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27/12/2025
Africa Subsahariana

Nigeria: tra terrorismo islamico, ombre cinesi e minoranze perseguitate

di Ferdinando Sorbilli

Con l'aumento della violenza da parte di Boko Haram e ISWAP nel Paese più popoloso dell'Africa, la possibilità di un intervento militare unilaterale da parte degli Stati Uniti riporta in auge il dibattito sulla responsabilità di proteggere. Tale azione potrebbe entrare in conflitto con gli interessi della Repubblica Popolare Cinese, uno dei maggiori partner economici di Abuja. Questa situazione rende la Cina un attore regionale fondamentale con cui discutere di un eventuale intervento.

Con l’aumento della violenza da parte di Boko Haram e ISWAP nel Paese più popoloso dell’Africa, la possibilità di un intervento militare unilaterale da parte degli Stati Uniti riporta in auge il dibattito sulla responsabilità di proteggere. Tale azione potrebbe entrare in conflitto con gli interessi della Repubblica Popolare Cinese, uno dei maggiori partner economici di Abuja. Questa situazione rende la Cina un attore regionale fondamentale con cui discutere di un eventuale intervento.

Nelle ultime settimane, il panorama geopolitico internazionale è stato ulteriormente scosso dalle comunicazioni intercorse tra il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Dipartimento della Difesa (informalmente chiamato Dipartimento della Guerra dopo la firma dell’ordine esecutivo da parte di Trump lo scorso 5 settembre 2025) riguardanti un possibile intervento militare in Nigeria

La Casa Bianca ha giustificato tale posizione sostenendo una presunta incapacità del governo di Abuja di garantire la sicurezza della minoranza cristiana, che è vittima delle violenze perpetrate da gruppi armati jihadisti presenti nel Paese. Il Presidente Trump ha minacciato di interrompere gli aiuti e di intervenire “armi spianate” in risposta a ciò che definisce come “una persecuzione dei cristiani” , suscitando la reazione del Presidente nigeriano Bola Tinubu, il quale ha ribadito la necessità di rispettare la sovranità nazionale e respinto le accuse di intolleranza religiosa definendole “obsolete e fuorvianti”. Questa potenziale proiezione di forza statunitense si inserisce in un contesto di fragile equilibrio regionale caratterizzato da una forte competizione tra potenze a causa della presenza di interessi economici e di ricche risorse minerarie. La Nigeria, gigante demografico ed economico del continente, è oggi un crocevia di interessi strategici dove l’egemonia occidentale si scontra con la pervasiva penetrazione economica proveniente da Oriente (in particolare dalla Cina).

Le radici del terrorismo islamico in Nigeria e lo scoppio della crisi umanitaria

Il paese è da oltre vent’anni teatro di una sanguinosa crisi interna combattuta tra il governo e Boko Haram, un movimento fondamentalista islamico nato nei primi anni 2000 in contestazione ai valori occidentali, che subì un processo di profonda estremizzazione a partire dal 2009 sotto la guida di Abubakar Shekau (deceduto poi in seguito ad un attacco perpetrato da membri dell’Islamic State West Africa Province nel 2021). Boko Haram, che mira alla completa islamizzazione della Nigeria e all’imposizione della Sharia, ha raggiunto l’apice della violenza nel 2014, anno del famigerato rapimento delle 278 studentesse nella città di Chibok, nel nord della Nigeria. Oggi lo scenario è ancor più frammentato: a Boko Haram si affianca l’ISWAP, nato da una scissione interna, mentre banditismo e violenze intercomunitarie aggravano il quadro. 

Per quanto riguarda le comunità cristiane, i dati sulla persecuzione sono allarmanti: secondo l’organizzazione Open Doors, la Nigeria è uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i fedeli cristiani, poiché nel paese si registrano annualmente migliaia di uccisioni e attacchi nei luoghi di culto. Le radici di tale violenza affondano in un terreno fertile fatto di deprivazione economica e analfabetismo, specialmente nel nord del paese, dove i tassi di scolarizzazione sono drasticamente inferiori rispetto al sud cristiano. Tale divario è eredità del periodo coloniale, durante il quale l’attività delle scuole missionarie fu limitata nel Nord per preservare le strutture di potere islamiche, favorendo invece il sistema tradizionale coranico. La mancanza di opportunità per la vasta popolazione giovanile ha creato un bacino di reclutamento ideale per i gruppi estremisti, che sfruttano le grievance locali aggravate dalle politiche interne inefficaci e dalla percezione popolare di un governo centrale corrotto. È in questo vuoto di sicurezza che si inserisce la minaccia di Trump, che rischia di trasformare una crisi interna in un conflitto internazionale.

La “Responsability to Protect”: soluzione praticabile o strumento di ingerenza estero?

Di fronte all’incapacità dello Stato nigeriano di garantire la sicurezza dei propri cittadini, il diritto internazionale offre, in teoria, lo strumento della Responsability to Protect (R2P). Adottata formalmente nel World Summit Outcome del 2005, questa dottrina stabilisce che la sovranità non è un diritto assoluto ma comporta la responsabilità di proteggere la popolazione da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità

Qualora lo Stato sia “manifestamente incapace” di proteggere la propria popolazione da crimini contro l’umanità e crimini di guerra perpetrati da gruppi terroristici, la responsabilità ricade sulla comunità internazionale, che può intervenire attraverso il Consiglio di Sicurezza, anche con l’uso della forza come extrema ratio. Tuttavia, l’applicazione della R2P in Nigeria incontra ostacoli formidabili. Sebbene le violenze contro i cristiani e le atrocità di Boko Haram possano rientrare nelle fattispecie previste dalla dottrina, il precedente della Libia nel 2011 pesa come un macigno. In quell’occasione, le risoluzioni n.1970 e n.1973 del Consiglio di Sicurezza, che autorizzavano misure per proteggere i civili, furono interpretate dalla NATO in modo estensivo, portando di fatto al cambio di regime nel paese e alla morte di Gheddafi. Questo esito ha generato diversi interrogativi per quanto riguarda gli effetti pratici dell’applicazione concreta della dottrina, infatti, nel caso di Cina e Russia, la R2P venne intesa più come un potenziale cavallo di Troia dell’interventismo occidentale

Sebbene l’Unione Africana abbia sancito il passaggio dalla ‘non-interferenzaalla ‘non-indifferenzaart. 4 comma (h) dell’Atto Costitutivo dell’Unione Africana – un intervento internazionale in Nigeria appare oggi irrealizzabile. La sovranità statale resta un ostacolo: il rifiuto nigeriano a ingerenze esterne e l’opposizione di Cina e Russia impediscono al Consiglio di Sicurezza ONU di autorizzare misure coercitive.

Repubblica Popolare Cinese: protettore della sovranità statale o solo dei propri interessi?

In questo scacchiere, la posizione della Cina è determinante. Pechino è diventata, nell’ultimo ventennio, il partner economico più influente della Nigeria e dell’intera Africa sostenendo la strategia del “going out” che incoraggia le imprese cinesi a investire all’estero. La Nigeria è un nodo cruciale della Belt and Road Initiative e un fornitore chiave di petrolio per il fabbisogno energetico cinese. Gli investimenti di Pechino si concentrano sulle infrastrutture e sono spesso finanziati tramite prestiti della Exim Bank cinese, creando una forte interdipendenza economica.

La politica estera cinese in Africa si fonda sui “5 Principi di Coesistenza Pacifica”, il cui cardine è la non ingerenza negli affari interni. A differenza dei partner occidentali, la Cina non condiziona i propri investimenti al rispetto dei diritti umani o a riforme democratiche, offrendo ai governi africani un’alternativa al Washington Consensus. Questa postura rende Pechino naturalmente avversa a qualsiasi intervento internazionale che violi la sovranità nigeriana

La Cina teme che un’azione militare – specialmente se a guida USA – possa destabilizzare il paese mettendo a rischio i propri asset strategici e i propri cittadini presenti in loco, oltre a creare un precedente pericoloso per le proprie questioni interne (Tibet, Xinjiang, Taiwan). Tuttavia, l’evoluzione del dibattito sulla R2P mostra che la Cina non è più un oppositore monolitico. Negli anni Pechino è passata da un rifiuto categorico ad un “adattamento propositivo alla dottrina, accettando che la comunità internazionale possa assistere gli Stati in crisi purché ciò avvenga con il consenso dello stato ospite e sotto la stretta autorità del Consiglio di Sicurezza ONU. Mossa da interessi strategici e di immagine, la Cina potrebbe tollerare iniziative internazionali limitate, purché siano concordate con il governo nigeriano ed escludano azioni unilaterali. 

Regionalizzazione dell’intervento come unica possibilità?

L’Unione Africana detiene un eccellente quadro normativo in materia di intervento in crisi umanitarie gravi, così come è possibile verificare consultando l’articolo 4(h) del suo Atto Costitutivo, il quale sancisce per l’Unione il “diritto di intervenire” in uno Stato membro in presenza di circostanze gravi, quali genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questa disposizione rappresenta la massima istituzionalizzazione regionale del principio della “Responsability to Protect”, riflettendo la volontà politica di promuovere le c.d. “African solutions for African problems “.

Tuttavia, l’Unione Africana resta una risorsa strategica indispensabile per l’ONU che, priva di un esercito permanente e spesso paralizzata dai veti, delega sempre più l’operatività sul campo alle organizzazioni regionali. L’UA offre un “vantaggio comparato” in termini di prossimità geografica, legittimità politica locale e rapidità di dispiegamento, intervenendo spesso come “first responder in scenari di crisi (come accaduto in Burundi o in Repubblica Centrafricana) dove l’ONU non riesce ad agire tempestivamente. Questa sinergia ha portato allo sviluppo di modelli di cooperazione innovativi, come le missioni ibride (es. UNAMID in Darfur) o il supporto logistico ONU alle missioni africane (es. AMISOM in Somalia).

Nonostante questa convergenza strategica, l’efficacia del mandato dell’UA rimane vincolata da una duplice limitazione che ne ridimensiona le ambizioni autonomistiche. In primo luogo, vi è un ostacolo giuridico: sebbene l’Atto Costitutivo dell’UA non menzioni esplicitamente la necessità di un avallo esterno, l’organizzazione non può ignorare il primato della Carta ONU (art. 103) e l’obbligo, sancito dall’articolo 53, di ottenere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza per intraprendere azioni coercitive. Nella prassi, l’UA ha cercato di mitigare questo vincolo interpretando le autorizzazioni in modo flessibile, talvolta ottenendole ex post o implicitamente, per legittimare i propri interventi d’urgenza. In secondo luogo, sussiste un vincolo strutturale ed economico: l’Architettura Africana di Pace e Sicurezza (APSA) soffre di un cronico deficit di risorse e capacità logistiche. L’implementazione della Forza Africana di Standby (ASF), destinata a fungere da primario meccanismo di risposta alle crisi, ha disatteso le tempistiche iniziali, subendo molteplici slittamenti. Le missioni africane dipendono, inoltre, in modo preponderante dai finanziamenti esterni (come quelli dell’UE o dell’ONU), una debolezza che si riflette anche nella difficoltà di contrastare minacce transnazionali complesse, come l’insurrezione di Boko Haram, che richiedono risorse ingenti e una cooperazione regionale stabili.

ONU e persecuzione religiosa in Nigeria: come evitare il veto cinese?

La minaccia unilateraleamericana rischia di favorire la propaganda jihadista e indebolire il governo nigeriano. È necessario privilegiare canali multilaterali, nonostante la Cina abbia ribadito ufficialmente la sua opposizione a qualsiasi ingerenza, sanzione o uso della forza basati su pretesti religiosi o umanitari.
L’instabilità nigeriana minaccia gli investimenti e la sicurezza energeticadi Pechino, rendendo il ripristino dell’ordine un interesse strategico ed economico comune. La soluzione richiede, però, un intervento diplomatico ed una mediazione che ottenga il tacito assenso cinese. Tale mediazione, per sortire l’effetto sperato, deve concentrarsi sul secondo pilastro” della R2P (ossia l’assistenza internazionale), facendo leva sul fatto di fornire supporto logistico, intelligence e formazione alle forze nigeriane, evitando l’impegno “boots on the ground” occidentale.

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