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22/12/2025
Europa

L’orbita europea tra industria e sovranità

di Andrea Arquilla

Ad ottobre 2025 le aziende europee Airbus, Leonardo e Thales hanno siglato un Memorandum of Understanding con l’obiettivo di unificare le proprie attività spaziali in una nuova società continentale. Questo annuncio assume una rilevanza strategica ben oltre la semplice operazione industriale, testimoniando la crescente consapevolezza che lo “spazio” è divenuto un dominio critico per la sicurezza nazionale, l’autonomia tecnologica e la competitività globale. La rivoluzione spaziale è un processo in atto che l’Europa è chiamata non solo a riconoscere, ma a saper gestire e accompagnare, mantenendosi allineata al ritmo dell’innovazione globale. Come ha affermato il Commissario europeo Andrius Kubilius, «il XXI secolo sarà il secolo dello spazio».

Ad ottobre 2025 le aziende europee Airbus, Leonardo e Thales hanno siglato un Memorandum of Understandingcon l’obiettivo di unificare le proprie attività spaziali in una nuova società continentale. Questo annuncio assume una rilevanza strategica ben oltre la semplice operazione industriale, testimoniando la crescente consapevolezza che lo “spazio” è divenuto un dominio critico per la sicurezza nazionale, l’autonomia tecnologica e la competitività globale. La rivoluzione spaziale è un processo in atto che l’Europa è chiamata non solo a riconoscere, ma a saper gestire e accompagnare, mantenendosi allineata al ritmo dell’innovazione globale. Come ha affermato il Commissario europeo Andrius Kubilius, «il XXI secolo sarà il secolo dello spazio».

Il dominio spaziale tra sicurezza e competizione industriale

Oggi la corsa allo spazio non rappresenta più soltanto un’avanguardia tecnologica, ma si è trasformata in uno dei pilastri strutturali delle infrastrutture strategiche globali. Missioni scientifiche, piattaforme orbitali, lanciatori, sistemi di navigazione, satelliti – da oggetti di grandi dimensioni fino alle ultime tecnologie che utilizzano microsat e cubesat – costituiscono l’architettura invisibile che sostiene sicurezza nazionale, economia digitale, difesa collettiva e capacità di risposta alle emergenze. La natura duale dello spazio – civile e militare – rende imprescindibile per qualsiasi attore internazionale avere la capacità di operare in autonomia, continuità e sicurezza in orbita. 

In questo quadro, lo scorso maggio alla Camera dei deputati il Commissario europeo Kubilius ha sintetizzato l’ambizione strategica dell’Unione. Una difesa moderna, ha affermato, non può esistere senza robuste capacità spaziali: sistemi di intelligence geospaziale in grado di acquisire immagini in ogni condizione meteorologica; comunicazioni satellitari sicure e più performanti di Starlink; servizi di posizionamento, navigazione e timing ultra-precisi e resilienti ad attacchi e interferenze. Una visione che inquadra lo spazio come fondamento della sovranità europea e come dominio dove si giocherà la competizione industriale, tecnologica e geopolitica dei prossimi decenni.

Alla luce di questa prospettiva il progetto del nuovo colosso industriale italo-francese appare come un potenziale punto di svolta. Il tema centrale diventa ora capire se questa integrazione saprà generare non solo massa critica industriale, ma anche una strategia di lungo periodo capace di superare un modello di governance dello spazio concepito oltre cinquant’anni fa e forse non più adatto alla velocità di innovazione e alla pressione geopolitica attuale. L’Europa, per colmare il divario con le grandi potenze spaziali, dovrà interrogarsi su come coordinare meglio investimenti, programmi e priorità tra Stati membri, rafforzare – o ripensare – strumenti comuni come ESA ed EUSPA e sviluppare un’industria snella burocraticamente e coesa che sia in grado di competere globalmente

Il sistema spaziale europeo: tra complessità di governance e vincoli di sovranità

Il percorso verso una reale sovranità spaziale europea si sviluppa all’interno di un sistema di finanziamento e governance più frammentato rispetto a quello di altre potenze spaziali. Le risorse pubbliche vengono convogliate attraverso un quadro istituzionale complesso, in cui i governi nazionali finanziano agenzie e programmi che, a loro volta, coinvolgono i singoli Stati membri secondo logiche differenziate. In questo ecosistema operano molteplici attori: la Commissione europea definisce le politiche e i finanziamenti per le iniziative spaziali a livello dell’Unione; l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) gestisce un ampio portafoglio di programmi per i suoi 23 Stati membri; EUMETSAT coordina le missioni meteorologiche; l’Agenzia dell’UE per il Programma Spaziale (EUSPA), in collaborazione con Commissione, ESA ed EUMETSAT, cura l’implementazione e le operazioni di asset comuni come Galileo e Copernicus; mentre la Direzione generale per l’Industria della Difesa e lo Spazio (DG DEFIS) e l’Agenzia europea per la difesa (EDA) intervengono sul versante delle capacità a valenza strategica e militare.

Questa articolazione genera una molteplicità di centri decisionali e procedure di allocazione che rendono complessa una pianificazione coerente di lungo periodo. In questo quadro si inseriscono meccanismi come il principio del geo return, applicato nei programmi ESA, pensato per bilanciare contributi nazionali e ritorni industriali ma che, nella pratica, tende a frammentare gli investimenti e rallentare la crescita di capacità industriali competitive a livello europeo. A ciò si aggiungono regole di procurement pubblico che, pur perseguendo obiettivi di equilibrio, comprimono i premi industriali e riducono gli incentivi all’innovazione.

La naturale conseguenza è che la spesa spaziale europea, pur in aumento, risulta meno efficace. La recente espansione degli investimenti lo conferma: nel 2025 la Germania ha annunciato 35 miliardi di euro in cinque anni per spazio, difesa e tecnologie critiche, affermandosi alla ministeriale ESA come primo contributore con circa 5 miliardi sui 22,1 miliardi stanziati fino al 2028. L’Italia e la Francia seguono con il 16% ciascuna del totale. È un livello di investimento senza precedenti, che tuttavia rischia di essere assorbito da un sistema che non premia la competitività. Berlino, ad oggi, esercita una leadership finanziaria e politica che potrebbe irrigidire le negoziazioni, soprattutto se percepita come eccessiva dagli altri Stati membri, anche in vista di nuove iniziative, come lo “Space Shield” atteso per il 2026, voluto per integrare capacità di sorveglianza, difesa e resilienza orbitale.  Tuttavia, il successo dipenderà dalla capacità di superare la proliferazione di agenzie, bandi e programmi concorrenti.

Sul piano regolamentare, il dibattito sull’EU Space Act sta aprendo la strada a un possibile quadro comune per armonizzare e rafforzare la competitività industriale europea. In un contesto complessivo di crescente rilevanza strategica, diversi Stati membri hanno avviato una revisione delle proprie architetture di governance nazionale: l’Italia, con la Legge n. 89 del 13 giugno 2025, e la Spagna, con la creazione dell’Agencia Espacial Española nel 2023, hanno avviato modelli più strutturati di coordinamento, riflettendo la crescente consapevolezza che una governance nazionale solida è condizione necessaria per incidere efficacemente sulle priorità e sulle risorse dello spazio europeo. Da qui la domanda strategica: l’Europa deve procedere verso una vera strategia unitaria o, al contrario, valorizzare modelli nazionali più autonomi che stimolino concorrenza e innovazione nello spazio europeo?

Gli Stati Uniti e la nuova centralità strategica dello Spazio

La pubblicazione della nuova National Security Strategy 2025 (NSS 2025) USA offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la traiettoria dei grandi attori globali nello spazio e, di riflesso, per valutare la posizione europea nel nuovo equilibrio tecnologico e geopolitico. Pur priva di un capitolo dedicato, la NSS 2025 colloca lo spazio, insieme ad altre dimensioni, al centro della proiezione di potere americana. Il messaggio è chiaro: lo spazio non è più soltanto un ambito tecnologico, ma una infrastruttura di potenza nazionale, un abilitatore essenziale della deterrenza multidominio e della resilienza sistemica degli Stati Uniti. Washington considera ormai la dimensione spaziale come parte integrante delle sue infrastrutture critiche, al pari delle reti energetiche, dei cavi sottomarini o delle catene digitali, riconoscendo che il potere del XXI secolo si gioca lì dove transitano i dati, le comunicazioni e le capacità decisionali.

La NSS 2025 afferma con chiarezza che gli Stati Uniti devono preservare un vantaggio netto in tutte le capacità spaziali critiche trasformando lo spazio nella vera dorsale della deterrenza americana. Sul piano geopolitico, la Strategia USA rafforza inoltre l’impegno alla cooperazione con gli alleati, considerata essenziale per consolidare la Space Domain Awareness, garantire la protezione delle supply chain, migliorare l’interoperabilità tra costellazioni e rafforzare la resilienza delle infrastrutture critiche. La strategia propone un modello di partenariato che integra capacità nazionali e industriali, con l’obiettivo di costruire una rete di sicurezze interconnesse che coinvolga governi, forze armate e settore privato. Questa apertura alla cooperazione non è però neutra: riflette una postura geopolitica orientata alla costruzione di alleanze tecnologiche stabili, laddove la competizione globale sullo spazio si traduce sempre più in una competizione sulle catene del valore, sulle piattaforme digitali e sul controllo degli standard.

Infine, la strategia americana pone un’enfasi forte sulla integrazione strutturale tra settore privato e difesa, riconoscendo le imprese come attori fondamentali della sicurezza nazionale nello spazio. Il dual-use diventa il paradigma dominante: costellazioni commerciali, servizi di osservazione, piattaforme cloud, componentistica avanzata e tecnologie emergenti sono considerati elementi indispensabili per l’efficacia dell’apparato difensivo. È in questo quadro che si colloca la recente nomina di Jared Isaacman – imprenditore, miliardario e comandante della missione Inspiration4 – come figura chiamata a rafforzare l’interazione tra attori pubblici e privati nelle attività spaziali connesse alla sicurezza nazionale. La scelta di un profilo proveniente dal settore commerciale, con esperienza diretta nelle missioni orbitali, segnala un orientamento volto a valorizzare il contributo dell’industria e del capitale privato all’interno delle strategie spaziali statunitensi. Ne emerge un modello in cui lo spazio viene sempre più gestito come un ecosistema integrato, in cui funzioni pubbliche e iniziative private tendono a interagire in modo strutturato.

Queste direttrici delineano un quadro in cui gli Stati Uniti non si limitano a difendere la propria presenza nello spazio, ma progettano un’integrazione profonda tra infrastrutture, tecnologie e dottrina strategica. Per l’Europa, l’NSS 2025 rappresenta dunque un segnale potente: la competizione orbitale del XXI secolo non sarà più una gara tra programmi spaziali, ma una partita complessa che coinvolgerà la governance delle reti critiche, la protezione dei dati, la resilienza delle infrastrutture, l’autonomia industriale e la gestione dell’intera supply chain. In questo scenario, il successo del nuovo polo spaziale europeo derivante dalla fusione Airbus–Leonardo–Thales dipenderà dalla capacità dell’Europa di interpretare questo cambio di paradigma e di costruire una strategia che sappia declinare una visione di sovranità tecnologica realmente europea.

Verso una nuova orbita europea

Il percorso che abbiamo ricostruito mostra con chiarezza come l’ecosistema spaziale globale stia entrando in una nuova fase. In questo scenario, il caso statunitense – con l’emergere di figure come Jared Isaacman ed Elon Musk – evidenzia un modello ibrido pubblico-privato fatto di scambi reciproci, generando un circuito virtuoso capace di generare vantaggi.

Visto in questo contesto, l’ipotesi della fusione è una risposta geopolitica. Significa dotare l’Europa di un apparato industriale capace di agire con la stessa intensità dei competitor globali, superando la logica della moltiplicazione delle micro-linee nazionali per arrivare a un “ecosistema unico” che ottimizzi risorse, investimenti e tempistiche.

La riflessione fatta da McKinsey individua chiaramente il bivio: continuare sulla strada attuale rischia di accentuare la perdita di competitività, mentre un consolidamento strutturale permetterebbe di liberare economie di scala, ridurre i costi di sviluppo, accelerare i cicli di innovazione e posizionare l’Europa su traiettorie coerenti con le ambizioni strategiche dell’Unione.

Il punto, però, è politico prima ancora che industriale. Una fusione richiede che gli Stati accettino di ripensare il proprio ruolo, condividendo sovranità industriali oggi percepite come irrinunciabili. Richiede che ESA, Commissione e industria definiscano un equilibrio nuovo, in cui governance e missioni strategiche siano allineate e non sovrapposte. 

Guardando avanti, il consolidamento del settore serve a dotare l’Europa di un’industria dove la capacità di proiettarsi in orbita influenza direttamente la forza negoziale sulla Terra. Se l’Europa saprà compiere questo passo, non solo recupererà competitività industriale ma potrà finalmente trasformare lo spazio in un pilastro della propria autonomia strategica, coerente con il ruolo che aspira ad avere nei nuovi equilibri geopolitici globali, come dichiarato dal Commissario europeo a Roma.

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