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21/10/2024
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Il Cedro in fiamme: “il Partito di Dio” decapitato dal “Nuovo Ordine”

di Luca Mercuri

Il timore della comunità internazionale riguardo a una escalation in Medio Oriente sembra essere sempre più prossimo a concretizzarsi. Dopo una serie di minacce e attacchi reciproci di droni e missili, Israele ha ufficialmente aperto le ostilità con il Libano. Dopo l’assassinio in estate del comandante Fouad Shukr, figura di spicco di Hezbollah, e l’esplosione coordinata dei dispositivi mobili di altri influenti membri del movimento, Tel Aviv ha condotto dei raid intensi nella periferia meridionale di Beirut, riuscendo a eliminare il numero uno del “Partito di Dio”, Hassan Nasrallah. L’esercito israeliano sembra muoversi verso un’incursione terrestre del Libano. Pur avendo incassato un duro colpo, il movimento sciita potrebbe riorganizzarsi prontamente e, probabilmente, pianificare una ritorsione congiunta con Teheran che, dopo mesi di stallo, ha finalmente realizzato la sua vendetta per gli “omicidi eccellenti” perpetrati dal Mossad e dall’IDF.

Il timore della comunità internazionale riguardo a una escalation in Medio Oriente sembra essere sempre più prossimo a concretizzarsi. Dopo una serie di minacce e attacchi reciproci di droni e missili, Israele ha ufficialmente aperto le ostilità con il Libano. Dopo l’assassinio in estate del comandante Fouad Shukr, figura di spicco di Hezbollah, e l’esplosione coordinata dei dispositivi mobili di altri influenti membri del movimento, Tel Aviv ha condotto dei raid intensi nella periferia meridionale di Beirut, riuscendo a eliminare il numero uno del “Partito di Dio”, Hassan Nasrallah. L’esercito israeliano sembra muoversi verso un’incursione terrestre del Libano. Pur avendo incassato un duro colpo, il movimento sciita potrebbe riorganizzarsi prontamente e, probabilmente, pianificare una ritorsione congiunta con Teheran che, dopo mesi di stallo, ha finalmente realizzato la sua vendetta per gli “omicidi eccellenti” perpetrati dal Mossad e dall’IDF. 

La “Vittoria” alla guida del “Partito di Dio”

La figura di Hassan Nasrallah (il cui nome significa “vittoria” o “ausilio di Dio”) è indubbiamente una delle più controverse in Medio Oriente. Classe 1960, primogenito di otto figli di una famiglia di sayyid (termine arabo che, nel mondo sciita, designa la discendenza diretta dal Profeta Muhammad) originaria di un villaggio del Libano meridionale, egli nacque nella periferia orientale di Beirut, in un quartiere popolare fra i più poveri della capitale. La sua carriera politica iniziò molto presto, quando a soli quindici anni d’età venne nominato ufficiale del movimento sciita Amal (“speranza”), nel pieno della guerra civile libanese del 1975. Notato da un religioso di Tiro, sayyid Muhammad al-Gharawi, Nasrallah venne presentato all’imam iracheno Muhammad Baqir al-Sadr, il quale lo accolse nella sua hawza (scuola teologica sciita) di Najaf, l’anno seguente. Tornato in Libano per sfuggire alla repressione delle scuole sciite in Iraq, nel 1978 riprese gli studi religiosi a Baalbek, divenendo in breve tempo un membro dell’ufficio politico di Amal e rappresentante per la Valle della Beqa’ (regione orientale a ridosso del confine siriano). Al contempo avvenne l’incontro con Abbas al-Musawi, colui che nel 1982 fondò Hezbollah. Trovandosi in disaccordo con la dirigenza di Amal sulla risposta militare del movimento all’invasione israeliana di quell’anno, Nasrallah aderì al “Partito di Dio”, tanto da assumerne la dirigenza dieci anni più tardi, a seguito dell’assassinio del leader fondatore per mano del Mossad. L’allora trentaduenne capo politico del movimento, che nel frattempo aveva proseguito i suoi studi nella città iraniana di Qom (roccaforte dello sciismo duodecimano), si dimostrò subito un abile stratega e, rafforzando i legami con la Repubblica Islamica, riuscì a dotare il partito di un vasto arsenale capace di colpire il vicino nemico israeliano (in Galilea). Tra il 1993 e il 2000, il Partito di Dio e lo Stato ebraico (che ancora occupava militarmente il Libano meridionale) alternarono gli scontri armati a delle brevi tregue fino alla decisione dell’allora premier israeliano Ehud Barak di ritirare le truppe di Tel Aviv dal sud del Libano. Il piano sarebbe stato quello di mantenere una presenza indiretta tramite il sostegno alla milizia cristiano-falangista dell’Esercito del Libano Meridionale (responsabili dell’eccidio avvenuto nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, nel settembre del 1982). Tuttavia, il movimento sciita riuscì in breve tempo a far capitolare i falangisti e Nasrallah venne acclamato in patria e nel resto del mondo arabo per aver “liberato” il Libano dalla decennale presenza israeliana. Ad aumentare il carisma del leader avrebbe contribuito anche il risultato di una trattativa con Israele, nel 2004, in cui vennero liberati centinaia di prigionieri palestinesi e libanesi. Nonostante gli innegabili successi, nel 2006, Hezbollah (forse nella speranza di annettere la Galilea al proprio dominio) lanciò un attacco oltre confine, uccidendo tre militari israeliani e catturandone due. La risposta dello Stato ebraico non si fece attendere ed ebbe inizio la seconda guerra del Libano, nota anche come “Guerra di luglio”. I bombardamenti israeliani inflissero pesanti danni alla milizia e provocarono diverse vittime civili, concentrate nella periferia meridionale di Beirut, dove ha tuttora sede il quartier generale di Hezbollah. Lo scoppio del conflitto spinse la maggior parte dei Paesi arabi (in particolare, la Giordania, l’Egitto e l’Arabia Saudita) a condannare Nasrallah, accusandolo di “aver agito contro gli interessi del proprio popolo” e di “aver riportato l’intera regione agli anni del caos”. Nonostante le ingenti perdite subite e il mancato raggiungimento degli obiettivi di entrambe le parti belligeranti, sia il premier israeliano Ehud Olmert che Nasrallah rivendicarono la propria vittoria e il segretario generale di Hezbollah divenne sempre più carismatico agli occhi della società civile libanese. Nel 2013, il Partito di Dio si unì all’esercito regolare siriano nella repressione della lotta armata intrapresa dagli oppositori di Bashar al-Assad; sebbene abbia pubblicamente lodato tutte le rivolte della cosiddetta “Primavera araba” del 2011, Nasrallah dichiarò che il regime siriano era l’unico che meritava di essere sostenuto per “il cammino intrapreso verso le riforme” e “per evitare che la regione cadesse nelle mani dei takfiri (termine che indica i musulmani sunniti che tacciano di miscredenza sufi e sciiti) estremisti”. In realtà, ciò che spinse un fervente leader religioso duodecimano a sostenere un dittatore laico di estrazione alawita (branca dello sciismo, per lungo tempo considerata fuori dall’Islam) era il rafforzamento della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, ovvero, l’asse dei Paesi arabi del Levante (Libano, Siria e Iraq) governati da partiti o movimenti legati all’influenza di Teheran. 

L’inizio della fine: il destino di Nasrallah dal 7 ottobre al “Nuovo Ordine”

La retorica dell’odio nei confronti di Israele e degli Stati Uniti (ma anche delle monarchie sunnite del Golfo) valsero a Nasrallah le accuse di terrorismo e, di conseguenza, Hezbollah venne inserita nella lista degli “sponsor del terrore” da numerosi Paesi occidentali e arabi. Ciononostante, il movimento ha saputo rafforzare nel corso degli anni i propri rapporti con Paesi terzi (oltre all’Iran e alla vicina Siria), quali la Russia, la Corea del Nord, Cuba, il Venezuela e persino la Cina. Di fronte a vari attentati terroristici di matrice jihadista che hanno scosso il mondo arabo e l’Occidente (dall’11 settembre agli attacchi dell’ISIS), Nasrallah ha sempre condannato l’uccisione di civili, prendendo le distanze dagli “sceicchi del terrore”. Tuttavia, all’indomani degli attacchi di Hamas in Israele, avvenuti il 7 ottobre dello scorso anno, il sayyid ha cambiato posizione e, oltre ad applaudire “l’eroica operazione di Hamas”, ha subito esortato i popoli arabi alla “liberazione di Gerusalemme dall’entità sionista”. Con l’inizio delle operazioni militari a Gaza volte alla “distruzione totale di Hamas”, il Partito di Dio (come gli Houthi yemeniti) ha dichiarato guerra a Tel Aviv lanciando una serie di missili e di razzi su obiettivi militari e civili israeliani. Pur non avendo recato gravi danni (eccezion fatta per la strage di minori in un campo da calcio nel villaggio druso di Majdal Shams, nel Golan occupato), la minaccia di Hezbollah ha spinto le autorità dello Stato ebraico a far evacuare i propri cittadini del Nord verso aree più lontane dal confine libanese. Nelle ultime settimane, il premier Netanyahu ha annunciato di voler riportare i cittadini della Galilea nelle proprie case e far sì che Hezbollah non sia più una minaccia per Israele. Così, dopo aver affidato al Mossad il compito di far detonare simultaneamente i cercapersone dei miliziani libanesi (durante la serie di deflagrazioni, avvenute anche in luoghi pubblici frequentati da civili, si stima che siano state ferite migliaia di persone e abbiano perso la vita in dodici fra combattenti e civili) e dopo aver eliminato il comandante dell’unità speciale Radwan, Ibrahim Aqil, Tel Aviv ha dato inizio all’operazione “Nuovo Ordine” che ha portato a intensi bombardamenti concentrati principalmente nella periferia meridionale di Beirut, dove ha sede il quartier generale di Hezbollah. Essendo un’area residenziale densamente abitata, il premier libanese, Najib Miqati, ha condannato l’aggressione e denunciato centinaia di vittime civili, feriti e sfollati. Tuttavia, il 27 settembre, l’esercito israeliano ha annunciato di aver neutralizzato il segretario generale di Hezbollah, insieme alla figlia Zeyneb e al generale iraniano Abbas Nilforoushan, comandante dell’Armata Qods in Libano (nonché membro di spicco dei Pasdaran). Inizialmente, la milizia libanese non ha confermato la notizia della morte del proprio capo politico, limitandosi ad ammettere di “aver perso i contatti” con Nasrallah che, nel frattempo, era stato condotto in un “luogo sicuro”.  Ventiquattro ore dopo, è arrivato l’annuncio sulla rete televisiva del movimento, Al Manar (“il faro [dell’Islam]”), che ha trasmesso dei versi del Corano in segno di lutto. Le reazioni delle autorità e della società civile della regione alla morte di Nasrallah sono state contrastanti: da una parte il mondo sciita, con la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei che, insieme alla dirigenza di Hamas e al presidente dell’ANP Abu Mazen, hanno espresso il proprio cordoglio e definito il defunto segretario un “martire della Resistenza”; dall’altra il fronte sunnita che, sebbene non siano state rilasciate dichiarazioni dai propri leader (persino il presidente turco Erdogan non ha nominato Nasrallah nel suo messaggio di solidarietà al popolo libanese), a livello popolare ha accolto con gioia la fine di un “assassino” (reo di aver contribuito alla mattanza di migliaia di siriani anti regime, in larga parte sunniti), come la folla di manifestanti che è scesa in strada a Idlib, città della Siria nordoccidentale, nota come la roccaforte dell’opposizione ad Assad (tuttora controllata dal fronte ribelle del “Governo della Salvezza Siriana”). Naturalmente, scene di giubilo hanno interessato anche Tel Aviv e le maggiori città israeliane, ma l’euforia ha dovuto presto cedere il posto alla paura per un’imminente ritorsione di quello che Netanyahu, in sede ONU, ha definito “la Maledizione” (l’Asse della Resistenza antisionista Teheran – Baghdad – Damasco – Beirut – Sana’a). 

A differenza di Haniyeh, che ricevette un doppio elogio funebre fra Teheran e Doha, la salma di Nasrallah, per motivi di sicurezza, sarebbe stata tumulata in un luogo segreto e lontano dai bagni di folla che spesso contraddistinguono le cerimonie funebri dei grandi leader (indiscrezioni volevano che fosse traslata a Teheran, ma gli ayatollah hanno semplicemente ricordato il “martire” in occasione della preghiera comunitaria del venerdì in assenza del feretro).  

Il destino del movimento e lo spettro di Teheran

La morte di Nasrallah ha indubbiamente inferto un duro colpo al movimento, il quale appare disorientato e notevolmente indebolito. Ciononostante, la nomina del nuovo segretario generale non ha tardato ad arrivare: si tratta di Hashem Safieddine che, oltre ad avere un legame di parentela con il suo predecessore (sarebbe il cugino materno), vanta una somiglianza incredibile con Nasrallah (sia nell’aspetto fisico che per la parlata contraddistinta dal rotacismo). Il nuovo leader è anch’egli un teologo e dal 1995 occupa una posizione di tutto rilievo nell’organizzazione (è stato per molto tempo il responsabile della sicurezza dei miliziani e il coordinatore delle attività militari). Suo figlio Ridha è il genero del generale iraniano Qasem Soleimani, il comandante dell’Armata Qods ucciso nel 2020 da un raid americano in Iraq fortemente voluto dall’allora presidente Donald Trump. Con l’attacco al Partito di Dio, il Paese dei Cedri in fiamme e l’eliminazione di un altro graduato d’élite, la Repubblica Islamica non poteva limitarsi a incassare il colpo. Ancora in attesa di pianificare la risposta all’uccisione del numero uno di Hamas il 31 luglio scorso, Teheran, pur consapevole del rischio di un’escalation regionale e delle proprie vulnerabilità strutturali, si è trovata costretta a lavare l’onta subita: così, nella notte fra il 1° e il 2 ottobre, circa duecento missili balistici iraniani sono stati lanciati su tutto il territorio di Israele. Com’era prevedibile, i sistemi di sicurezza israeliani sono riusciti a intercettarne la quasi totalità, facendo esplodere i missili in aria prima di raggiungere gli obiettivi. Tuttavia, secondo l’IDF, i detriti e le schegge dei razzi avrebbero colpito delle basi militari senza causare gravi danni, ma hanno provocato il ferimento di due persone a Tel Aviv e altre due in Giordania. Ironia della sorte, l’unica vittima di questo attacco antisraeliano è un cittadino palestinese di Gaza residente a Gerico, in Cisgiordania. Nonostante tutto, l’efficace sistema di difesa israeliano sarebbe stato messo a dura prova da Fattah-1, il primo missile “ipersonico” (così definito dalle autorità di Teheran) capace di superare ben cinque volte la velocità del suono, per arrivare a una velocità complessiva di oltre 6000 chilometri orari. Essendo comunque un missile di fabbricazione recente (sarebbe stato ultimato solo nel 2023) e, per di più, dotato di ordigni nucleari, per alcuni esperti americani il suo presunto utilizzo potrebbe considerarsi una mossa propagandistica dei media iraniani. In ogni caso, lo Stato ebraico ha ammonito l’Iran di una “risposta adeguata” nel breve o medio termine e, nel frattempo, prosegue l’offensiva sul fronte libanese, dove l’esercito israeliano ha dichiarato di aver eliminato circa 250 combattenti di Hezbollah. L’obiettivo degli ultimi bombardamenti sulla periferia sud di Beirut è il neosegretario Safieddine, ma, al tempo della stesura di questo articolo, non si hanno ancora conferme su un suo ipotetico ferimento. Le rivendicazioni dell’IDF sulla sua morte e il silenzio del movimento che, ancora una volta, dichiara “di aver perso i contatti” con il delfino di Nasrallah. Un altro potente colpo inferto al Partito di Dio e allo sponsor iraniano è l’uccisione del genero di Nasrallah, Hassan Jaafar Qassir, vittima di un altro raid israeliano lanciato su Damasco. Per quanto riguarda il fronte palestinese, l’IDF avrebbe dichiarato di aver eliminato “il braccio destro di Yahya Sinwar”, Rawhi Mushtaha, due giorni dopo l’attentato rivendicato da Hamas che ha scosso il centro Tel Aviv (poche ore prima della pioggia di missili iraniani), uccidendo sette persone e ferendone sedici. Ma l’ultimo grande trofeo di Bibi è proprio il capo politico e militare di Hamas: l’uccisione dell’architetto delle stragi del 7 ottobre (che merita un approfondimento a sé), durante un recentissimo attacco israeliano a Gaza, è certamente il colpo più forte inferto al movimento, dopo l’eliminazione di Haniyeh. In ogni caso, la comunità internazionale appare preoccupata per quella che potrebbe essere la prossima mossa di Israele volta a punire Teheran. Le recenti offensive israeliane in Libano hanno spinto il presidente francese Macron a lanciare un appello sottoscritto da 88 Paesi francofoni in cui viene chiesto un cessate il fuoco “immediato” e un’interruzione della fornitura di armi per le operazioni militari dello Stato ebraico a Gaza. Anche il presidente USA Biden, pur condannando l’attacco iraniano e garantendo il proprio sostegno a Israele, si è detto contrario a un bombardamento dei siti nucleari o delle riserve petrolifere degli ayatollah. L’Iran, dal canto suo, ha ammonito di “ridurre in cenere Tel Aviv”, nel caso in cui Netanyahu lanci un nuovo attacco diretto sul suolo della Repubblica Islamica (attacco che coinciderebbe con l’anniversario degli attentati perpetrati da Hamas il 7 ottobre, secondo cui, stando a Tel Aviv, vi sarebbe proprio la mano dell’Iran). È importante osservare la cautela dei due grandi alleati di Teheran: la Russia e la Cina. Entrambe le potenze antioccidentali importano rispettivamente armi e petrolio dagli ayatollah, ma un coinvolgimento diretto nello scontro con Tel Aviv non servirebbe i propri interessi strategici ed economici. Resta ancora poco chiara la posizione dei Paesi arabi del Golfo che, in occasione di una riunione d’urgenza a Doha del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo), hanno invitato il presidente iraniano Pezeshkian per discutere sui recenti sviluppi regionali e internazionali. Attualmente, Teheran ha ripristinato le relazioni bilaterali con tutti i Paesi dell’altra sponda del Golfo (fatta eccezione per il Bahrein), i quali guardano con sospetto allo sviluppo del programma nucleare iraniano e al sostegno alle milizie sciite considerate “terroriste” (in primis Houthi e Hezbollah). Il riformista Pezeshkian appare sicuramente l’interlocutore migliore per una mediazione che porti a una riconciliazione duratura, ma ciò che le petromonarchie vorrebbero scongiurare è il rischio di un’escalation regionale che potrebbe avere delle pericolose ripercussioni su tutti gli attori, rallentando i propri programmi di sviluppo e diversificazione dell’economia. È, inoltre, noto che Riyadh (e in generale il Golfo) guardi con favore a una normalizzazione con (l’ormai) ex nemico sionista, ma l’ufficializzazione dell’Accordo del secolo (così definito da Donald Trump) passa per il riconoscimento di Tel Aviv dell’autodeterminazione palestinese. Ma, per quanto Netanyahu apprezzi i messaggi di distensione dalla Penisola arabica (i cui Paesi sono stati definiti “la benedizione” contrapposta alla “maledizione iraniana e sciita”), le mappe del premier israeliano non contemplano un Israele “senza Territori”.

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