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09/12/2025
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La politica industriale cinese nel settore delle terre rare

di Filippo Fabbri

Le terre rare sono diventate uno dei principali colli di bottiglia strategici dell’economia globale, alla base tanto della transizione energetica quanto delle tecnologie militari di nuova generazione. La Repubblica Popolare Cinese (RPC), grazie a una combinazione di politiche tecnologiche, commerciali e di pianificazione industriale di lungo periodo, ha consolidato un controllo monopolistico sulle fasi intermedie e a maggior valore aggiunto della catena del valore dei magneti permanenti di terre rare. L’articolo analizza gli strumenti di governance economica implementati da Pechino per raggiungere l’attuale capacità di coercizione commerciale, sfruttando il collo di bottiglia per alterare equilibri tecnologici, prezzi globali e capacità di risposta internazionale.

Le terre rare sono diventate uno dei principali colli di bottiglia strategici dell’economia globale, alla base tanto della transizione energetica quanto delle tecnologie militari di nuova generazione. La Repubblica Popolare Cinese (RPC), grazie a una combinazione di politiche tecnologiche, commerciali e di pianificazione industriale di lungo periodo, ha consolidato un controllo monopolistico sulle fasi intermedie e a maggior valore aggiunto della catena del valore dei magneti permanenti di terre rare. L’articolo analizza gli strumenti di governance economica implementati da Pechino per raggiungere l’attuale capacità di coercizione commerciale, sfruttando il collo di bottiglia per alterare equilibri tecnologici, prezzi globali e capacità di risposta internazionale.

I 17 elementi chimici canonicamente racchiusi nel termine “terre rare” (Rare Earths Elements, REE) non devono il loro nome alla scarsità sulla crosta terrestre, bensì ai bassi livelli di concentrazione in cui si presentano nei minerali da cui vengono separati, mediante processi industriali a elevata intensità tecnologica e con uno dei più esiziali impatti ambientali dell’industria dei metalli rari. I principali materiali sfruttati sono la bastnaesite e la monazite. La prima contiene quasi unicamente terre rare leggere (Light Rare Earths Elements, LREE), la seconda è caratterizzata da una concentrazione di terre rare pesanti (Heavy Rare Earths Elements, HREE), cruciali per la produzione di magneti permanenti impiegati in molteplici filiere high-tech, dalle due alle tre volte superiore.

I magneti permanenti di terre rare sono componenti critici per numerosi sistemi tecnologici civili e militari, incluse le tecnologie di frontiera. In ambito civile, essi sono strumentali alla produzione di molte delle più essenziali tecnologie propedeutiche alla transizione energetica. La produzione cinese di circa il 90% dei magneti permanenti neodimio-ferro-boro (NdFeB) a livello mondiale ha permesso l’ascesa delle imprese manifatturiere di turbine eoliche e di veicoli elettrici. Nel settore della difesa, la maggiore imprescindibilità funzionale rende tali filiere particolarmente vulnerabili alla coercizione commerciale da parte di Pechino. I due magneti permanenti maggiormente utilizzati nell’industria bellica sono il già citato neodimio-ferro-boro e il samario-cobalto.

Il monopolio cinese sulla catena del valore dei magneti permanenti di terre rare

In virtù della panoplia di strumenti di politica industriale implementati dalla dirigenza politica del Partito-Stato cinese e dell’abbondante dotazione naturale di REE sul territorio della RPC, Pechino ha progressivamente edificato un controllo monopolistico sull’intera catena del valore dei REE e dei magneti permanenti di terre rare. Ad oggi, la RPC è in grado di estrarre circa il 60% dei minerali di terre rare estratti globalmente. Tuttavia, a partire dalle ampie riserve disponibili sul proprio territorio, la dirigenza politica del Partito-Stato ha intuito la possibilità di creare un collo di bottiglia strategico consolidando il proprio vantaggio sulle fasi di trasformazione intermedia della catena del valore. Tale precoce intuizione ha consentito alla Cina di edificare l’incontestato monopolio globale sulle fasi di processamento/separazione, raffinazione chimica e produzione di leghe o magneti permanenti di terre rare. In virtù della scalabilità industriale, del know-how tecnologico e a standard ambientali meno stringenti, la Cina processa il 90% delle REE globali mediante il processo canonico di estrazione liquido-liquido con solventi. Considerando solo le HREE, la quota cinese si avvicina al 99%. Il progressivo upgrading delle catene del valore progettato dalla dirigenza politica, ha portato la RPC a produrre l’85% dei magneti permanenti di terre rare a livello globale. 

Tale sostanziale monopolio offre a Pechino ampi margini per sfruttare questo collo di bottiglia strategico a vantaggio del proprio interesse nazionale. Il Partito-Stato può bellicizzare la dipendenza dell’industria bellica e di vari settori civili di altri Paesi dai magneti permanenti di terre rare, al fine di conseguire obiettivi di sicurezza e autosufficienza nazionale in ambito tecnologico-commerciale. Inoltre, è in grado di manipolare i prezzi globali, generando una significativa volatilità che inibisce l’ingresso di nuovi attori nel mercato, a meno che questi non siano adeguatamente protetti dai rispettivi Stati.

Coercizione economica nei confronti dell’industria bellica americana

Le restrizioni cinesi sulle esportazioni di samario e magneti SmCo, introdotte nell’aprile 2025 ed estese nell’ottobre successivo, hanno preso di mira in modo diretto l’industria bellica statunitense. Tali misure si innestano sulle “Regolamentazioni sul controllo delle esportazioni di beni dual-use”, che hanno fornito la base legale per intervenire sulle forniture di materiali critici a uso duale. Dall’aprile 2025 l’esportazione di 7 REE tra cui disprosio, terbio e samario richiede una “compliance application” 合规申请 al Ministry of Commerce (MOFCOM), con licenze rilasciate in base all’utilizzatore finale. Ciò consente a Pechino di bloccare selettivamente le forniture alle industrie belliche appaltatrici del Pentagono e di prevenire pratiche di stockpiling strategico. L’ultimo round di restrizioni emesso dal MOFCOM nell’ottobre scorso, sospeso dopo il G2 Trump-Xi, includeva una clausola de minimis corrispondente allo 0,1% del valore del bene costituito da REE, volta a espandere la natura extraterritoriale delle limitazioni di Pechino e rafforzarne l’impatto sulle implementazioni militari. 

Strategia tecnologico-industriale della RPC nel settore delle terre rare 

La centralizzazione statale della filiera delle terre rare in RPC nasce dalla loro classificazione come minerali protetti e strategici nei primi anni ’90. In controtendenza rispetto alla generale apertura agli IDE, Pechino ha contingentato l’ingresso di capitale estero in attività estrattive, consentendolo inizialmente in attività di processamento solo tramite joint venture con imprese cinesi, al fine di stimolare il trasferimento tecnologico e di know-how in funzione dell’autosufficienza domestica. Parallelamente, la RPC ha costantemente profuso risorse statali in ricerca e sviluppo (R&S), all’interno di programmi strategici come il Progetto 863 e il Progetto 973, per innovare i processi di separazione e integrare a valle la catena dei magneti permanenti. L’uso di strumenti di politica industriale quali sussidi, incentivi fiscali, accesso agevolato a credito e terreni industriali, hanno permesso la concentrazione geografica di catene del valore complete dei magneti permanenti all’interno di cluster industriali specializzati, permettendo il conseguimento di economie di scala e specializzazione. Tale strategia rivela la capacità di pianificazione e coordinamento industriale delle dirigenze politiche, orientata verso gli obiettivi programmatici di autosufficienza tecnologica e innovazione autonoma. Simili distorsioni hanno comportato la fuoriuscita dal mercato degli impianti statunitensi, giapponesi ed europei che raffinavano oltre il 90% delle terre rare e producevano la quasi totalità dei magneti permanenti globali. In assenza di una visione strategica sul valore di tali filiere, non furono introdotte misure di protezione per impedire la delocalizzazione di queste filiere critiche.

Dal 2010, il controllo statale della catena del valore delle terre rare è mutato, assumendo progressivamente la forma odierna. Al fine di contrastare le attività di estrazione e processamento illecite, ridurre l’impatto ambientale e porre fine alle guerre di prezzo generate dal crollo della domanda conseguente alla Grande Recessione, il governo ha ristrutturato l’intera filiera, favorendo il consolidamento industriale, contingentando i nuovi accessi e imponendo quote di produzione ed esportazione emesse dal Ministry of Industry and Information Technology (MIIT) e dal Ministry of Natural Resources (MNR). Il numero di siti estrattivi è passato da 123 a 10, divisi in tre hub industriali: distretto sud (Jiangxi, Guangdong, Fujian, Hunan, Guangxi), nord (Mongolia Interna e Shandong) e ovest (Sichuan). Uno dei principali obiettivi delle misure era restringere produzione ed esportazione di semilavorati per risalire la catena del valore ed espandere il monopolio cinese a segmenti a maggiore valore aggiunto. Infatti, in due decadi imprese cinesi sono passate da produrre il 54% dei magneti permanenti globali al 94% attuale

Una volta consolidato il controllo della filiera, nel 2023 sono state bloccate le esportazioni di tecnologia per l’estrazione e il processamento delle terre rare. L’intera catena del valore dei magneti permanenti è stata inserita nella Negative List for Market Access: l’ingresso di capitale privato nel settore viene contingentato alla approvazione del governo provinciale di riferimento. Inoltre, solamente le imprese designate dal MIIT possono dedicarsi ad attività comprese nella filiera, limitandosi alle quote emesse. Tali limitazioni politiche sono state propedeutiche alla ristrutturazione delle imprese statali coinvolte nella filiera, così da garantire un controllo politico più efficiente e capillare. Con i due Rare Earths Industry Development Plans del 2009-2015 e 2016-2020, sono state promosse operazioni di fusione e consolidamento industriale che hanno ridotto il numero degli operatori fino all’attuale duopolio tra China Rare Earth Group e China Northern Rare Earth Group. Tale architettura regolatoria ha ampliato le capacità del Partito-Stato di manipolare il mercato e influenzare i prezzi globali a scopo coercitivo, come dimostrato dalla sospensione delle esportazioni durante la disputa territoriale con il Giappone del 2010 sulle isole Diaoyu/Senkaku. 

Date le limitazioni imposte sulle attività estrattive, i produttori cinesi hanno progressivamente delocalizzato le proprie forniture, mantenendo un totale monopolio sulle attività di processamento e raffinazione. Dal 2024, la RPC è diventata importatrice netta di concentrati di terre rare, con il 34% delle importazioni provenienti dal Myanmar, seguito dalla Malesia al 10,6%. L’ambigua posizione strategica assunta da Pechino rispetto alla guerra civile in Myanmar, soprattutto, sembra essere strumentale a tale fornitura, con il sostegno ufficiale alla giunta militare affiancato al finanziamento informale di milizie etniche armate nel Nord del paese, finalizzato a garantire lo sfruttamento dei giacimenti dell’area. 

Conclusioni e rischi emergenti per la Cina

La capacità di implementare linee guida strategiche mediante gli strumenti di governance industriale illustrati ha permesso a Pechino di consolidare il dominio su una delle filiere critiche della contemporaneità. Tuttavia, gli ultimi sviluppi descritti, combinati con l’escalation della coercizione commerciale messa in atto tra aprile e ottobre 2025, espongono la RPC a un significativo aumento dei rischi. Nel clima di urgenza globale generato dalla bellicizzazione del collo di bottiglia cinese, Pechino dovrà guardarsi da ogni tipo di condivisione di know-how e tecnologie critiche, escludendo la possibilità di delocalizzare altri segmenti della catena del valore per garantire l’approvvigionamento di concentrato di terre rare. Inoltre, la suddetta bellicizzazione ha comportato il drastico aumento dei prezzi delle importazioni, erodendo il vantaggio competitivo dei produttori cinesi e riducendo la leva coercitiva di Pechino sui prezzi globali. Infine, l’espansione delle attività estrattive all’estero, a causa dell’esiziale impatto ambientale delle procedure canoniche, rischia di alimentare ostilità locali verso l’influenza cinese, soprattutto in paesi limitrofi e altamente instabili come il Myanmar.

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