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09/03/2026
Russia e Spazio Post-sovietico

Il nodo di Sloviansk: anatomia strategica dello stallo nel Donbass

di Alberto Evangelisti

La contesa per una porzione di territorio nella regione di Donetsk, estesa circa 5.000 chilometri quadrati, rappresenta il principale ostacolo alla cessazione delle ostilità tra Russia e Ucraina. La convergenza di fattori simbolici, logistici ed economici rende quest’area un punto di rottura che trascende la dimensione locale del conflitto, trasformando Sloviansk e Kramatorsk nel prisma attraverso cui leggere le dinamiche negoziali internazionali, le pressioni statunitensi e l’impossibilità strutturale di un compromesso accettabile per entrambe le parti.

La contesa per una porzione di territorio nella regione di Donetsk, estesa circa 5.000 chilometri quadrati, rappresenta il principale ostacolo alla cessazione delle ostilità tra Russia e Ucraina. La convergenza di fattori simbolici, logistici ed economici rende quest’area un punto di rottura che trascende la dimensione locale del conflitto, trasformando Sloviansk e Kramatorsk nel prisma attraverso cui leggere le dinamiche negoziali internazionali, le pressioni statunitensi e l’impossibilità strutturale di un compromesso accettabile per entrambe le parti.

Nonostante i reiterati tentativi diplomatici e mesi di negoziati condotti sotto l’egida statunitense, il conflitto russo-ucraino permane in una condizione di impasse strutturale. La radice di tale stallo non risiede soltanto nelle divergenze astratte sui futuri assetti di sicurezza europea, ma si concretizza in un’area geografica precisa: la porzione occidentale della regione di Donetsk, nel bacino del Donbass, che include i centri urbani di Sloviansk e Kramatorsk. Come rilevato dal Chatham House, queste città costituiscono i pilastri della cosiddetta “cintura di fortezze” ucraina, il cui eventuale cedimento provocherebbe un’accelerazione delle avanzate russe paragonabile ai progressi ottenuti in altre aree del fronte. Per Vladimir Putin, l’area rappresenta un trofeo irrinunciabile; per Volodymyr Zelensky, una concessione inaccettabile sotto il profilo sia militare sia costituzionale.

Secondo i dati più recenti forniti dall’Hudson Institute, nel gennaio 2026 la Russia ha conquistato circa 150 miglia quadrate di territorio ucraino, con i combattimenti più intensi concentrati proprio sugli assi di Pokrovsk, Kostiantynivka, Kramatorsk e Sloviansk. Il quadro operativo conferma che la contesa per il Donbass occidentale rimane l’epicentro del conflitto e il principale ostacolo a qualsiasi accordo negoziale.

Il valore strategico per Mosca: narrazione, risorse e sopravvivenza logistica

L’intransigenza del Cremlino sulla porzione occidentale del Donetsk si fonda su pilastri interconnessi di natura ideologica, logistica ed economica. Sul piano della narrazione propagandistica, Sloviansk riveste un significato che trascende il mero dato territoriale. Il 12 aprile 2014, un contingente di circa cinquanta militanti armati guidati dall’ex ufficiale dell’FSB Igor Girkin, noto con lo pseudonimo di Strelkov, occupò gli edifici amministrativi della città, dando avvio alla fase armata del conflitto nel Donbass. Lo stesso Girkin ha riconosciuto di aver “premuto il grilletto della guerra”, ammettendo che senza la sua incursione la rivolta sarebbe fallita come accaduto a Kharkiv e Odessa. Per la leadership russa, rinunciare alla conquista del luogo in cui ebbe origine l’intera operazione equivale a una sconfitta simbolica inammissibile davanti alla propria opinione pubblica interna.

A questo movente ideologico si affianca una necessità di ordine materiale che conferisce alla contesa una dimensione esistenziale. L’approvvigionamento idrico dell’intera regione di Donetsk occupata dipende dal canale Siverskyi Donets-Donbass, un’infrastruttura di epoca sovietica lunga circa 133 chilometri che parte nei pressi di Sloviansk e si snoda verso sud fino a Yasynuvata, alle porte di Donetsk. Come documentato da Al Jazeera, una sezione cruciale di 28 chilometri del canale attraversa la linea del fronte e risulta gravemente danneggiata dai combattimenti. Le infrastrutture di pompaggio e filtraggio si trovano in territorio controllato da Kiev, conferendo all’Ucraina una leva strategica determinante.

La crisi idrica che ne consegue ha raggiunto proporzioni drammatiche. Secondo le inchieste condotte da The Moscow Times e Meduza, nella città di Donetsk l’acqua viene erogata per sole quattro ore ogni tre giorni, con un liquido spesso giallastro e non potabile. Il capo della cosiddetta Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha dichiarato apertamente che la crisi idrica si risolverà soltanto con la cattura di Sloviansk e il ripristino del canale. Il condotto alternativo costruito dalla Russia nel 2023 attingendo dal fiume Don copre appena il 45% del fabbisogno regionale, e il suo principale artefice, il viceministro della Difesa Timur Ivanov, è stato successivamente arrestato per corruzione.

A ciò si aggiunge la rilevanza economica complessiva della regione. Il Donbass ospita circa il 67% delle riserve carbonifere ucraine e, secondo Foreign Policy, dispone di giacimenti minerari significativi, terreni agricoli e un accesso costiero al Mare d’Azov attraverso Mariupol. Il controllo dell’acqua, delle risorse minerarie e dell’infrastruttura industriale assume pertanto la stessa valenza strategica del vantaggio militare sul campo.

La difesa ucraina e la logica della profondità strategica

Dal versante ucraino, l’agglomerato di Sloviansk e Kramatorsk rappresenta l’ultimo bastione fortificato nel Donbass e il fulcro di un sistema difensivo multilivello edificato sistematicamente a partire dal 2014. Come analizzato dal Moscow Times, città come Kramatorsk, Sloviansk e Druzhkivka formano una “spina dorsale difensiva” grazie a strutture sotterranee e complessi industriali paragonabili all’Azovstal di Mariupol. La stabilità di queste città-fortezza nel periodo 2022-2024 ha costituito il principale freno all’avanzata delle truppe russe.

La logica di Kiev non si esaurisce nella negazione di un successo al nemico, ma risponde a un imperativo di mantenimento della profondità strategica. Ad est di Sloviansk e Kramatorsk si estende un terreno aperto dove le forze attaccanti faticano a consolidare posizioni, come osservato dal direttore dell’Atlantic Council John Herbst. Tuttavia, qualora questa linea difensiva cedesse, le forze armate russe disporrebbero di un trampolino per offensive più profonde verso il cuore dell’Ucraina. L’esperienza delle battaglie precedenti conferma la resilienza di queste posizioni: la conquista di Bakhmut è costata quasi un anno di combattimenti, mentre Chasiv Yar è caduta dopo quindici mesi di scontri, e le città-fortezza di Kramatorsk e Sloviansk sono circa tre volte più estese di Bakhmut.

La caduta del nodo di Sloviansk genererebbe un effetto domino potenzialmente fatale. La caduta di Siversk nel dicembre 2025 ha già indebolito lo scudo protettivo dell’agglomerato Sloviansk-Kramatorsk, accelerando la pressione russa verso quelli che restano i principali bastioni della cintura difensiva ucraina. La perdita di queste posizioni aprirebbe le porte verso le regioni occidentali, minacciando le principali vie di rifornimento e compromettendo la tenuta complessiva del fronte orientale.

La proposta della zona economica franca e il calcolo diplomatico di Kiev

Consapevole dell’impossibilità di cedere militarmente l’area, ma sottoposta a crescenti pressioni per dimostrare apertura negoziale, la presidenza ucraina ha intrapreso una via diplomatica asimmetrica. Nel dicembre 2025, Zelensky ha rivelato che gli Stati Uniti hanno proposto la creazione di una “zona economica franca” nelle porzioni del Donbass da cui le truppe ucraine si ritirerebbero, a condizione che Mosca non avanzi nel territorio sgomberato. La parte russa utilizza la formula di “zona demilitarizzata” per descrivere il medesimo concetto.

La proposta si inserisce nel quadro del piano in venti punti elaborato dai negoziatori ucraini e statunitensi in Florida. Zelensky ha dichiarato che su quasi tutti i punti è stato raggiunto un consenso con Washington, ma la questione territoriale del Donetsk e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia restano irrisolte. Il presidente ucraino ha posto condizioni stringenti: qualsiasi ritiro dovrebbe essere reciproco, con le forze russe che arretrano della stessa distanza nella direzione opposta, e forze internazionali dovrebbero essere dispiegate lungo la linea di contatto per garantire il rispetto degli impegni. Soprattutto, Zelensky ha ribadito che qualsiasi accordo territoriale necessiterà dell’approvazione popolare tramite referendum, in conformità con la Costituzione ucraina che vieta al governo di modificare unilateralmente i confini del Paese.

Questa mossa tattica mira a non far apparire l’Ucraina come la parte che blocca il processo di pace, cercando di congelare il conflitto lungo linee favorevoli e trasferendo l’onere diplomatico sulla Russia. Mosca, tuttavia, ha risposto con un rifiuto sostanziale: il Cremlino continua a pretendere il controllo integrale della regione di Donetsk, inclusa la porzione ancora sotto sovranità ucraina, quale precondizione per qualsiasi cessate il fuoco.

L’ombra della geopolitica globale: il vertice di Anchorage e i suoi effetti

Il quadro risulterebbe tuttavia incompleto se si considerasse la situazione come un esclusivo braccio di ferro regionale. La vera complessità deriva dall’impatto della dimensione geopolitica esterna sulle dinamiche negoziali. Il 15 agosto 2025, presso la base aerea di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, si è tenuto il vertice tra Trump e Putin, il primo incontro tra un presidente russo e uno statunitense su suolo americano dalla escalation del 2022. Il summit si è concluso senza un accordo formale, ma con conseguenze rilevanti per l’architettura negoziale.

Funzionari del Cremlino hanno successivamente sostenuto che durante il vertice si sarebbe raggiunta un’intesa basata sulle richieste formulate da Putin nel giugno 2024, sebbene nessuna prova di tale accordo sia emersa. La strategia russa ha combinato bluff, inganno e logoramento temporale: nonostante le carenze di organico e i costi astronomici del conflitto, le operazioni informative (o InfoOps) del Cremlino hanno enfatizzato l’inevitabilità della vittoria militare per indurre Washington a esercitare pressione su Kiev affinché ceda le porzioni del Donbass che Mosca non riesce a conquistare autonomamente sul campo.

In questo contesto, la principale preoccupazione di Kiev riguarda la possibilità che le intese di Anchorage abbiano configurato, di fatto, un’accettazione implicita delle rivendicazioni territoriali russe sul Donbass. Dopo il vertice Trump ha infatti suggerito che l’onere di raggiungere un accordo ricadesse sull’Ucraina, indicando la necessità di concessioni territoriali per porre fine al conflitto. Il Ministero degli Esteri russo ha negato che Putin abbia offerto il compromesso territoriale descritto da Trump, mantenendo le richieste massimaliste che includono il ritiro ucraino completo dal Donbass e il riconoscimento della sovranità russa su tutte le regioni annesse. Ad oggi molti ritengono in effetti che Putin negozierà seriamente solo quando riterrà che la Russia non possa prevalere, condizione che al momento non sussiste nella percezione del Cremlino.

L’analisi della paralisi negoziale, osservata attraverso la lente della contesa per Sloviansk e Kramatorsk, rivela dunque una perfetta sovrapposizione tra necessità tattiche locali e grandi disegni strategici internazionali. Da un lato, Mosca necessita di una vittoria nell’area simbolo dell’insurrezione del 2014, del controllo delle infrastrutture idriche e di un successo che giustifichi davanti alla propria opinione pubblica i costi enormi del conflitto. Dall’altro, l’Ucraina non può rinunciare a questa posizione senza compromettere l’intera tenuta del fronte orientale e senza violare i propri vincoli costituzionali. Nel mezzo, la dinamica dei rapporti russo-americani e l’ambiguità delle intese raggiunte ad Anchorage pesano sulla bilancia negoziale più dei sacrifici militari e delle proposte di demilitarizzazione. Finché persisterà questo intreccio tra propaganda, deterrenza armata e diplomazia sotterranea, il nodo di Sloviansk continuerà a fungere da specchio delle difficoltà strutturali che separano le due nazioni da una tregua reale e duratura.

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