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13/03/2026
Stati Uniti e Nord America

Operation Epic Fury e l’overstretch americano: quando la guerra lampo diventa palude strategica

di Alberto Evangelisti

L’operazione congiunta statunitense e israeliana contro l’Iran, avviata il 28 febbraio 2026, rappresenta un caso paradigmatico di sovraestensione strategica. Concepita come un’azione chirurgica di decapitazione del regime e neutralizzazione del programma nucleare iraniano, Epic Fury si è rapidamente trasformata in un conflitto ad alta intensità privo di obiettivi politici definiti e di una exit strategy praticabile. L’analisi delle dinamiche in corso rivela come l’entusiasmo tattico iniziale si stia scontrando con le spietate logiche della strategia a lungo termine, con ricadute potenzialmente irreversibili sull’architettura di sicurezza nel Golfo e sull’equilibrio tra grandi potenze.

L’operazione congiunta statunitense e israeliana contro l’Iran, avviata il 28 febbraio 2026, rappresenta un caso paradigmatico di sovraestensione strategica. Concepita come un’azione chirurgica di decapitazione del regime e neutralizzazione del programma nucleare iraniano, Epic Fury si è rapidamente trasformata in un conflitto ad alta intensità privo di obiettivi politici definiti e di una exit strategy praticabile. L’analisi delle dinamiche in corso rivela come l’entusiasmo tattico iniziale si stia scontrando con le spietate logiche della strategia a lungo termine, con ricadute potenzialmente irreversibili sull’architettura di sicurezza nel Golfo e sull’equilibrio tra grandi potenze.

Il 28 febbraio 2026, le forze armate statunitensi e israeliane hanno lanciato un’offensiva congiunta contro la Repubblica Islamica dell’Iran, denominata Operation Epic Fury da Washington e Roaring Lion da Gerusalemme. Nelle prime dodici ore, circa 900 attacchi hanno colpito infrastrutture militari, impianti nucleari e obiettivi di leadership, incluso il compound del Guida Suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso nell’attacco. L’operazione è stata presentata dall’amministrazione Trump come un intervento necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana e difendere gli interessi americani nella regione.

Tuttavia, a dodici giorni dall’inizio delle ostilità, il bilancio strategico presenta criticità profonde. Come osservato dalla London School of Economics, la brillantezza tattica delle prime ore non si è tradotta in successo politico. L’obiettivo dichiarato di regime change appare sempre più irrealistico senza un’invasione terrestre, mentre la ritorsione iraniana su scala regionale ha trasformato il conflitto in una guerra di attrito dai costi insostenibili, esponendo le faglie strutturali della proiezione di potenza americana in Medio Oriente.

L’illusione della decapitazione: regime change senza piano B

La dottrina alla base di Epic Fury poggiava su un presupposto fragile: l’eliminazione della leadership iraniana avrebbe innescato un processo endogeno di transizione politica, alimentato dalle proteste popolari già in corso dal dicembre 2025. Un’analisi della Brookings Institution ha evidenziato come lo strike di decapitazione abbia inflitto un colpo psicologico severo al regime, senza tuttavia generare il collasso istituzionale sperato. Le reti profondamente radicate e le istituzioni che sostengono la Repubblica Islamica da quasi mezzo secolo garantiscono, almeno nel breve termine, un vantaggio schiacciante della struttura di potere sugli sfidanti interni.

Un rapporto di intelligence americana, rivelato dalla rivista Fortune, ha confermato che il National Intelligence Council aveva concluso, già prima dell’inizio delle operazioni, che né attacchi aerei limitati né una campagna prolungata avrebbero probabilmente prodotto un cambio di governo a Teheran. Tale valutazione è stata sostanzialmente ignorata dal processo decisionale politico, evidenziando una pericolosa disconnessione tra intelligence e scelte strategiche.

Il classico effetto di compattamento nazionale di fronte all’aggressione esterna si è puntualmente manifestato. La rapidità con cui Mojtaba Khamenei è stato designato successore del padre ha garantito la continuità della catena di comando, mentre la rabbia popolare si è spostata, almeno in parte, dalla protesta contro il regime verso un sentimento di minaccia esistenziale, soprattutto dopo che Trump ha suggerito che la guerra potrebbe alterare i confini dell’Iran. Come osservato dall’Atlantic Council, esiste la convinzione diffusa in parte dell’establishment di Washington che l’Iran cesserà di combattere quando gli Stati Uniti e Israele lo vorranno, replicando lo stesso ragionamento che ha portato l’amministrazione a presumere che Teheran avrebbe capitolato nei negoziati nucleari. Ma questa convinzione rischia di rivelarsi eccessivamente ottimistica.

La stessa amministrazione Trump appare incerta sugli obiettivi finali. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ripetutamente assicurato che l’operazione non sarebbe un esercizio di nation-building e che non si sarebbe ripetuto lo scenario iracheno. Tuttavia, il presidente ha contemporaneamente dichiarato di non escludere l’invio di truppe di terra, generando confusione strategica. Come sintetizzato dalla LSE, gli obiettivi oscillano tra il regime change e un accordo rapido con elementi del governo esistente (in una sorta di tentativo di ripetizione dello scenario venezuelano), senza che nessuna delle due strade sia stata perseguita con coerenza.

Il collasso dell’ombrello di sicurezza nel Golfo Persico

L’impatto geopolitico forse più devastante per Washington nel medio termine riguarda la frattura con gli alleati del Golfo. Come riportato da Al Jazeera, la ritorsione iraniana ha colpito basi e infrastrutture statunitensi in Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti fin dalle prime ore del conflitto. L’IRGC ha dichiarato di aver colpito 27 basi militari che ospitano truppe americane, dimostrando che la proiezione di potenza convenzionale americana può essere saturata da un avversario determinato che combatte nel proprio spazio operativo.

I danni materiali sono stati significativi. Secondo il Soufan Center, è altamente probabile che i funzionari del Golfo rivaluteranno l’utilità delle basi americane sui propri territori, le quali non hanno agito né come deterrente né come scudo protettivo contro l’impatto di missili e droni. Un radar di allerta precoce del valore di 1,1 miliardi di dollari è stato distrutto ad Al Udeid in Qatar. Gli Emirati Arabi Uniti hanno registrato il lancio di oltre 1.400 droni e 246 missili contro il proprio territorio nella sola prima settimana, con colpi che hanno raggiunto aree prossime agli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi, al Burj Al Arab e a Palm Jumeirah.

Il malcontento dei Paesi del Golfo è profondo e gli attacchi iraniani hanno creato un divario di fiducia enorme nei confronti di Washington, destinato a durare anni. Già prima del conflitto, i Paesi del Golfo avevano negato l’uso delle proprie basi e dello spazio aereo per gli attacchi contro l’Iran, temendo le ritorsioni di Teheran. Il Soufan Center ritiene che questa crisi avvierà una significativa ricalibratura della presenza americana in Medio Oriente, con i Paesi del GCC che accelereranno la transizione verso una politica estera multivettoriale, non affidandosi più esclusivamente a Washington per la propria sicurezza.

Il costo insostenibile: munizioni, finanze e credibilità della deterrenza

La dimensione economica del conflitto evidenzia l’insostenibilità dell’approccio adottato. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, le prime 100 ore di Operation Epic Fury sono costate circa 3,7 miliardi di dollari, pari a circa 891 milioni al giorno, di cui la quasi totalità non previsti nel bilancio della difesa. Il Penn Wharton Budget Modelstima che un conflitto di due mesi potrebbe costare tra i 40 e i 95 miliardi di dollari, con il rischio concreto di superare i 100 miliardi in caso di prolungamento.

Il problema più critico riguarda però l’esaurimento delle scorte missilistiche. Il rapporto costi di intercettazione rispetto ai costi dei missili iraniani è drammaticamente asimmetrico: l’Iran produce missili balistici a costi che vanno da decine di migliaia a poche centinaia di migliaia di dollari, mentre gli Stati Uniti li intercettano con sistemi che costano tra i 4 e i 12 milioni di dollari per singolo colpo. Nella prima settimana sono stati impiegati circa 180 intercettori navali SM‑2/3/6, 90 missili Patriot PAC‑2/3 e 40 intercettori THAAD. Le scorte di THAAD erano già state ridotte del 14‑25% durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, e la produzione annuale copre solo una frazione del consumo bellico corrente. Lo stesso Joint Chiefs of Staff, il Generale Dan Caine, aveva espresso preoccupazione alla Casa Bianca sul fatto che operazioni importanti sarebbero state compromesse dall’esaurimento delle munizioni dovuto al supporto a Israele e Ucraina.

Questa erosione delle scorte ha implicazioni che trascendono il teatro mediorientale. Come evidenziato da analisti del CSIS, il depauperamento dei missili Tomahawk, degli SM‑6 e dei LRASM incide direttamente sulla capacità di deterrenza nel teatro indo‑pacifico, dove la sfida cinese resta la priorità strategica dichiarata degli Stati Uniti. Si configura così il paradosso di un’operazione concepita per rafforzare la credibilità americana che rischia, al contrario, di eroderne strutturalmente la deterrenza globale.

I beneficiari silenziosi: Russia e Cina di fronte all’overstretch americano

Mentre Washington brucia risorse e capitale politico nel Golfo, Mosca e Pechino osservano e traggono vantaggi strategici. Secondo un’analisi del Washington Institute, la Russia beneficia su un duplice piano. Economicamente, la crisi energetica e la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi del petrolio, rimpinguando le casse di Mosca in un momento critico per il finanziamento della guerra in Ucraina. Strategicamente, l’assorbimento di risorse militari e attenzione politica americana verso il Medio Oriente alleggerisce la pressione sul fronte est‑europeo. Mosca starebbe fornendo a Teheran intelligence sui movimenti e gli obiettivi militari americani, dimostrando come il conflitto iraniano si inserisca pienamente nella competizione strategica globale.

Per la Cina, il conflitto rappresenta sia un rischio che un’opportunità. In molti ritengono che  Pechino stia adottato un pragmatismo calcolato: condannando gli attacchi, evacuando i propri cittadini e mantenendo la priorità sulla détente con Washington. La Cina, che acquistava oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane, ha accumulato riserve strategiche per circa 104 giorni di importazioni, garantendosi un margine di manovra energetico. Un Iran indebolito, paradossalmente, potrebbe risultare funzionale agli interessi cinesi: come osservato dagli analisti, più il regime iraniano si indebolisce, più diventa diplomaticamente, economicamente e tecnologicamente dipendente da Pechino.

Analogamente a quanto accaduto per la Russia sul teatro ucraino, il conflitto iraniano sta inoltre offrendo alle due potenze rivali un osservatorio privilegiato sulle capacità militari americane. Le modalità operative, i tempi di reazione, l’efficacia dei sistemi di difesa aerea, i colli di bottiglia logistici e i limiti delle scorte missilistiche sono informazioni di valore inestimabile per Pechino, in particolare nella prospettiva di un eventuale confronto nello Stretto di Taiwan. Come sottolineato dall’American Enterprise Institute, la stessa decisione cinese di inviare missili anti‑portaerei all’Iran potrebbe aver accelerato la timeline del conflitto, restringendo la finestra diplomatica e costringendo Washington ad agire prima che tali sistemi diventassero operativi.

Operation Epic Fury rappresenta, in definitiva, l’epitome dell’overstretch imperiale: un’operazione concepita come chirurgica e fulminea, trasformatasi in una palude asimmetrica che erode le risorse militari, il capitale diplomatico e la credibilità strategica degli Stati Uniti. Washington ha vinto la battaglia convenzionale dei primi giorni, ma rischia concretamente di perdere la guerra strategica regionale. Il Medio Oriente si trova a un punto di svolta e l’amministrazione americana è di fronte a un trilemma: espandere la guerra rischiando un conflitto regionale totale, dichiarare un successo limitato e ricostruire la deterrenza nella speranza che Theran accetti la fine delle ostilità, oppure proseguire all’intensità attuale accettando costi politici ed economici crescenti. In ogni caso, il danno all’architettura di sicurezza americana nel Golfo appare già in larga misura irreversibile, e i principali beneficiari di questa sovraestensione strategica restano Mosca e Pechino, che senza sparare un colpo vedono il proprio avversario sistemico indebolirsi sul piano militare, economico e diplomatico.

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