L’accordo per il sistema anti-drone San segnala l’adattamento di Varsavia a un paradigma bellico dominato dai sistemi unmanned. Tra lezioni apprese dalla guerra in Ucraina, produzione di massa e vulnerabilità delle supply chain, la Polonia si confronta con una sfida che va oltre il piano strettamente militare.
Nella giornata di venerdì 30 gennaio il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha annunciato la firma di un accordo da 3,4 miliardi di euro per lo sviluppo del sistema anti-drone San, un progetto senza precedenti per la difesa nazionale polacca. Il programma, che sarà guidato dal gruppo statale PGZ in collaborazione con l’azienda privata APS e la norvegese Kongsberg, mira a rafforzare le capacità di difesa aerea della Polonia e, più in generale, del fianco orientale della NATO.
La decisione di Varsavia non può tuttavia essere interpretata esclusivamente come una risposta a episodi contingenti, come lo sconfinamento di droni russi nello spazio aereo polacco nel settembre scorso, né come un tassello isolato del più ampio rafforzamento del confine orientale previsto dal progetto Eastern Shield. L’accordo sul sistema San riflette piuttosto una presa di coscienza più profonda, maturata osservando l’andamento della guerra in Ucraina.
Il conflitto russo-ucraino ha infatti mostrato come le guerre contemporanee siano sempre più caratterizzate dall’impiego massiccio di sistemi unmanned, in particolare droni, divenuti centrali tanto nelle operazioni di ricognizione quanto in quelle di attacco e di acquisizione dei bersagli. In questo contesto, l’investimento polacco nei sistemi anti-drone segnala il tentativo di adattare la propria postura difensiva a un paradigma operativo profondamente mutato, che pone nuove sfide non solo sul piano militare, ma anche su quello industriale e della sicurezza delle catene di approvvigionamento.
L’Ucraina come laboratorio per la NATO
L’invasione russa dell’Ucraina ha costretto i Paesi della NATO a confrontarsi con uno scenario di guerra ad alta intensità che, fino a pochi anni fa, era considerato improbabile sul continente europeo. Se da un lato il conflitto ha riacceso l’attenzione sulla deterrenza convenzionale e sulla difesa del territorio, dall’altro ha messo in luce trasformazioni profonde nel modo di condurre le operazioni militari. Tra queste, la più rilevante è senza dubbio il ruolo assunto dai droni, divenuti una componente centrale del campo di battaglia contemporaneo.
Nel conflitto russo-ucraino i droni non rappresentano più un semplice strumento di supporto, ma costituiscono il fulcro del ciclo di combattimento. Essi vengono impiegati come principali strumenti di raccolta informativa e sorveglianza, come mezzi di attacco diretto e come piattaforme per l’acquisizione dei bersagli a favore dell’artiglieria e dei sistemi missilistici. Secondo diverse stime, fino al 70–80% delle perdite russe sarebbe riconducibile direttamente o indirettamente all’impiego di UAV, mentre oltre l’80% dei bersagli viene individuato grazie a sistemi unmanned. Il controllo dello spazio aereo a bassa quota si è così affermato come una condizione imprescindibile per l’efficacia delle operazioni terrestri.
Un ulteriore elemento emerso dal conflitto riguarda il tasso di attrito estremamente elevato di questi sistemi. La vita operativa di un drone sul campo di battaglia è spesso limitata a pochi giorni o settimane, con una perdita quotidiana che può raggiungere le migliaia di unità. Questa dinamica ha imposto a entrambe le parti in conflitto la necessità di una produzione continua e massificata, in grado di sostenere ritmi di consumo incompatibili con i modelli industriali occidentali tradizionali, basati su cicli produttivi lenti e su sistemi tecnologicamente avanzati ma costosi.
La lezione che emerge dal caso ucraino è quindi chiara: nei conflitti contemporanei non è sufficiente disporre di un numero limitato di piattaforme altamente sofisticate. Al contrario, la capacità di produrre, adattare e impiegare in massa sistemi a basso costo, facilmente sostituibili e rapidamente modificabili è divenuta un fattore decisivo. Questa realtà rappresenta una sfida strutturale per la NATO e, in particolare, per quei Paesi europei che hanno costruito la propria superiorità militare puntando prevalentemente sulla qualità tecnologica piuttosto che sulla scala produttiva.
Produzione, attrito e vulnerabilità delle supply chain
Se la guerra in Ucraina ha dimostrato l’efficacia operativa dei droni, essa ha anche messo in luce un aspetto spesso trascurato nel dibattito strategico occidentale: la sostenibilità industriale di un conflitto ad alta intensità. L’elevato tasso di consumo dei sistemi unmanned ha imposto a Kiev e a Mosca di adattare rapidamente le proprie capacità produttive a ritmi incompatibili con i modelli industriali tradizionali, basati su cicli di approvvigionamento lenti e su piattaforme ad alto costo unitario.
Nel caso ucraino, questa pressione ha favorito lo sviluppo di un’industria nazionale dei droni sorprendentemente dinamica. Nel corso del conflitto, il numero di produttori è cresciuto da poche decine a diverse centinaia, consentendo al Paese di raggiungere una capacità produttiva stimata intorno ai 200.000 droni al mese, in particolare nel segmento dei sistemi FPV. Tale espansione ha permesso alle forze armate ucraine di compensare le ingenti perdite sul campo e di mantenere una costante pressione sulle forze russe, confermando come la scala produttiva sia divenuta un fattore determinante quanto la qualità tecnologica.
Tuttavia, questo successo sul piano tattico non si è tradotto in una piena autonomia strategica. La produzione ucraina di droni rimane fortemente dipendente da componenti e materiali provenienti dall’estero, in larga parte dalla Cina, in particolare per quanto riguarda batterie, motori elettrici, chip, magneti e sistemi ottici. Questa dipendenza espone l’intero sistema a potenziali vulnerabilità, legate a restrizioni all’export, aumenti dei costi o pressioni politiche esercitate lungo le catene di approvvigionamento.Il caso ucraino evidenzia così una distinzione cruciale tra sovranità nell’assemblaggio e sovranità nella componentistica. Pur essendo in grado di assemblare e modificare rapidamente grandi volumi di droni, Kiev non controlla pienamente le filiere critiche necessarie a sostenere la produzione nel lungo periodo. Questa condizione non riguarda solo l’Ucraina ma anche i membri NATO i quali tendono ad orientare la base industriale della difesa verso sistemi ad alto valore aggiunto piuttosto che alla produzione di massa.Questa vulnerabilità strutturale assume una rilevanza particolare per i Paesi del fianco orientale dell’Alleanza, chiamati a prepararsi a scenari di conflitto prolungato e ad alta intensità. In assenza di filiere resilienti e diversificate, la capacità di sostenere nel tempo l’impiego massiccio di droni rischia di diventare un punto debole, trasformando una risorsa tattica in un fattore di dipendenza strategica.
La risposta polacca tra adattamento operativo e limiti strutturali
È in questo contesto che va letta la decisione polacca di investire nello sviluppo del sistema anti-drone San. L’accordo rappresenta non solo un rafforzamento delle capacità di difesa aerea, ma anche il riconoscimento che, in uno scenario dominato dall’impiego massiccio di UAV, la protezione dello spazio aereo a bassa quota diventa una priorità strategica. Per un Paese esposto come la Polonia, situato sul fianco orientale della NATO e confinante con aree ad alta instabilità, la capacità di contrastare droni economici e numerosi assume un valore deterrente paragonabile a quello dei sistemi tradizionali contro missili e velivoli convenzionali.
Parallelamente, Varsavia ha avviato un processo di adattamento dottrinale e industriale volto a integrare i sistemi unmanned a tutti i livelli operativi. Sulla scorta dell’esperienza ucraina, le autorità polacche hanno riconosciuto la necessità di favorire la creazione di unità dedicate, di istituzionalizzare cicli di innovazione rapida e di ridurre la distanza tra sperimentazione e impiego operativo. In questa direzione si colloca l’annuncio della creazione di un Drone Center, incaricato di testare, sviluppare e implementare nuove soluzioni nel settore UAV.
Sul piano normativo, la Polonia ha inoltre introdotto una legge speciale sugli investimenti nella difesa, volta a semplificare le procedure di acquisizione e produzione di droni nonché a creare condizioni più favorevoli per il coinvolgimento dell’industria privata. L’obiettivo è accelerare i tempi decisionali e produttivi, superando rigidità incompatibili con i ritmi imposti dalla guerra di attrito osservata in Ucraina.
Tuttavia, anche nel caso polacco, la questione della supply chain rimane centrale. L’esperienza ucraina ha mostrato come la dipendenza da componentistica proveniente dalla Cina rappresenti una vulnerabilità strutturale, capace di condizionare la sostenibilità della produzione nel lungo periodo. È anche alla luce di questa lezione che Varsavia ha avviato una strategia di diversificazione delle forniture, diventando uno dei principali acquirenti di droni civili e dual-use prodotti a Taiwan, considerata un’alternativa più affidabile rispetto ai fornitori cinesi nel settore UAV.
Questa strategia, tuttavia, non equivale a una piena autosufficienza industriale. I droni acquistati o assemblati rientrano prevalentemente nella categoria dei sistemi commerciali o dual-use: piattaforme economiche, facilmente modificabili e rapidamente sostituibili, ma comunque inserite in filiere globali. Il caso polacco evidenzia quindi come la sfida posta dai droni non possa essere affrontata esclusivamente a livello nazionale. Senza un coordinamento europeo in grado di rafforzare le filiere industriali, sostenere la produzione su larga scala e ridurre le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, le lezioni apprese in Ucraina rischiano di rimanere solo parzialmente applicate.

