Il vertice della Coalizione dei Volenterosi di Parigi conferma il sostegno all’Ucraina attraverso la definizione di “robuste garanzie di sicurezza”. Tuttavia, la minaccia di Washington di prendersi la Groenlandia e l’atteggiamento transazionale dell’attuale amministrazione USA rischiano di minare la credibilità dei risultati raggiunti
Martedì 6 gennaio 2026, i leader della Coalizione dei Volenterosi si sono riuniti a Parigi per definire la natura delle garanzie di sicurezza da fornire a Kyiv e definire le modalità e i tempi circa la creazione di una “forza multinazionale” che dovrebbe entrare in azione dopo un’eventuale tregua con la Russia. A questo vertice hanno preso parte, per la prima volta da quando Donald Trump è diventato presidente, anche gli Stati Uniti tramite i loro emissari: l’inviato speciale per l’Ucraina Steve Witkoff, il funzionario — nonché genero del presidente — Jared Kushner, e il comandante del Comando europeo degli USA, Alexus Grynkewich. Anche i vertici dell’Unione europea (Ue), della NATO e gli ambasciatori di Nuova Zelanda, Australia, Turchia e Giappone hanno partecipato al vertice per un totale di 35 rappresentanti.
L’incontro è stato molto rilevante in quanto, come delineato dai partecipanti, ha delineato nel concreto le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. La “Dichiarazione di Parigi”, il documento finale prodotto dal vertice, si struttura attorno a cinque punti i quali riescono a creare vincoli legali e politici che conciliano le istanze delle Parti. In primo luogo, viene delineato un “meccanismo di monitoraggio” del cessate il fuoco a guida statunitense istituendo, al contempo, una “Commissione speciale” per valutare eventuali violazioni e rimedi. Secondo, il sostegno alle forze ucraine continuerà prioritizzando lo sviluppo della deterrenza e delle “prime linee di difesa”. Terzo, viene definita una “forza multinazionale” composta dai Volenterosi disposti a partecipare. Tale “forza multinazionale” sarà guidata dagli europei e sostenuta da membri non UE e dagli USA. Quarto, i Volenterosi saranno vincolati a sostenere Kyiv in caso di un futuro attacco da parte di Mosca tramite “l’uso di capacità militari, intelligence e supporto logistico, iniziative diplomatiche, adozione di ulteriori sanzioni”. Infine, i Volenterosi si impegnano ad approfondire tout court la cooperazione con l’Ucraina in ambito di difesa.
Tutti contenti…
Il vertice di Parigi, durato solo tre ore, è stato definito come un successo dalle Parti. La presenza degli emissari USA tra i volenterosi segnala un riavvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico sulla questione ucraina dopo un 2025 caratterizzato dall’accelerato disimpegno di Washington dal Vecchio Continente e dallo smantellamento del modello di leadership globale post-1945. Da una prospettiva statunitense, la partecipazione al vertice di Parigi è un modo per assicurare agli ucraini il sostegno USA dopo il conflitto in modo che non si ripresenti più un futuro conflitto con la Russia. Questa posizione, esplicitata da Kushner, va letta come il prosieguo dei colloqui con l’Ucraina avvenuti durante le ultime settimane a Miami. Da un lato, i colloqui tra i plenipotenziari russi, ucraini e statunitensi avvenuti tra il 19 e il 21 dicembre dimostrano come Russia ed Ucraina non siano ancora pronti a cessare le ostilità cercando, invece, di influenzare la postura della Casa Bianca a proprio favore. Gli sviluppi successivi hanno visto la convergenza tra Washington e Kyiv sul Piano in 20 punti, situazione descritta nel discorso di fine anno del presidente ucraino Volodymyr Zelensky come un’intesa al 90%.
Dalla prospettiva degli europei, invece, la presenza USA è incoraggiante in quanto, come affermato da un ufficiale dell’Eliseo a Politico, il vertice riavvicina le due sponde dell’Atlantico evitando lo scenario per cui “Washington abbandoni Kyiv”. Inoltre, il documento finale soddisfa le posizioni eterogenee tra i leader europei sulle modalità del sostegno all’Ucraina. Da un lato, Francia e Regno Unito — i principali fautori dell’opzione boots on ground — hanno ottenuto la creazione della “forza multinazionale” che si attiva sul suolo ucraino dopo il conflitto. Per l’Eliseo, il vertice ha ribadito la sua centralità nell’architettura della sicurezza europea, un tassello cruciale per la sua rincorsa all’autonomia strategica proiettata a livello continentale.
Dall’altro lato, i Paesi più scettici all’invio delle truppe in Ucraina dopo la fine del conflitto come l’Italia e la Polonia hanno applaudito alle conclusioni del vertice sottolineando il carattere volontario della “forza multinazionale”. Dal loro punto di vista, il coinvolgimento degli Stati Uniti nella sicurezza europea e garantire la sicurezza a Kyiv sul modello dell’art. 5 della NATO riflettono l’unità dell’Occidente ossia mantenere un canale diplomatico — e geopolitico — con Washington rallentando la spinta di quest’ultima al disimpegno. La dinamica descritta si accompagna all’interesse di alcuni Paesi a instaurare relazioni privilegiate con l’attuale amministrazione statunitense, aspetto che l’ultima National Security Strategy statunitense vuole sfruttare come leva per disarticolare la coesione dell’Ue.
…ma niente illusioni
Lo spirito di concordia, tuttavia, è offuscato dalle dinamiche internazionali degli ultimi giorni nonché dalla svolta transazionale della politica estera di Washington. In contemporanea al vertice, Trump ha minacciato di prendersi — anche manu militari — la Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale accusando la Danimarca di non fare abbastanza per contrastare la presenza russo-cinese nell’area. In risposta, una coalizione di Stati membri dell’Unione ed extra-UE hanno firmato due dichiarazioni congiunte nelle quali si afferma come l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro l’Alleanza Atlantica ribadendo con forza che le questioni danesi e groenlandesi siano competenza esclusiva di Copenaghen e Nuuk. In entrambi i comunicati, è rilevante notare l’assenza di dichiarazioni da parte dei rappresentanti delle istituzioni europee mentre l’intervento dell’Alto Rappresentante, Kaja Kallas, si è limitato a generiche affermazioni sulla necessità di lavorare con gli USA e di tutela dell’integrità territoriale groenlandese. L’esitazione di Bruxelles riflette non solamente un’incapacità di parlare con una sola voce ma anche un dilemma diplomatico circa il mantenimento dei rapporti con Washington senza cedere alle provocazioni.
Oltre a ciò, il risultato ottenuto a Parigi non può essere né un punto d’arrivo, nè, come affermato dal presidente francese Emmanuel Macron, una “giornata storica”. Come notato dal think tank RAND Corporation, le garanzie di sicurezza promesse da Washington a Kyiv durante l’incontro di Miami — e sviluppate a Parigi — sono troppo ambiziose rispetto alla volontà di disimpegno effettivo dall’Europa da parte degli statunitensi e vincolanti rispetto alle implicazioni in caso di violazione da parte del Cremlino. Va sottolineato, inoltre, che solo gli europei hanno sottoscritto la Dichiarazione e non dagli emissari USA, assenza che alimenta i dubbi sui risultati raggiunti. Questi aspetti cozzano con l’impellenza di garantire la sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa intera. Difatti, alla fine del 2025, la Russia ha dispiegato i missili nucleari ipersonici Oreshnik in territorio bielorusso continuando così la tensione nucleare con gli europei. La retorica minacciosa è continuata nei giorni successivi con il rigetto delle conclusioni del vertice di Parigi e la provocazione, arrivata il successivo 8 gennaio, di reputare possibili truppe straniere in Ucraina come obiettivi militari legittimi.
Tenendo conto di ciò, il vertice di Parigi va letto come una convergenza perlopiù strumentale dagli esiti incerti e — nel peggiore dei casi — reversibili. Europei e statunitensi dimostrano ancora la capacità di coordinarsi sul dossier ucraino ma esso rappresenta un passo di un partita più complessa dove la coesione euroatlantica è fragile. Sulla carta, le garanzie sembrano forti ma rimane irrisolto il nodo della sua concreta applicazione. Da ciò consegue che la capacità degli Stati membri dell’Ue — o dell’Unione stessa — di assumersi oneri e responsabilità sarà determinante per la tenuta dell’architettura di sicurezza continentale.

