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25/06/2025
Medio Oriente e Nord Africa

L’Oman e la geopolitica del silenzio mediatico

di Giovanna Zavettieri

Sebbene spesso marginalizzato dai media internazionali, l’Oman rappresenta un osservatorio geografico e geopolitico di primo piano per comprendere le dinamiche regionali connesse al conflitto israelo-iraniano. La sua posizione strategica all’ingresso dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, conferisce al Sultanato una rilevanza geoeconomica che eccede la sua dimensione territoriale. Ma è soprattutto la scelta di una posizione storicamente neutrale e mediatrice dell’Oman ad assumere un peso analitico non indifferente: Muscat ha mantenuto relazioni diplomatiche stabili sia con Teheran che con Tel Aviv, e si è spesso proposta come piattaforma di dialogo silenzioso nelle crisi del Golfo, da quella yemenita alle tensioni nucleari.

Sebbene spesso marginalizzato dai media internazionali, l’Oman rappresenta un osservatorio geografico e geopolitico di primo piano per comprendere le dinamiche regionali connesse al conflitto israelo-iraniano. La sua posizione strategica all’ingresso dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, conferisce al Sultanato una rilevanza geoeconomica che eccede la sua dimensione territoriale. Ma è soprattutto la scelta di una posizione storicamente neutrale e mediatrice dell’Oman ad assumere un peso analitico non indifferente: Muscat ha mantenuto relazioni diplomatiche stabili sia con Teheran che con Tel Aviv, e si è spesso proposta come piattaforma di dialogo silenzioso nelle crisi del Golfo, da quella yemenita alle tensioni nucleari.

Dal punto di vista geografico, l’Oman si colloca tra le sfere d’influenza contrapposte dell’asse saudita-emiratino e della proiezione iraniana, fungendo da cerniera e spazio di decelerazione della conflittualità regionale. Ignorare il modo in cui l’Oman rappresenta, filtra e talvolta minimizza le escalation militari nella sua stampa e nella sua diplomazia, significa rinunciare a comprendere una delle poche forme attive di disimpegno narrativo e stabilizzazione discorsiva nell’area. D’altra parte, includere l’analisi della produzione giornalistica omanita, come nel caso dell’Oman Daily Observer, consente di esplorare non solo ciò che viene esplicitato, ma soprattutto ciò che viene attenuato o spostato nel campo dell’amministrazione ordinaria, contribuendo a una lettura più completa della posizione “silenziosa” e cauta che caratterizza alcuni attori minori, ma strategicamente centrali, del Golfo.

La prima pagina dell’Oman Daily Observer del 23 giugno 2025, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, presenta, da un lato, il riferimento un evento di rilevanza geopolitica regionale e internazionale, dall’altro, una notizia di politica economica interna, ovvero l’introduzione programmata dell’imposta sul reddito a partire dal 2028. Questa compresenza va letta come espressione di una strategia comunicativa coerente con la posizione politica dell’Oman, tradizionalmente improntata alla neutralità, alla moderazione diplomatica e alla gestione ordinata delle crisi. In un contesto regionale in cui la stampa tende spesso a enfatizzare la minaccia o a polarizzare il conflitto, l’Observer sceglie di diluire l’impatto dell’attacco, relegandolo a un lessico diplomatico (“confrontation”) e a una posizione tipografica subordinata rispetto a un tema fiscale.

Dal punto di vista geografico, questa scelta assume una valenza particolarmente significativa: lo spazio dell’Oman, che include l’omonimo Golfo e l’affaccio sullo Stretto di Hormuz, viene così rappresentato come non direttamente permeabile alla logica del confronto militare, bensì ancorato a una dimensione di continuità amministrativa. 

La compresenza dei due registri, geopolitico e amministrativo, è quindi indicativa di una comunicazione coerente con la posizione liminale dell’Oman nel sistema regionale: cerniera tra gli spazi del conflitto e quelli della mediazione “silenziosa”. 

La prima evidenza significativa riguarda la gerarchia invertita delle notizie, che sovverte le attese rispetto alla rilevanza tematica nel contesto di una crisi regionale. Il titolo di apertura “Royal Decree: Income tax from 2028” domina la pagina con un’evidenza grafica che denota priorità istituzionale, mentre la notizia dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, potenziale detonatore di una destabilizzazione su scala regionale, viene relegata a una colonna secondaria, trattata in termini diplomatici come un “confronto” tra leadership. Tale scelta editoriale rappresenta una precisa forma di ordinamento simbolico dello spazio pubblico, in cui l’urgenza interna prevale sull’allarme esterno.

Questo tipo di costruzione discorsiva contribuisce a delimitare una soglia di esclusione dal conflitto, quasi a sottolineare che l’Oman non si presenta né desidera essere percepito come parte attiva nella crisi, nonostante eserciti una diretta giurisdizione sullo Stretto di Hormuz, condivisa con l’Iran. Si tratta di un tratto di mare fondamentale per l’equilibrio energetico globale e potenziale punto di frizione in caso di escalation militare. La scelta di minimizzare mediaticamente l’evento riflette dunque una deliberata volontà di non trasformare la prossimità geografica in esposizione politica, in linea con la storica posizione di neutralità omanita nei conflitti regionali e di distanziamento operativo dalle logiche di allineamento bellico, contribuendo anche a modellare la percezione del rischio tra i cittadini. In altri termini, la marginalizzazione discorsiva del conflitto appare come un dispositivo di rassicurazione collettiva, attraverso cui lo Stato riafferma il primato della stabilità interna e del controllo istituzionale, anche in tempi di turbolenza regionale.

Nella fattispecie, il titolo “HM [His Majesty, n.d.r.] discusses Iran-US confrontation with leaders” appare marcatamente eufemistico se paragonato alla portata effettiva dell’evento: un attacco mirato da parte degli Stati Uniti contro installazioni nucleari iraniane. Il termine confrontation sostituisce pertanto parole come attack, escalation o bombing, che avrebbero trasmesso con maggiore chiarezza la gravità dell’azione e le sue implicazioni geopolitiche. Questa attenuazione linguistica riflette una strategia discorsiva coerente con la prudenza comunicativa e la discrezione geopolitica tipiche dell’Oman che, da un lato, preserva una posizione di credibilità presso attori regionali antagonisti (Iran, Stati Uniti, e Stati del Golfo), dall’altro protegge l’arena pubblica interna da un’eccessiva esposizione al linguaggio del conflitto. Diplomaticamente, l’Oman costruisce (e mantiene) così la funzione storica di “facilitatore silenzioso” delle trattative regionali.

Un altro aspetto è rappresentato dall’uso selettivo e moderato delle immagini nella costruzione visiva della notizia. L’unica fotografia riferita al conflitto mostra una manifestazione di protesta popolare a Teheran, evitando completamente qualsiasi rappresentazione diretta delle conseguenze materiali dell’attacco statunitense, come danni infrastrutturali, crateri, o immagini satellitari dei siti colpiti che sono invece comparse su altre prime pagine dei paesi del Golfo. Si assiste a una rimozione del luogo dell’attacco, che resta fuori campo, mentre viene visualizzata la dimensione urbana iraniana in termini sociali e politici, che contribuisce a mantenere la narrazione entro i margini di una crisi gestibile, compatibile con la funzione dell’Oman come attore regionale non bellicista. 

Particolarmente distintiva è l’assenza di riferimenti espliciti a Israele o a responsabilità dirette nella narrazione del conflitto. Pur impiegando espressioni come “aggression” e “dangerous escalation”, l’articolo evita sistematicamente di nominare Israele come parte coinvolta, eludendo qualsiasi forma di attribuzione politica o militare precisa. L’unico attore chiamato esplicitamente in causa è “the United States”, la cui azione viene però descritta con un lessico attentamente calibrato, privo di giudizi morali o valutazioni univoche. Da un punto di vista geografico e comunicativo, l’omissione di Israele, attore divisivo nella politica regionale, consente di evitare attriti con alleati del Golfo più vicini a Tel Aviv, preservando l’autonomia diplomatica omanita. Sul piano mediologico, l’evitamento delle responsabilità dirette consente di mantenere una retorica della preoccupazione senza implicazione, utile a stabilizzare la percezione interna e a rafforzare il profilo esterno di affidabilità e moderazione. In sintesi, la mancata citazione di Israele rappresenta un dispositivo retorico di bilanciamento geopolitico, funzionale a proteggere l’integrità narrativa di un attore che ha costruito la propria influenza proprio sulla discrezione.La content analysis condotta sulla prima pagina rivela un dato particolarmente significativo: la parola Iran compare soltanto sette volte, mentre termini come tax, income e law presentano una frequenza nettamente superiore. Questo squilibrio lessicale riflette con chiarezza l’orientamento discorsivo della testata. In un contesto in cui un attacco militare ha colpito direttamente installazioni iraniane strategiche, ci si aspetterebbe che la parola “Iran” costituisse uno dei nuclei semantici dominanti. La sua bassa occorrenza evidenzia invece una volontà precisa di non enfatizzare il coinvolgimento iraniano né di collocare il Paese al centro della narrazione.

Parallelamente, l’alta frequenza di termini legati alla riforma fiscale (tax, income, law) conferma il carattere istituzionale e interno della priorità comunicativa, suggerendo che l’evento internazionale venga rappresentato come marginale rispetto all’agenda economica nazionale. In termini geopolitici, questo pattern linguistico rispecchia la storica strategia di disimpegno attivo dell’Oman, che tende a minimizzare la visibilità delle crisi regionali nella propria sfera pubblica per salvaguardare la stabilità interna e preservare un profilo di mediazione esterna. In sostanza, la distribuzione lessicale emersa dalla content analysis non solo visualizza la gerarchia narrativa costruita dal giornale, ma la traduce in un indice misurabile della volontà di contenimento semantico del conflitto.L’Oman Daily Observer manifesta una coerenza strutturale con la storica posizione di neutralità politico-diplomatica del Sultanato. La scelta di mantenere un tono istituzionale e di collocare l’evento all’interno di una narrazione ordinata della politica estera riflette una strategia comunicativa orientata alla stabilizzazione e alla non polarizzazione. Tuttavia, questa impostazione discorsiva produce una conseguenza rilevante dal punto di vista dell’efficacia informativa: il conflitto armato tra Stati Uniti e Iran viene trattato con lo stesso registro comunicativo riservato a questioni di politica interna, come la riforma fiscale. Ne risulta una compressione dell’eccezionalità dell’evento, che viene integrato nel flusso della normalità amministrativa. Questo tipo di rappresentazione tende a ridurre l’impatto pubblico del conflitto e conferma l’obiettivo prioritario della testata: contenere l’ansia collettiva, preservare la percezione di continuità governativa e rafforzare l’immagine dell’Oman come attore non coinvolto direttamente nel confronto regionale.

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