa medaglia, visto che il primo ha risvegliato le necessità finanziarie utili al riarmo ed il secondo ha teso la mano. Quel che emerge dal discorso di Rubio è la fine del neoliberismo in quanto causa di delocalizzazione industriale e debolezza strategica.
Monaco, il player imprevisto
Ecco che però entra in gioco un player imprevisto, il Canada di Carney, cui l’UE ha inteso consentire l’accesso ai piani di riarmo del Security Action for Europe, il programma di prestiti da centocinquanta miliardi di euro necessari per finanziare acquisti di armamenti e rafforzare la produzione industriale continentale della difesa; di fatto si tratta di mettere a disposizione prestiti a basso costo per acquisti comuni aggregando la domanda. Ottawa interpreta il ruolo perfettamente, visto che è membro della Nato, percepisce la minaccia russa, punta alla modernizzazione della difesa ed è nella posizione di alleato storico degli USA, da cui ridurre ogni vulnerabilità, memore della forte posizione assunta a Davos. Per comprendere l’Europa va prima razionalizzato il vuoto washingtoniano, indice di un disimpegno che certifica la traslazione degli interessi statunitensi verso il teatro indo pacifico e verso la difesa del perimetro economico interno; di fatto più che ad un allontanamento europeo, è in atto un distacco strutturale americano. L’apertura dei lavori da parte del cancelliere tedesco intanto ha conferito lo stigma della riscoperta della politica di potenza di Berlino, intenta alla trasformazione delle sue Forze Armate ed alla rinascita della sua capacità militare, sostenuta da logiche di spesa nazionali senza nessuna mutualizzazione europea alla francese.
Da parte francese, il ragionamento si incentra infatti su visioni macroeconomiche che richiedono l’emissione di debito comune europeo necessario al finanziamento dell’industria bellica ed al sostegno al suo interesse a sostenere i propri grandi agglomerati industriali. Se è vero che il bancomat dovrebbe essere quello tedesco, i progetti non sono europei ma alimentati da un debito comune finanziato da tutti. Il colpo di genio macroniano sta tuttavia nella riarticolazione dottrinaria d’impiego della force de frappe integrata con gli interessi securitari comuni e, forse, utile a staccare assegni di una Berlino ancora avvinta alla copertura nucleare americana; beninteso, una politica non unanimemente condivisa, specialmente dalla Spagna di Sanchez e dove sembra sia giunto il momento di rivedere con attenzione la clausola di mutua difesa.
Monaco, le comunicazioni, l’economia, la Nato
Il focus conflittuale ha prestato dunque attenzione alla protezione delle vene pulsanti dell’economia globale, posto che la sicurezza non è solo questione di sistemi d’arma ma anche di continuità dei flussi delle supply chain; pur con le tensioni in corso tra Mar Rosso e Mar Cinese meridionale, è stata ribadita l’importanza della libertà di navigazione quale prerequisito della stabilità continentale, cui associare sia il rilancio del corridoio India-Medioriente-Europa (Imec), quale alternativa strategica alle rotte controllate dagli egemoni antagonisti, sia la sicurezza sottomarina per cui è stata proposta una bolla di sorveglianza Nato per monitorare costantemente le infrastrutture critiche sui fondali. La protezione dei corridoi marittimi e dei choke points si associa a quella proposta per le infrastrutture critiche e la guerra ibrida, posto che le infrastrutture sono considerati obiettivi militari soft. Tra le proposte emerse sia la creazione di cloni digitali, digital twins, delle reti esistenti per simulare asimmetricamente attacchi cyber e testare le capacità di adattamento e ripresa dei porti automatizzati come Rotterdam, sia la deterrenza infrastrutturale, per cui un attacco ad un’infrastruttura critica debba determinare una risposta collettiva comparando il sabotaggio cyber ad un’invasione territoriale. Analogamente, il conflitto ucraino ha evidenziato la vitalità dei corridoi ferroviari, cosa che ha condotto ad approfondire il tema delle solidarity lanes in modo da rendere permanenti e protette le rotte tra Ucraina ed Europa centrale ampliandone l’utilizzo anche come asse logistico militare e standardizzando ed uniformando scartamenti ferroviari e procedure doganali per permettere spostamenti più rapidi da Ovest a Est. Di fatto, l’Europa ha segnato il passaggio alla difesa operativa, e ad una più sensibile autonomia strategica che si vuole più pragmatica e meno astratta che in passato. L’Europa ha dunque adottato la dottrina della Total Defence, cosa che ha comportato che la distinzione tra infrastrutture civili e militari è ormai quasi scomparsa. In quest’ottica, per quanto attiene alla mobilità militare, è stata rappresentata la necessità di accelerare il finanziamento dei corridoi dual-use, ovvero di infrastrutture progettate per le esigenze commerciali civili ma in grado di sostenere peso e velocità dei mezzi pesanti della Nato diretti verso il fianco Est, unendovi un’efficiente capacità di reazione alle emergenze energetiche, posto che la protezione fisica e cyber dei terminali GNL e dei cavi sottomarini rientra ormai nelle priorità assolute per la sopravvivenza economica. Anche le catene di approvvigionamento sono state poste alle luci della ribalta, con blacklisting ed esclusione dei fornitori a rischio, rendendo obbligatori i bandi di partecipazione per aziende provenienti da Paesi non allineati, specialmente per il 5G e la fibra ottica e con accentramento delle procedure d’appalto a Bruxelles per evitare anelli deboli nella catena continentale. Viste le incertezze della politica commerciale americana e l’influenza cinese, l’Europa ha presentato progetti per diversificare i flussi, grazie al Corridoio Trans-Caspico, rotta che collega l’Europa all’Asia centrale scavalcando la Russia, ed il discusso Patto Logistico col Mercosur, con cui l’Europa tenta di blindare i corridoi logistici con l’America Latina quale assicurazione contro eventuali ed aggiuntivi dazi USA. Se Rubio ha parlato di unione di civiltà, realisticamente i paesi europei hanno risposto puntando alla sopravvivenza della partnership ma alla contestuale fine della dipendenza.
Monaco, la nuova Europa?
Probabilmente l’Europa ha bisogno di rivisitare la propria struttura istituzionale, cominciando a rivedere il sistema consensuale tra i 27 Paesi e la possibilità di adottare differenti velocità, con una politica estera coordinata che preveda l’integrazione inglese post Brexit. Che si tratti di misure necessarie lo dimostra l’esitazione sulla posizione assunta sia dopo il rovesciamento di Maduro, superato in termini di rilevanza da Kiev, sia sulla querelle groenlandese, che riflettono la posizione di cancellerie che hanno bisogno degli Stati Uniti verso cui tuttavia non nutrono più la stessa fiducia di un tempo. Del resto, se è vero che Bruxelles non può certo controllare né elezioni né sbalzi d’umore, è altrettanto vero che può e deve sovrintendere alle spese per una difesa quanto mai debole ma necessaria dove non si capisce chi debba comandare, e per la coesione interna dove le difficoltà sono acuite dalla corsa contro il tempo in Ucraina, dove quello che è nato come blitzkrieg da pochi giorni è entrato nel suo quinto anno. Il problema culturale e politico, secondo Rubio, sta nel fatto che l’Europa deve contribuire a mettere in salvo la civiltà comune affrontando un declino determinato da scelte forse non sempre adeguatamente meditate; del resto, secondo Merz, l’ordine mondiale così come è stato conosciuto, per quanto imperfetto, non esiste più ed è tornata la politica delle grandi potenze.
Monaco e Kissinger
Monaco 2026 è stata dominata dal tema dell’under destruction che ha delineato il quadro di una frammentazione in linea con quanto immaginato da Kissinger; partendo dalla wrecking ball politics l’uomo della realpolitik avrebbe ufficializzato la fine del mondo creato post 1945, vista la fase transazionale americana e l’assoluta assertività russa, entrambe foriere di equilibri troppo precari ed affini a quelli antecedenti il 1914. Guardando all’Ucraina e a Bruxelles che tenta di recuperare troppo repentinamente un gap difensivo fin troppo ampio, Kissinger avrebbe probabilmente riproposto la sua battuta “chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?” vista come un gigante economico ed al contempo un nano politico, senza contare la sua ossessione finale per la tecnologia con l’IA deleteria per il concetto della deterrenza perché troppo veloce per la diplomazia umana. Last but not least mentre la MSC 2026 ha discusso di come contenere l’asse Pechino-Mosca, Kissinger avrebbe probabilmente ribadito il suo più grande timore strategico, ovvero l’aver permesso lo strettissimo abbraccio sino russo. Insomma una Monaco non come un think tank colmo di soluzioni quanto piuttosto il capezzale di un ordine in agonia incapace di raggiungere un equilibrio di potere basato sulla realtà ed in grado di evitare la distruzione citata dal report. Di fatto, il pericolo più grande a Monaco forse non è stato l’abbandono del tavolo da parte degli americani, quanto piuttosto che ambiguità e sfiducia diventino la norma. Se a Monaco si impara che la pace non è assenza di conflitto ma la presenza di deterrenza credibile, è accettabile pensare che il discorso pacificante di Rubio sia stata sì una mano tesa, ma piena di clausole scritte in caratteri piccolissimi.

