La visita a Washington del Primo Ministro (PM) ungherese, Viktor Orbán, segnala una rinnovata intesa tra Stati Uniti ed Ungheria. Budapest ha principalmente puntato ad ottenere esenzioni dal regime sanzionatorio degli USA sull’energia russa ma la partita è più grande.
Venerdì 7 ottobre 2025, si sono incontrati alla Casa Bianca il PM magiaro, Orbán, e il Presidente statunitense, Donald Trump. Il bilaterale, che si tiene in un momento in cui Washington ha cancellato il “summit di Budapest” sul conflitto russo-ucraino, rappresenta la prosecuzione dell’azione diplomatica ungherese volta a tutelare gli interessi energetici del Paese, strettamente legati alla Russia. A conferma dell’importanza della missione, la delegazione di Budapest è stata eterogenea e numerosa includendo alcuni ministri su settori chiavi quali difesa, energia e infrastrutture, dirigenti di grandi aziende, giornalisti, rappresentanti di istituti di ricerca e influencer filogovernativi.
L’incontro è stato positivo e rafforza i rapporti tra i due Paesi. Oltre alla reciproca stima personale e approvazione sulla gestione del conflitto in Ucraina, Budapest ha portato a casa due risultati significativi: l’esenzione dal regime sanzionatorio dei flussi energetici provenienti dagli oleodotti Družba e Turkish Stream e la firma di un memorandum d’intesa sul nucleare ad uso civile che garantisce flussi di combustibile nucleare statunitense per un valore di 600 milioni di dollari. L’iniziativa rispecchia l’approccio transazionale dei due leader in cui i rapporti tra Paesi si sviluppano attraverso logiche do ut des immediate per ottenere vantaggi concreti ma di breve respiro.
Cosa vuole Orbán?
Il bilaterale di Washington è stato primariamente improntato alla difesa degli interessi energetici ungheresi in aperta opposizione con quelli europei. Difatti, dallo scoppio del conflitto in Ucraina del 2022 ad oggi, l’Ungheria ha dimostrato accondiscendenza nei confronti della Russia contribuendo a rallentare in maniera opportunistica il phase out europeo. In questo scenario, la decisione del 22 ottobre 2025 da parte dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control) del dipartimento del Tesoro statunitense di sanzionare Rosneft e Lukoil (le due grandi compagnie petrolifere russe) e le loro filiali ha suscitato reazioni opposte tra l’Ungheria e il resto dei Paesi europei.
Bruxelles ha sfruttato l’occasione per finalizzare il diciannovesimo pacchetto di misure restrittive. Adottato lo scorso 23 ottobre, esso impone un divieto di importazione di gas naturale liquefatto russo a partire da gennaio 2027 per i contratti a lungo termine e luglio 2026 per quelli a breve inasprendo le misure contro Rosneft e Gazprom ma non contro Lukoil, eccezion fatta per le sue flotte ombra. Tale differenza di trattamento è data dalla maggior presenza di Lukoil in Europa specialmente in Germania e nei Paesi dell’Europa centrorientale, tra cui Slovacchia ed Ungheria. Di contro, Budapest ha percepito la situazione come una minaccia in quanto Lukoil è primo partner energetico di MOL, la compagnia energetica statale ungherese. Quest’ultima ha beneficiato di condizioni economiche favorevoli che l’hanno resa dipendente e, al contempo, una sorta di “porta sul retro” per l’accesso dell’energia russa al mercato europeo. La richiesta di esenzioni si configura come una reazione antagonista alla strategia di sicurezza energetica dell’Unione Europea, orientata alla prosecuzione degli obiettivi di RePowerEU e all’acquisizione degli asset russi.
Se per l’Ungheria, le sanzioni europee rappresentano un ostacolo superabile con l’uso ostruzionistico del potere di veto in sede europea, le sanzioni di Washington sono molto più pericolose. Gli USA, prima economia mondiale, detengono la valuta più impiegata nel commercio internazionale, il dollaro. Inoltre, Washington dispone di “sanzioni secondarie”, un istituto economico-giuridico che le permette di colpire anche soggetti stranieri che operano con entità sanzionate. Budapest si è già confrontata in passato con le sanzioni USA: la precedente amministrazione statunitense sanzionò il Paese secondo il “regime Magnitsky” colpendo Antal Rogán, collaboratore dell’esecutivo magiaro in carica, con l’accusa di corruzione e di state capture. L’incontro di Washington, quindi, è un riconoscimento della posizione di Budapest sul fronte della sicurezza energetica data dalla non volontà di sganciarsi dalle fonti russe. La discussione è stata strumentalmente spostata verso la debolezza di tipo geografico dell’Ungheria, ossia l’essere privo di sbocco sul mare, elemento che rallenta la diversificazione energetica.
Cosa vuole (davvero) Orbán e a quale prezzo?
Il bilaterale ungherese-statunitense non si limita solamente alla questione energetica ma è l’ennesimo schiaffo a Bruxelles. Giocando una partita tutta sua, l’Ungheria si pone come un elemento di frizione strutturale dentro l’Occidente che si spiega alla luce di differenti elementi: la difesa degli interessi delle comunità magiare nella Transcarpazia ucraina; la sopravvivenza interna del proprio regime di democrazia illiberale; il timore di un conflitto NATO-Russia; la volontà di porsi come ponte tra Est e Ovest; e la creazione di un discorso interno rassicurante specialmente in vista delle elezioni che si terranno nella primavera del 2026. In tal senso, il lavoro diplomatico di Trump è congeniale agli interessi ungheresi per due motivi. A livello simbolico, il tycoon ha designato Budapest come sede dei colloqui di pace tra Russia e Ucraina, sebbene il possibile vertice risulti cancellato con data ancora da riprogrammare. A livello pratico, la fine del conflitto potrebbe, secondo i calcoli ungheresi, rallentare la necessità di far entrare Kyiv nelle istituzioni euro-atlantiche evitando ora e nel futuro di “portare la guerra in Europa”.
Tuttavia, le ambizioni di Orbán vengono messe alla prova non solo dalla crisi ucraina ma anche dalla natura transazionale del dialogo con gli USA. Infatti, l’Ungheria ha ottenuto solamente una proroga di un anno sulle esenzioni dal divieto di importare gas e petrolio di Mosca. Il prezzo di questo accordo è quello di esporsi a un dilemma strategico causato dai richiami continui della Casa Bianca ad acquistare energia da lei piuttosto che dalla Russia. Da un lato, non soddisfare quelle richieste allontanerebbe ulteriormente Budapest dalle alleanze occidentali con la conseguenza di perdere i benefici dall’allineamento euroatlantico. Dall’altro, allinearsi eccessivamente con gli USA contradirebbe la strategia orbaniana secondo cui mantenere i rapporti con la Russia è essenziale per garantire la stabilità dei costi energetici domestici. Tale posizione è più retorica che fattuale in quanto, se ci fosse maggiore volontà politica, sarebbe possibile ridurre le forniture di energia russa dai flussi dell’Adriatico come fatto dalla Repubblica Ceca.
Infine, sebbene il Ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, abbia esaltato i risultati del bilaterale su X, il governo ha portato a casa un risultato insufficiente rispetto ai profondi problemi energetici del Paese. Difatti, come denunciato il 13 ottobre scorso dall’ultimo documento del NEKT, il Piano Nazionale sul Clima dell’Ungheria, la dipendenza dalla Russia è un rischio strategico da mitigare al più presto. La mancanza di volontà politica espone il governo a fare i conti con una situazione di erosione economica e di aumento significativo dei costi della vita che difficilmente si possono far fronte con incentivi statali. Questa situazione pericolosa, se gestita male, rischia di indebolire internamente l’esecutivo e il Paese a livello internazionale isolandolo ulteriormente.

