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05/03/2026
Africa Subsahariana, Stati Uniti e Nord America

One Somalia Policy: l’ambiguità strategica degli Stati Uniti tra Somalia e Somaliland

di Giovanni Chiacchio

Il Corno d’Africa, regione altamente strategica e storicamente affetta da una cronica instabilità, è stato recentemente scosso dal riconoscimento diplomatico del Somaliland, regione separatista della Somalia, da parte di Israele. In tal contesto, gli Stati Uniti hanno mantenuto una politica di ambiguità strategica, cercando di sfruttare le potenziali opportunità derivanti da tale contingenza, senza tuttavia esporsi con un riconoscimento formale.

Il Corno d’Africa, regione altamente strategica e storicamente affetta da una cronica instabilità, è stato recentemente scosso dal riconoscimento diplomatico del Somaliland, regione separatista della Somalia, da parte di Israele. In tal contesto, gli Stati Uniti hanno mantenuto una politica di ambiguità strategica, cercando di sfruttare le potenziali opportunità derivanti da tale contingenza, senza tuttavia esporsi con un riconoscimento formale.


Il moderno territorio costituente lo Stato della Somalia venne diviso durante il cosiddetto “scramble for Africa” tra l’Impero britannico e l’Italia. Nel 1960, il territorio fiduciario del Somaliland, la cosiddetta “Somalia italiana”, ottenne l’indipendenza unendosi contestualmente allo Stato del Somaliland britannico, Nazione sorta appena cinque giorni prima sulle ceneri della Somalia Britannica, per formare la Repubblica Somala. La prima fase delle relazioni tra gli Stati Uniti e il nuovo Stato risultò caratterizzata da un sostanziale di disinteresse da parte di Washington, che attribuiva un’importanza nettamente superiore alla vicina Etiopia, data la sua maggiore forza demografica ed il grande potenziale economico. In relazione al Corno d’Africa, gli Stati Uniti perseguirono come proprio obiettivo principale il mantenimento della stabilità regionale, al fine di prevenire infiltrazioni sovietiche. A tal proposito, Washington identificò il progetto irredentista della “grande Somalia”, volto ad estendere il territorio controllato da Mogadiscio alle zone abitate da somali, quali la regione etiope dell’Ogaden e il nord est del Kenya, come la principale minaccia all’equilibrio locale. A dispetto del progressivo scivolamento dell’Etiopia verso posizioni gradite a Mosca a seguito del locale colpo di stato nel 1974, gli Stati Uniti non supportarono l’invasione somala dell’Ogaden nel 1977. Anche a seguito del miglioramento delle relazioni con Mogadiscio, gli aiuti militari statunitensi rimasero limitati e solo a seguito della fallita invasione etiope del 1982 vennero incrementati, testimoniando il carattere tendenzialmente secondario del dossier somalo nell’ottica della politica estera americana.  

Washington e le due Somalie

Come conseguenza dell’invasione dell’Ogaden, a partire dal 1977 sorsero in Somalia numerosi movimenti d’opposizione al regime socialista di Siad Barre. Uno dei principali si rivelò essere il Movimento Nazionale Somalo, formazione composta prevalentemente da membri del clan Isaaq, largamente maggioritario nel territorio dell’ex Somalia Britannica. Il governo rispose con una spietata repressione a danno degli Isaaq e degli altri clan somali dissidenti, la quale tuttavia erose il proprio supporto interno sino a determinarne il crollo nel 1991. A seguito della fine del regime, le “due Somalie” presero due direzioni completamente differenti. L’ex Somalia italiana sprofondò nell’anarchia, divenendo uno Stato fallito preda di diversi clan rivali. In tal contesto, gli Stati Uniti parteciparono alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite note come UNOSOM. Tuttavia, a dispetto del successo tattico statunitense nella Battaglia di Mogadiscio, le significative perdite subito spinsero gli Stati Uniti a ritirarsi rapidamente, dato il limitato valore strategico del Paese. Viceversa, nel territorio della Somalia Britannica i ribelli del SNM convocarono una conferenza comprendente i numerosi clan della regione, al fine di definirne un nuovo assetto politico. L’incontro si concluse con una Dichiarazione di indipendenza da parte del Somaliland, la quale non ottenne il riconoscimento della comunità internazionale. Grazie alla relativa omogeneità clanica e all’isolamento dal caos che colpiva il resto della Somalia, il Somaliland riuscì a trovare una certa stabilità costruendo istituzioni funzionanti e organizzando diverse elezioni democratiche.

L’importanza del dossier somalo nell’ottica della politica estera americana crebbe solo a seguito dell’inizio della guerra al terrore. L’ascesa dell’Unione delle Corti Islamiche (ICU), forza islamista sorta in opposizione ai signori della guerra, venne infatti percepita negativamente dagli Stati Uniti, i quali temevano possibili legami tra le ICU e Al Qaeda. Inizialmente, Washington optò per sostenere una vasta rete di milizie contrapposta alle Corti Islamiche, le quali vennero rapidamente sconfitte durante la Battaglia di Mogadiscio nel 2006. A tal proposito, Washington decise di supportare un’invasione etiope della Somalia, la quale portò all’insediamento di una debole autorità statale in gran parte dipendente da Addis Abeba nota come Governo Federale di Transizione (TFG). Le truppe etiopi furono tuttavia costrette a ritirarsi di fronte alla rapida riconquista del territorio da parte degli insorti legati alle ICU e al gruppo estremista Al Shaabab, legato ad Al Qaeda. Il collasso del TFG venne evitato solo grazie ad un accordo di condivisione del potere tra le autorità somale e l’Alleanza per la Ri-Liberazione della Somalia, composta in larga parte da membri moderati delle Corti Islamiche. L’intesa portò all’elezione di Sharif Sheikh Ahmed, ex leader delle ICU, alla presidenza del Paese. Con il sostegno statunitense, il nuovo governo riuscì a ristabilire il controllo su ampie aree della Somalia entro il 2012.

Il rinovato interesse strategico degli Stati Uniti nella regione spinse anche ad un engagement nei riguardi del Somaliland, meno volatile e più sicuro della vicina Somalia. Nonostante il continuo sostegno statunitense al governo federale somalo nel quadro della lotta al terrorismo, Washington ha progressivamente rafforzato i propri legami con il Somaliland. Nel 2010, diversi ministri e parlamentari somalilander visitarono gli Stati Uniti su invito ufficiale, incontrando membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale. A partire dal 2020, in seguito alle congratulazioni statunitensi per l’instaurazione di relazioni tra Somaliland e Taiwan, i rapporti bilaterali si sono ulteriormente intensificati. Nel 2022, il Presidente del Somaliland Muse Bini Abdi ha visitato gli Stati Uniti incontrando diversi membri del Congresso. Contestualmente, diversi legislatori statunitensi hanno presentato proposte volte a garantire il riconoscimento del Somaliland, o ad incrementare i legami non diplomatici con Hargeisa. 

Il “caso Somaliland” nell’era Trump

In seguito al riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, il presidente americano Donald Trump si è inizialmente opposto ad un analogo passo da parte degli Stati Uniti, salvo poi ritrattare parzialmente, dichiarando che Washington avrebbe valutato attentamente l’ipotesi. A tali affermazioni ha tuttavia fatto seguito un comunicato del Dipartimento di Stato che riaffermava il sostegno statunitense all’integrità territoriale della Somalia. Allo stato attuale, un riconoscimento diplomatico del Somaliland da parte degli Stati Uniti appare improbabile. Una simile decisione avrebbe infatti un impatto negativo sulle relazioni con i Paesi dell’Unione Africana, tradizionalmente favorevoli al principio dell’integrità territoriale somala. Tuttavia, la Somalia ha recentemente registrato una significativa crescita dell’influenza turca e cinese, mentre la presenza statunitense appare in declino. Tale stato di cose si è riflesso in un generale peggioramento delle relazioni tra i due Paesi a seguito dell’ascesa di Donald Trump. Il Presidente americano si è infatti scagliato con durezza contro la Somalia e gli immigrati somali presenti nel Paese. Il 13 gennaio 2026 Kristi Noem, Segretario del Dipartimento per la Homeland Security, ha annunciato la fine del Temporary Protected Status per i somali residenti negli Stati Uniti, per la prima volta dal 1991. Contestualmente, Washington ha rifiutato di finanziare una proposta delle Nazioni Unite relativa all’avvio di una nuova missione di pace dell’Unione Africana in Somalia. 

Mogadiscio rimane contestualmente uno Stato fragile, ancora alle prese con l’insurrezione di al-Shabaab e alla recente secessione de facto dello stato del Puntland. Al contrario, il Somaliland appare più stabile e, data la sua necessità di legittimazione internazionale, risulta potenzialmente più ricettivo al sostegno statunitense. Inoltre, il territorio di Hargeisa riveste un’importanza strategica rilevante per il contenimento degli Houthi, garantendo un importante accesso al Mar Rosso. Ciononostante, tra il 2022 e il 2023 Hargeisa ha perso il controllo di porzioni significative del proprio territorio. Le regioni orientali, abitate prevalentemente dal clan Dhulbahante, hanno infatti proclamato una secessione, dando vita allo Stato del Khatumo, il quale ha rapidamente dichiarato la propria riunificazione con il governo federale somalo, evidenziando la forza dei movimenti unionisti locali e danneggiando seriamente la reputazione del Somaliland come isola stabile nel Corno d’Africa.

Parallelamente, il recente riconoscimento israeliano del Somaliland ha alimentato nuove tensioni nella regione occidentale dell’Awdal, anch’essa caratterizzata dalla presenza di forti correnti unioniste e da un diffuso sentimento filo palestinese, in un contesto in cui l’Etiopia, principale partner del Somaliland, si trova sull’orlo di una nuova possibile guerra civile

In ultima analisi, la politica estera statunitense si sta progressivamente riorientando verso l’Emisfero Occidentale e l’Indo-Pacifico. La recente National Defense Strategy stabilisce infatti l’intenzione di Washington di delegare il contenimento dell’Iran e dei suoi proxy ai partner regionali, riservandosi interventi limitati e circoscritti. In tale contesto, appare improbabile che gli Stati Uniti intendano impegnarsi attivamente nel Corno d’Africa in una fase di crescente instabilità regionale.L’ambiguità strategica rappresenta una parte importante della politica estera americana, essendo stata storicamente impiegata in diversi dossier. Il caso maggiormente emblematico è rappresentato dalla posizione statunitense relativa alla disputa tra la Repubblica Popolare Cinese e Taiwan. Nello specifico, Washington ha riconosciuto a livello diplomatico il governo di Pechino, mantenendo tuttavia regolari relazioni diplomatiche e commerciali con Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Tale politica ha consentito agli Stati Uniti di normalizzare i propri rapporti con Pechino, minimizzando le tensioni con il Dragone e risultando contestualmente in linea con la posizione di gran parte della comunità internazionale, ormai ferma nel riconoscere diplomaticamente la Repubblica Popolare Cinese, senza tuttavia rinunciare al mantenimento di ottime relazioni con Taiwan, un attore rappresentante un vero e proprio alleato a differenza di Pechino. In conclusione, la crescente influenza turca e cinese sulla Somalia e la sua profonda instabilità interna potrebbero determinare un incremento della cooperazione tra Stati Uniti e Somaliland basato sul modello “engagement senza riconoscimento”, già implementato con successo nell’ambito delle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan.



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