Quando a Davos Donald Trump ha sollevato la questione della sicurezza della Groenlandia rispetto alla minaccia cinese, ha riacceso un dibattito ben noto sulla competizione nell’Artico, su chi ne controllerà il futuro e sulla strategia americana. Ma l’isola, pur essendo strategicamente rilevante, rischia di diventare una distrazione. Il vero nodo non è la Groenlandia in sé, bensì il modo in cui le grandi potenze amplificano e interpretano la crescente presenza della Cina nelle regioni polari.
Sì, la Groenlandia conta. Ospita la base spaziale statunitense di Pituffik, fondamentale per l’allerta missilistica e la sorveglianza spaziale, attualmente in fase di modernizzazione. Inoltre, con il progressivo scioglimento dei ghiacci artici, l’isola si trova al crocevia di nuove rotte marittime emergenti, tra cui il Passaggio a Nord-Ovest, che collega Stati Uniti e Canada, e la potenziale Rotta Transpolare. La Groenlandia possiede anche l’ottava riserva al mondo di terre rare e consistenti riserve di altri minerali critici, essenziali per le catene di approvvigionamento high-tech e per la difesa.
La Cina ha ovviamente mostrato interesse per le risorse dell’isola. In particolare, nel 2016, con l’acquisizione da parte di Shenghe Resources di una partecipazione in Greenland Minerals, Pechino aveva ottenuto accesso al giacimento di Kvanefjeld, ricco di terre rare e uranio. Tuttavia, dopo il divieto di estrazione dell’uranio reintrodotto nel 2021 dalla Groenlandia, il progetto si è arenato, così come altre iniziative cinesi, ostacolate da controlli danesi, pressioni statunitensi e redditività limitata. Anche la presenza fisica cinese è minima, con poche decine di residenti e un modesto lavoro stagionale nel settore ittico, nonostante la Cina sia un mercato importante per le esportazioni groenlandesi. Il governo groenlandese, saldamente inserito nel Regno di Danimarca e protetto dalle garanzie della NATO, punta alla demilitarizzazione e alla stabilità e le narrazioni allarmistiche probabilmente riflettono più ansie e ambizioni geopolitiche che evidenze concrete di intrusione cinese. Ma nel frattempo, al di là dei confini dell’isola si sviluppano dinamiche più interessanti.
Cina, “Stato vicino all’Artico” tra ambizione e legittimazione
Nel 2018 la Cina si è definita uno “Stato vicino all’Artico”, pur trovandosi a circa 1.500 chilometri dal Polo e non possedendo territori. Nessun governo artico riconosce formalmente questa definizione, che però ha permesso alla Cina di lanciare il suo white paper sulla Arctic policy e attivare la Via della Seta Polare come estensione della Belt and Road Initiative. La politica artica cinese si fonda su quattro pilastri distinti: scienza, cooperazione ambientale, sviluppo economico e partecipazione alla governance. Tutti e quattro sono attivi e potenzialmente controversi.
1) La scienza come accesso alla regione: la Cina ha investito intensamente nella ricerca artica. Pechino opera la Yellow River Station alle Svalbard, dispone dei rompighiaccio Xuelong 1 e 2 e conduce attività di monitoraggio satellitare e di studio dei fondali e delle dinamiche oceaniche. Formalmente, si tratta di cooperazione scientifica internazionale, ma il potenziale dual-use è chiaro: i dati possono migliorare la navigazione in acque ghiacciate, il tracciamento dei sottomarini e i sistemi radar a lungo raggio; studi su salinità e dinamiche oceaniche possono favorire ricerche sui sottomarini stealth, e ricerche ionosferiche possono rafforzare la capacità di rilevamento missilistico. Alcuni programmi sono inoltre collegati a istituzioni dell’Esercito Popolare di Liberazione, in linea con la dottrina cinese di fusione civile-militare. Pur senza indicare militarizzazione diretta, la ricerca consolida conoscenza, logistica e presenza a lungo termine, normalizzando la presenza cinese nella regione.
2) Responsabilità climatica e sostenibilità: In quanto paese fortemente colpito dal cambiamento climatico, la Cina ritiene di avere legittimi interessi nella stabilità ambientale dell’Artico. Sostiene accordi multilaterali come l’UNCLOS e il MARPOL e sottolinea la cooperazione climatica. Persistono tuttavia tensioni riguardo al suo ruolo sul tema, essendo il maggiore emettitore mondiale di gas serra e continuando a investire in progetti artici di idrocarburi, in particolare con la Russia. Queste contraddizioni complicano la narrativa di Pechino, pur non impedendole di sedersi ai tavoli che definiscono le regole sui trasporti marittimi e sull’estrazione delle risorse della regione.
3) Energia e rotte marittime: La sicurezza energetica è centrale nella strategia cinese, essendo fortemente dipendente dall’energia importata (in particolare gas naturale e petrolio). Questo rende la diversificazione una priorità strategica. Per questo, la Cina partecipa a progetti russi di gas naturale liquefatto (LNG), tra cui Arctic LNG-2 e Yamal LNG, progetto di cui ad oggi detiene quasi il 30% del capitale. Ciò segnala l’intenzione cinese di assicurarsi una quota rilevante della produzione artica prima del pieno embargo europeo sul LNG russo previsto per il 2027.
Anche le rotte marittime della regione sono cruciali per la Cina. Lo scioglimento dei ghiacci sta progressivamente aprendo la Rotta del Mare del Nord, che accorcia notevolmente il collegamento tra l’Asia orientale ed Europa rispetto al Canale di Suez. Questo non solo rende i costi e i tempi dei trasporti più efficienti, ma riduce anche la vulnerabilità e la dipendenza da punti nevralgici e potenzialmente problematici, come lo Stretto di Malacca. Il coinvolgimento di Pechino nella Rotta è aumentato in seguito alle sanzioni occidentali contro Mosca, che ne mantiene il controllo normativo (oggetto di discussione), e si è resa più dipendente dal capitale e dalla tecnologia cinesi per sviluppare infrastrutture sensibili nella regione.
4) Governance artica:La Cina è stata ammessa come paese osservatore al Consiglio Artico. Non ha diritto di voto, ma partecipa alle discussioni in questo importante laboratorio di governance, dove si negoziano le norme di navigazione, gli standard ambientali e i diritti sui fondali marini. Integrandosi in questi processi di governance, la Cina rafforza il proprio ruolo e la propria ambizione di plasmare la regolamentazione internazionale al di là dei propri confini immediati.
Oltre la sicurezza della Groenlandia: il consolidarsi della competizione polare
La retorica di Trump sulla Groenlandia sicuramente alimenta la teatralità politica. Ma, fondamentalmente, non si tratta di Trump, che ha probabilmente solo accelerato i dibattiti già in corso sulla sicurezza artica. Per quanto riguarda la Cina, la questione più profonda è come le grandi potenze interpretino la sua crescente presenza come “minaccia” , alla luce anche delle sue relazioni con la Russia. Lo sviluppo artico russo dipende da Pechino, ma il proseguimento delle collaborazioni non comporta necessariamente nuove minacce. Pechino è profondamente consapevole dei costi reputazionali e strategici di questo funambolismo politico con Mosca: ovvero servire i propri interessi economici e geopolitici evitando di dare l’impressione di appoggiare la guerra in Ucraina. Come “osservatore” al Consiglio Artico, la sua presenza dipende dalla stabilità istituzionale, dall’accettazione e dalla tolleranza degli Stati artici. Il coinvolgimento con i russi deve essere calibrato con attenzione per evitare di suscitare contromisure. Il crollo dei meccanismi di cooperazione complicherebbe la strategia della Cina, che rischierebbe di perdere quei canali attraverso i quali ha consolidato con pazienza la propria presenza negli anni.
In generale, gli analisti occidentali sono divisi sulla questione di Pechino come minaccia artica. I sostenitori di una linea dura ritengono che la NATO e gli Stati artici dovrebbero continuare a rafforzare la loro presenza militare, accogliendo positivamente l’operazione NATO Arctic Sentry lanciata l’11 febbraio 2026. Un’iniziativa multidominio, volta a rafforzare la deterrenza nell’estremo nord, in risposta all’aumento dell’attività militare russa e al crescente interesse della Cina per le rotte e le risorse artiche. Altri analisti, invece, sostengono che l’ampliamento delle esercitazioni e lo schieramento di forze da parte della NATO, seppur difensive, rischiano di normalizzare un livello più elevato di attività militare in una regione storicamente stabile. Ciò non implica ignorare le azioni russe e cinesi, ma enfatizzare la deterrenza senza sviluppare meccanismi paralleli di dialogo e di gestione delle crisi può aumentare il rischio di incomprensioni e scontri accidentali, in particolare perché molte operazioni navali e aeree si svolgono in aree condivise.
Tutto considerato, il problema non è una singola dichiarazione, ma il graduale consolidamento della competizione strategica in una regione un tempo isolata dalle rivalità tra grandi potenze. L’Artico sta diventando teatro di giochi di potere globali, anche tra gli alleati occidentali, e l’aumento dell’instabilità, plausibilmente esacerbato dall’avventurismo di Trump, è in realtà l’habitat ideale per lo sviluppo dell’opportunismo strategico cinese. La frammentazione delle potenze occidentali crea aperture diplomatiche ed economiche che la Cina è abituata a sfruttare al meglio. Per esempio, dall’inizio del 2026 il presidente cinese Xi Jinping ha ricevuto diversi capi di governo, tra cui il britannico Starmer e il canadese Carney, e ha stipulato con loro accordi bilaterali. Tra i recenti visitatori, cinque sono alleati degli Stati Uniti; tutti sono stati colpiti nell’ultimo anno dai dazi commerciali “reciproci” dell’amministrazione Trump, e alcuni hanno dovuto gestire le animosità generate dalle dichiarazioni di Trump sull’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti. Laddove la coesione occidentale si indebolisce, la Cina si presenta come un partner stabile, rafforzando i legami economici e commerciali e l’impegno istituzionale.
Il quadro diventa ancora più complesso se si considera che la Cina svolge attività simili a quelle sopracitate anche in Antartide. Qui, Pechino opera nel quadro del sistema del Trattato Antartico e attraverso infrastrutture scientifiche formalmente civili. Ma, come nell’Artico, le stazioni terrestri satellitari, le strutture di ricerca e le reti logistiche comportano comunque potenziali implicazioni di dual use.
La lunga prospettiva della strategia artica cinese
Nel complesso, l’impegno della Cina nelle regioni polari riflette un approccio paziente e orientato alle opportunità di lungo periodo, più che al confronto immediato. Rompighiaccio, stazioni e infrastrutture consolidano la presenza cinese, creando dati, relazioni e familiarità logistica.
Il ruolo della Cina nell’Artico può essere letto attraverso due lenti interpretative che però non si escludono a vicenda. La prima evidenzia un impegno prevalentemente economico, scientifico e istituzionale, coerente con la partecipazione alla governance dei beni comuni globali. La seconda sottolinea come una presenza economica, infrastrutturale e normativa possa rappresentare una leva strategica per la sicurezza.
Storicamente, l’Artico è stato un ambito relativamente stabile di cooperazione internazionale, e gran parte delle attività cinesi sembra ancora ruotare attorno alla sicurezza energetica, all’accesso alle risorse e alle rotte marittime. Pur non giustificando un immediato allarmismo militare, la loro natura cumulativa implica che il consolidamento cinese possa generare, nel medio-lungo termine, dipendenza economica, accesso a infrastrutture sensibili e influenza normativa.Gli alleati NATO sono consapevoli che le vulnerabilità dell’Artico, in particolare in termini di infrastrutture critiche, catene di approvvigionamento ed energia, possono avere implicazioni di sicurezza anche in assenza di una militarizzazione esplicita. La questione, dunque, è che anche se l’Artico non rappresenta per ora un teatro di confronto militare con la Cina, le dinamiche attuali stanno gradualmente ridefinendo gli equilibri strategici futuri, e il sempre più sottile ghiaccio delle regioni polari è ora inserito in dinamiche di potere più ampie e politicizzate.

