L’interpretazione della politica estera dell’Amministrazione Trump rappresenta una sfida non da poco per gli studiosi di relazioni internazionali. Le particolarità del Presidente meno ortodosso della storia americana si sono inevitabilmente scontrate con i modelli classici e ordinati immaginati dalle teorie tradizionali. Una nuova interpretazione del sistema internazionale oggi in gestazione è stata offerta di recente da due studiosi, e merita una lettura approfondita. Si starebbe configurando un ordine internazionale “neo-regalista”, basato su reti di élite ultra-ristrette che si spartiscono potere politico e ricchezza anche a discapito dello Stato da essi rappresentato. Di fatto, un mondo i cui predecessori sarebbero da ricercarsi ancora prima dell’epoca degli Stati vestfaliani.
Siamo ormai da un decennio in quella che probabilmente verrà ricordata dai libri di storia come l’era Trump. Un periodo che sembra definito dall’erosione dell’ordine internazionale basato sul diritto, sul commercio e sull’integrazione, in favore di un ritorno della realpolitik basata su crudi calcoli di potenza militare, tecnologica e demografica, con un occhio di riguardo per gli interessi perpetui degli Stati determinati dalle loro caratteristiche geografiche (la geopolitica, appunto).
Ma se accettiamo come verità che l’epoca comprendente le due presidenze Trump rappresenti un momento di spaccatura per l’ordine internazionale, e che ciò sia anche dovuto alla personalità peculiare dello stesso Trump, risulta allora strano che il campo delle relazioni internazionali non abbia reagito se non ribadendo teorie già sviluppate in epoche diverse.
Questo era il caso almeno fino al settembre scorso, quando Stacie E. Goddard e Abraham Newman, due professori del Wellesley College, nel Massachusetts, hanno proposto una nuova visione dell’ordine internazionale che sta emergendo sotto i colpi dell’Amministrazione Trump. Si tratterebbe di un sistema “neo-regalista” (traduzione possibile di neo-royalism, preferibile a formule già cariche di significato come “neorealismo” o “neo-monarchismo”), i cui predecessori sarebbero da ricercarsi non nell’epoca vestfaliana dominata dagli Stati di stampo europeo, ma in un’epoca ancora precedente (da cui il titolo dell’articolo: “Further Back to the Future”), dominata da gruppi di élite ristrette (“clique“) intorno a sovrani assoluti.
L’epoca di Trump e le teorie classiche
Le prime lezioni di qualsiasi corso introduttivo alle relazioni internazionali sono dedicate al “realismo“. Esistono vari rami del realismo, ma tutte enfatizzano gli Stati in quanto attori principali del sistema, e la potenza come unica variabile veramente degna di nota che determina la loro posizione nell’ordine internazionale, per definizione anarchico. Non può stupire che gli accademici realisti più accreditati hanno spesso avuto vita facile nel rivendicare le azioni dell’Amministrazione Trump come una conferma del loro modo di interpretare la politica internazionale. Quando all’indomani del raid in Venezuela il consigliere Stephen Miller ha dichiarato alla CNN che “viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza”, e che “queste sono le leggi di ferro del mondo sin dall’alba dei tempi”, non avrebbe potuto essere più didascalico nell’illustrare i precetti del realismo più oltranzista. Commentando l’ultima National Security Strategy, il professor John Mearsheimer, forse il più illustre rappresentante della scuola realista tra i viventi, ha notato “una profonda inclinatura realista”. Lo stesso Mearsheimer ha dichiarato di approvare la linea di Trump sull’Ucraina, in quanto ritorno a una politica delle “sfere di influenza”, cioè un’inevitabile spartizione del pianeta tra le grandi potenze che secondo molti realisti può però aiutare a prevenire un conflitto su larga scala.
Nonostante l’esplicito endorsement dell’Amministrazione alla realpolitik, non si sono dati per vinti i fautori dell’altro approccio classico alle relazioni internazionali: il liberalismo. A differenza dei realisti, i liberalisti cercano di ampliare la definizione di “potenza”, enfatizzando il ruolo di fattori come il commercio e le istituzioni nazionali ed internazionali. Niente meno che Robert Keohane e Joseph Nye, che quasi cinquant’anni fa diedero alle stampe uno dei testi chiave della scuola liberale, sono intervenuti di recente su Foreign Affairs con una forte critica dell’Amministrazione Trump. Secondo i due accademici, politiche come l’assalto frontale alle istituzioni multilaterali, i tagli alla ricerca e l’aggressività verso gli alleati, sono strategie dannose e mal riposte. Finiranno infatti per indebolire gli stessi Stati Uniti, la cui potenza è fortemente collegata all’interdipendenza tra i molteplici soggetti del sistema internazionale. Keohane e Nye rivendicano inoltre di aver previsto la possibilità che un Paese forte con un deficit commerciale significativo (“interdipendenza asimmetrica”) possa usare a suo vantaggio la dipendenza dei suoi partner dall’accesso al proprio mercato. In pratica, proprio quello che entrambe le Amministrazioni Trump hanno provato a fare tramite le guerre dei dazi.
Merita infine un breve cenno anche le teorie costruttiviste, che nel campo delle relazioni internazionali sono riassumibili nella massima di Alexander Wendt: “l’anarchia è ciò che gli Stati ne fanno”. I costruttivisti sostengono infatti un approccio non dogmatico alle relazioni internazionali, ed enfatizzano l’importanza delle idee, norme e princípi, appunto costruzioni sociali, nel comportamento degli Stati. Si sarà già intuito che la poca importanza che Trump sembra attribuire a quasi tutte le norme tanto politiche quanto comportamentali che altri Presidenti davano per scontate, ha portato almeno uno studioso a rivendicare il tycoon addirittura come il “primo Presidente costruttivista”, anche se non certo in senso positivo.
Il neo-regalismo e le sue novità
Senza nulla togliere ai grandi filoni teorici, è lecito sollevare qualche dubbio riguardo alla loro efficacia nell’interpretare un sistema internazionale che con Trump alla Casa Bianca ha toccato nuovi vertici di imprevedibilità. Per quanto la nuova National Security Strategy sia impregnata del linguaggio delle sfere di influenza, Trump dimostra ben poco di quella moderazione, nei toni e negli obiettivi, che la scuola realista pur considera come tratto fondamentale di un capo di Stato. Né appaiono molto sensate le posture aggressive contro l’alleato canadese o la brama espansionistica verso la Groenlandia, territorio di cui, in caso di conflitto, gli Stati Uniti potrebbero già disporre quasi senza restrizioni. La scuola liberale, nel frattempo, soffre inevitabilmente i tempi che corrono, in cui la fiducia verso diritto internazionale, istituzioni multilaterali e libero commercio appare ai minimi storici dal dopoguerra.
Enter Goddard e Newman. Secondo i due autori, leggere il mondo attuale attraverso la chiave vestfaliana alla quale siamo abituati equivale ad “indossare paraocchi intellettuali”. Invitano quindi ad andare più indietro nel tempo, per scoprire strutture come il sistema tributario cinese, il Chinggisid dei discendenti di Genghis Khan e, per restare in Europa, il sistema dinastico che reggeva gli equilibri del continente prima che emergessero gli Stati-nazione. Oggi il mondo starebbe dunque ritornando verso un mondo “neo-regalista”, nel quale varie cliques (“cricche” o “cerchie”) intorno a singoli sovrani dal potere che tende all’assoluto, operano per estrarre benefici materiali ed incrementare il loro potere politico nonché status all’interno di un sistema internazionale apertamente gerarchico. Mentre tendenze neo-regaliste esistono in Paesi come l’Ungheria di Orban, la Russia di Putin, l’India di Modi (anche l’Italia al tempo di Silvio Berlusconi merita una menzione nell’articolo), la posizione di Trump al vertice della massima potenza mondiale gli conferisce un’influenza senza eguali per plasmare l’intero sistema globale a propria immagine.
Quali sono quindi le novità che caratterizzano il sistema neo-regalista rispetto ai modelli vestfaliani e liberali che convivono da oltre tre secoli? Goddard e Newman ne identificano quattro principali. Innanzi tutto, gli attori principali: come già accennato, nel mondo neo-regalista cricche ultra-ristrette intorno ai sovrani sostituiscono Stati e istituzioni in quanto cardini del sistema. In tali cliques possono essere presenti diverse combinazioni di membri delle élite politiche, militari ed economiche. Nel caso dell’America di Trump, Goddard e Newman identificano la famiglia del Presidente, gli ultra-lealisti Kristi Noem e Stephen Miller, e i multimiliardari del settore tech Peter Thiel di Palantir e Marc Andreessen come alcuni membri chiave della cerchia intorno a Trump.
Ulteriori novità già accennate sono lo scopo del nuovo ordine, e i mezzi che i suoi attori sono disposti ad impiegare per mantenerlo in piedi. Nel sistema neo-regalista l’obiettivo non è né la sovranità o il benessere della collettività, ma la creazione di una gerarchia nella quale le élite dominanti detengono potere politico e ricchezza, ovvero sia beni simbolici che materiali. Il mondo neo-regalista rigetta l’uguaglianza sovrana tra gli Stati in favore di un sistema in cui solamente tra “grandi cricche” ci si riconosce. Il capo del governo canadese, intanto, può essere dispregiativamente chiamato “governatore“, e la sovranità danese sulla Groenlandia messa in discussione. Per oliare il sistema, le cerchie intorno ai sovrani scambiano rendite, doni e tangenti che aumentano la propria ricchezza indipendentemente da quella del Paese, e a volte a suo discapito. L’aereo donato dal Qatar al Presidente non sarebbe quindi un semplice atto di corruzione, bensì parte di un rituale tributario in cui una clique riconosce la superiorità di un’altra e se ne assicura la protezione. Anche le guerre commerciali scatenate da Trump, che ritratta molte delle tariffe imposte alla Cina ma fa pressione su Unione Europea e Messico, hanno poco senso se lette in chiave di realpolitik vestfaliana, ma sarebbero invece da leggersi come strategie usate dalla cerchia al potere per spremere una rendita anche dagli alleati. È del resto ormai chiaro che i negoziatori di molti Paesi, ad esempio il Vietnam che permette alla famiglia Trump di inaugurare un progetto immobiliare da un miliardo e mezzo di dollari in violazione delle proprie leggi, trattano il Presidente Trump e la Trump Organization come una cosa sola. In caso di resistenza, esiste sempre la minaccia della superiorità schiacciante degli Stati Uniti. Ad esempio in Venezuela, dove il raid contro Maduro ha offerto a Trump una risorsa per attirare nella sua orbita i magnati dell’industria petrolifera, ed escludere chi, come Exxon, non dimostra sufficiente lealtà o fiducia verso il leader.
Ma se né la sovranità dello Stato, né il benessere della collettività offrono una raison d’être al sistema neo-regalista, quali sono le fondazioni della sua presunta legittimità? Secondo Goddard e Newman, l’ordine neo-regalista parla il linguaggio dell’eccezionalismo. Così come gli imperatori cinesi invocavano il proprio “mandato celeste” e i sovrani europei il diritto divino, leader contemporanei come Putin e Modi hanno effettivamente già dichiarato in diverse occasioni di star agendo per conto di Dio. Gli autori osservano però che nel mondo MAGA esistono diverse posizioni riguardo a cosa sia esattamente a determinare l’eccezionalismo del Presidente, se le sue proprie qualità personali (opinione spesso rimarcata dal Presidente stesso), un piano divino, o l’avvento di un futuro post-democratico guidato dai giganti del tech.
Nei mesi successivi alla pubblicazione del paper, si può dire che la tesi di Goddard e Newman sia diventata “virale”, almeno per quanto lo può essere un articolo accademico di teoria delle relazioni internazionali. Gli autori sono stati intervistati da Politico, e la teoria neo-regalista è stata soggetto di articoli del New York Times e Bloomberg, tra gli altri. Mentre seguiranno senza dubbio mesi e anni di intensi dibattiti, è possibile quantomeno riconoscere a Goddard e Newman il merito di aver sviluppato un modello innovativo, che analizza la politica estera degli Stati Uniti trumpiani senza derubricare le sue anomalie a effetti collaterali della personalità colorita di Trump. Gli autori chiudono la loro tesi chiarendo che un ordine internazionale sul modello del neo-regalismo non è inevitabile, oltre che certamente non auspicabile. Ma intanto, già da settembre potrebbe apparire in qualche curriculum universitario.

