Lo scoppio del conflitto in Medio Oriente e il perdurare del conflitto russo-ucraino hanno esacerbato le tensioni tra l’asse slovacco-ungherese e l’Ucraina. L’Unione europea ed alcuni Stati membri cercano di mediare ma le continue provocazioni diplomatiche e politiche tra Kyiv, Budapest e Bratislava peggiorano un quadro regionale già critico.
Družba è una parola russa traducibile come “amicizia”. Il termine indica anche il nome dell’oleodotto che per decenni ha collegato i Paesi dell’Europa centrorientale alle forniture petrolifere provenienti dalla Russia. Lungo circa 5500 km nella sua estensione massima comprendente il tronco principale e tutte le sue diramazioni, quel nome suona oggi come un ossimoro. Sullo sfondo delle crisi internazionali in atto in Ucraina e Medio Oriente, la questione energetica è il leitmotiv che preoccupa l’Unione europea (Ue).
Nell’Europa centrorientale, il deterioramento dei rapporti tra Ucraina e due Stati membri dell’Unione, Ungheria e Slovacchia, è la dinamica geopolitica chiave. Da un lato, l’ambiguità degli atteggiamenti di Budapest e Bratislava e l’uso strumentale del potere di veto indeboliscono il sostegno europeo a Kyiv e bloccano qualsiasi rafforzamento di Bruxelles come attore geopolitico rilevante nell’estero vicino orientale. Dall’altro, i continui attacchi ucraini al Družba, la politica delle sanzioni, la dipendenza dei due Paesi dalle fonti energetiche russe, e il recente blocco dello Stretto di Hormuz, hanno implicazioni importanti sulla sicurezza energetica europea.
La Commissione europea funge nella disputa un ruolo di mediazione che bilanci due interessi che i discorsi politici delle parti considerano inconciliabili ma entrambi necessari da raggiungere. Difatti, il 17 marzo 2026, Bruxelles e Kyiv hanno raggiunto un accordo nel quale quest’ultima accetta assistenza tecnica europea per riparare l’oleodotto danneggiato. Ciononostante, Budapest rimane fortemente scettica su questo compromesso accusando l’Ue e l’Ucraina di ingannare gli ungheresi e promette di non rimuovere il veto sul prestito europeo da 90 miliardi di euro fino a quando non ripartirà il flusso di petrolio. Il Consiglio europeo di Bruxelles, tenutosi il 19 e il 20 marzo 2026, ha solamente constatato lo stallo dopo averne discusso per appena 90 minuti, rinviando la questione al prossimo incontro.
Uno scontro infuocato
Per comprendere le attuali tensioni, è necessario vedere brevemente l’architettura regionale sul fronte oil and gas (O&G). Partendo dagli elementi strutturali, l’oleodotto, realizzato in epoca sovietica, parte da Al’mét’evsk, una città ubicata nel Tatarstan e attraversa dieci Paesi. La disputa riguarda il ramo meridionale del Družba il quale si origina dal bivio di Mozyr in Bielorussia e attraversa Ucraina, Slovacchia e Ungheria. In questi ultimi due Stati, le raffinerie di destinazione sono ubicate rispettivamente a Bratislava e Százhalombatta. Entrambi gli stabilimenti sono controllati dall’azienda statale ungherese MOL sebbene su quello slovacco la gestione sia affidata alla sussidiaria locale Slovnaft. Inoltre, Slovacchia e Ungheria sono Paesi geograficamente privi di sbocco sul mare, dunque hanno meno capacità di diversificare le entrate energetiche in termini infrastrutturali.
Oltre questi elementi strutturali, i governi dei due Paesi non hanno compiuto alcun sforzo nel phase out dai flussi energetici russi. Al contrario, come registrato da un rapporto del think tank finlandese CREA, tra il 2022 e il 2025, Budapest e Bratislava hanno generato per Mosca un gettito fiscale pari a circa 5,4 miliardi di euro. I due Stati membri hanno spinto alla diversificazione infrastrutturale per garantire vie di approvvigionamento di O&G russo aumentandone la dipendenza. L’Ungheria ha mostrato maggiore capacità di manovra politica rispetto alla Slovacchia mentre quest’ultima si è limitata a rincorrere. Budapest ha portato avanti progetti di medio-lungo periodo come l’approvazione, a luglio 2025, del progetto infrastrutturale congiunto con Serbia e Russia per la realizzazione di un oleodotto di 300 km collegato al Družba. Di contro, Bratislava media bilateralmente con Mosca degli emendamenti di accordi già esistenti come fatto il 6 marzo scorso con Gazprom.
L’atteggiamento apertamente free-rider è legato al mancato rinnovo dell’accordo di transito del gas attraverso il gasdotto Bratstvo. Avvenuto all’inizio del 2025, l’evento ha dimostrato come Kyiv sia capace di rispondere con una leva strategica molto potente alle provocazioni continue dei due Paesi. I successivi bombardamenti all’infrastruttura hanno causato sospensioni temporanee del flusso petrolifero nonché due incidenti avvenuti in circostanze misteriose hanno inasprito le tensioni tra i tre Paesi. A livello regionale, il non rinnovamento dell’accordo ha frammentato ulteriormente la sicurezza energetica dell’Europa centrale.
Nel 2026, i rapporti sono ulteriormente deteriorati. Il 12 febbraio, Kyiv ha annunciato l’inagibilità del Družba a seguito dell’ennesimo attacco avvenuto due settimane prima. La reazione dei due Stati membri dell’UE è stata dura e le risposte si sono fatte progressivamente più aspre. Dapprima, il 18 febbraio, Budapest e Bratislava hanno minacciato di interrompere la sospensione del flusso di gasolio europeo verso l’Ucraina, minaccia che poi si è concretamente tradotta. Il 23 febbraio, i due Paesi hanno bloccato il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina accordato lo scorso dicembre nonché l’approvazione del ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Il 25 febbraio, il governo ungherese alza il livello di sicurezza domestica dispiegando l’esercito per tutelare le infrastrutture energetiche domestiche accusando Kyiv di attuare sabotaggi sul suo territorio.
Lo scoppio del conflitto mediorientale e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno esacerbato la situazione. Nello specifico, due eventi hanno ulteriormente alzato il tono dello scontro. Da un lato, lo scorso 6 marzo, le autorità magiare hanno sequestrato un convoglio portavalori della banca ucraina Oschadbank che trasportava oro dall’Austria. L’atto è in linea con la retorica del Primo Ministro magiaro, Viktor Orbán, il quale ha affermato che sia necessario “rompere il blocco petrolifero ucraino con la forza”. Dall’altro lato, l’omologo slovacco, Robert Fico, ha affermato di bloccare il prestito con il veto nel caso in cui Orbán perdesse le elezioni parlamentari del 12 aprile. Tuttavia, la minaccia è stata ritirata il 14 marzo senza fornire alcuna spiegazione ufficiale.
Soluzioni europee?
La criticità della situazione ha richiesto una difficile mediazione da parte dell’Ue. Il free-riding slovacco-ungherese è un’insidia per il phase out di Bruxelles. Difatti, l’incapacità di introdurre sanzioni specifiche contro il petrolio proveniente dal Družba, limitandosi invece a misure come quelle contro la flotta ombra, è stata da un lato un compromesso necessario per ottenere l’approvazione all’unanimità del pacchetto di sanzioni e, dall’altro, ha finito per trasformare l’Europa centrale in una sorta di porta sul retro per l’energia russa. Inoltre, il compromesso non si limita solo alla questione energetica ma influenza il supporto dell’Ucraina come pilastro per la sicurezza del continente europeo. Slovacchia e, in particolar modo, l’Ungheria hanno vincolato il loro sostegno alle iniziative alla condizione che l’oleodotto rimanga intatto da misure politiche e militari.
Tenendo conto di questi elementi, Bruxelles si sta impegnando per organizzare una missione di ispezione tecnica del tratto dell’oleodotto danneggiato dagli attacchi ucraini. L’ispezione europea affianca analoghe iniziative nazionali poiché si cerca di avere un quadro quanto più oggettivo possibile spostando il tema sul funzionamento dell’infrastruttura dalla prospettiva politica a quella tecnica. In tal senso, Bruxelles ha invitato Kyiv alla de-escalation, in particolare al seguito di una dichiarazione colorita del Presidente Volodymyr Zelenskyy, e a non assumere un atteggiamento ostruzionistico nelle ispezioni. L’ispezione ha ricevuto l’approvazione della Slovacchia, Paese con cui l’Ue ha discusso i dettagli tecnici dell’ispezione in un incontro a margine del World Nuclear Forum.
Al contempo, altri Stati membri sono intervenuti sulla questione. A giocare un ruolo più concreto, invece, è la Croazia il cui ruolo non è politico ma infrastrutturale. Infatti, il Paese balcanico controlla l’alternativa più concreta al Družba ovvero l’oleodotto Adria che collega il porto di Omišalj a Százhalombatta. Tuttavia, MOL e Slovnaft hanno presentato un reclamo alla Commissione europea contro JANAF — l’azienda che controlla il terminal portuale — lamentando tariffe raddoppiate e ritardi nelle consegne. Zagabria ha difeso il suo operato affermando che il reclamo sia un pretesto per ottenere petrolio moscovita piuttosto che utilizzare i flussi petroliferi non russi già esistenti. Il Paese balcanico sostiene le sanzioni contro la Russia e non ha intenzione di violare il regime vigente nell’Unione.
Conclusione
La disputa sull’oleodotto Družba non è più solo una questione energetica, ma un banco di prova della coesione europea. Le dichiarazioni del 15 marzo di Zelenskyy il quale incolpa continuamente la Russia per i danni al Družba e denuncia continui ricatti dall’Europa, allontanano ulteriormente le parti con il rischio di alienarsi gli alleati europei. A complicare ulteriormente il quadro è la decisione di Washington di allentare le sanzioni all’energia russa in risposta alla crisi mediorientale. Ciò rischia di assestare un colpo duro alla politica delle sanzioni Ue nonché introdurre una variabile incontrollabile per la sicurezza energetica europea. Nel complesso, l’Europa centrorientale rimane sospesa tra interessi nazionali divergenti, vincoli infrastrutturali, e limitata capacità dell’Ue di mediare autorevolmente.

