Dal discorso di Putin in poi, il susseguirsi degli eventi in Europa Orientale ha fatto sorgere delle preoccupazioni nelle capitali delle ex repubbliche sovietiche, che siano di natura politica o economica, soprattutto riguardo ai temi del diritto all’esistenza di uno stato, l’economia e la reazione della popolazione locale. Tra le cinque repubbliche, il Kazakistan è lo stato che ha seguito e segue con più attenzione lo svolgimento della vicenda, per via di preoccupanti similitudini con l’Ucraina e gli ultimi eventi politici.
Il discorso dello zar
Il discorso di Putin del 21 febbraio è stato un discorso dalla terminologia imperiale, dalle caratteristiche ideologiche zariste e non sovietiche. Di questo discorso dobbiamo tenere a mente due aspetti fondamentali: il primo è che la Russia si è sempre considerata un impero dalla vocazione universale; il secondo è che, in quanto impero, la sua memoria storica va oltre i limiti temporali ai quali noi “occidentali” siamo abituati a considerare la nostra storia e quella del mondo. Tenendo in mente questi due aspetti, non ci dobbiamo stupire che Putin abbia specificato che l’Ucraina non ha mai avuto una forma statuale nella storia. “È una parte integrante della nostra storia, cultura e spazio spirituale”, ha dichiarato il capo del Cremlino “le persone che vivono a sud-ovest è […] si sono sempre definite russe e cristiane ortodosse” e ha concluso che “la moderna Ucraina fu interamente creata dalla Russia, o, per essere più precisi, dalla Russia Comunista Bolscevica”. Putin ha inoltre specificato che le altre parti dell’Ucraina erano precedentemente parte dell’Ungheria, della Polonia e della Romania. Queste parole rappresentano la negazione del riconoscimento di uno stato indipendente, che sembra essere lì per un errore della storia e di altre nazioni.
La questione etnica in Kazakistan
Il paese centroasiatico che probabilmente è più preoccupato di tutti è il Kazakistan, perché le parole usate dal presidente russo sul territorio ucraino hanno lo stesso tono delle parole usate dal 2015 per criticare la statehood di Nur-Sultan. Tutto ha origine dalla crisi ucraina del 2014 e dall’annessione della Crimea. Il fatto che la Russia avesse annesso un territorio a maggioranza russa di uno stato sovrano confinante preoccupava seriamente l’allora Astana. Il Kazakistan è un paese multiculturale in cui convivono più di cento gruppi etnici differenti. Al momento dell’indipendenza, il gruppo più numero era quello kazako (42% circa) seguito da quello russo (37% circa), ma l’etnia kazaka si considerava quasi una minoranza in casa propria. Ci sono voluti anni di politiche specifiche attuate dal governo di Nazarbayev per richiamare gli oralmandar, le persone di etnia kazaka che vivevano al di fuori dei confini del nuovo stato, e la contemporanea migrazione di una grossa fetta della popolazione russa per cambiare questi equilibri etnici.
Al giorno d’oggi in Kazakistan vivono diciotto milioni di persone su un territorio esteso come l’Europa Occidentale, di queste i due terzi sono di etnia kazaka. Continuano però a esserci delle sacche di popolazioni russe, soprattutto nel nord del paese, nelle città di Pavlodar e Petropavlovsk. Come ha raccontato la giornalista Johanna Lillis nel suo libro Dark Shadows-Inside the secret world of Kazakhstan, la popolazione russa di quelle zone discende dai cosacchi che giunsero per colonizzare l’Asia Centrale e sono tra i più accesi sostenitori del regime russo, perché nostalgici, come sottolinea Lillis dell’URSS e della Russia imperiale. Bisogna specificare che Nazarbayev nei suoi anni di presidenza ha tentato di bilanciare delle politiche di nation building con le politiche di integrazione delle diverse etnie e religioni presenti nel paese, ma un’attenzione particolare è sempre stata data alla minoranza russa e ai suoi diritti, come per esempio il riconoscimento della lingua di Dostoevskij.
Le rivendicazioni russe
Sebbene fosse stato raggiunto un certo livello di integrazione della minoranza russa, gli eventi di otto anni in Crimea fa alimentarono quanto basta la fiamma perché il loro ruolo all’interno dello stato fosse ridiscusso. Così da parte della minoranza russa vennero fuori i primi timori da parte della futura successione di Nazarbayev e dell’approccio che il futuro presidente avrebbe avuto con i russi del nord, mentre da parte del governo l’approccio fu di quasi sostegno all’annessione, pur non definendola mai in questo modo, il che fece all’epoca pensare a molti analisti che i timori per un evento simile nel paese eurasiatico fossero concreti per l’allora Astana. Nonostante la presa di posizione, questi timori si presentarono nell’agosto del 2014, quando durante una conferenza stampa Putin sostenne che il Kazakistan era uno stato su un territorio dove uno stato non era mai esistito. In sostanza, utilizzò nel 2014 le stesse parole che ha utilizzato nel discorso del 21 febbraio. Le reazioni da parte kazaka non mancarono, sia da parte del vecchio Elbasy, sia da parte della popolazione. In quel periodo il processo di integrazione eurasiatica stava accelerando attraverso la creazione dell’Unione Eurasiatica (EAEU), formata poi il 1° gennaio 2015. È probabile che visto le possibilità economiche che si aprivano per il Kazakistan e per Mosca, che poteva contare su questo spazio economico per sopperire alle sanzioni occidentali, la questione sia rimasta in sospeso come un vivace scambio di opinioni tra i due paesi senza, che potessero esserci dei reali sbocchi politici.
La posizione del Kazakistan riguardo la crisi del 2014 non è cambiata nel corso degli anni, neanche dopo le dimissioni di Nazarbayev. In un’intervista all’emittente tedesca DW, Tokayev dichiarò nuovamente che la parola “annessione” era “troppo pesante” da applicare alla Crimea. Il problema è che neanche negli ambienti politici russi è cambiata l’opinione riguardo l’entità statale kazaka: nel 2017, Pavel Shperov, un esponente della ultradestra, dichiarò disse cha alcuni dei territori del Kazakistan erano stati presi dal Kazakistan solo “temporaneamente” e nel 2020 il deputato Vyacheslav Nikonov ed un altro membro della Duma definirono i confini dello stato centrasiatico un “regalo” russo. La difesa delle popolazioni russe al di fuori dei confini nazionali e il controllo su territori che appartenevano al vecchio impero sono dei drivers nella politica estera russa e possono essere spiegati attraverso il concetto di “mondo russo” (russkiy mir). Perciò non bisogna stupirsi in maniera eccessiva se ogni tanto qualche esponente politico rivendica porzioni di territorio di paesi ex sovietici ora indipendenti. La preoccupazione c’è invece quando lo stesso messaggio viene reiterato per così tanto tempo da un esponente del governo, in questo caso Putin, o nei confronti di un paese politicamente sempre vicino come il Kazakistan.
Tokayev e una posizione instabile
In più bisogna necessariamente considerare gli eventi di gennaio, che hanno segnato un prima e un dopo nella politica estera di Nur-Sultan e nelle relazioni con Mosca. L’intervento delle forze della CSTO ha fatto avvicinare ancora di più i due paesi rafforzando il ruolo di Mosca nella regione, oltre a porre fine alla politica multivettoriale della repubblica centroasiatica, che ora ha come interlocutori principali in campo politico ed economico Russia e Cina. L’avvicinamento è stato poi sancito dalla presa del potere di Tokayev, che appellandosi all’intervento estero ha di fatto messo il suo mandato politico nelle mani della Russia. Considerate queste conseguenze e il persistere di certe opinioni nei riguardi dei paesi ex sovietici, affermare che il Kazakistan ha un fianco scoperto nella questione delle minoranze del nord e delle rivendicazioni territoriali non è sbagliato. Non è neanche erroneo pensare che Tokayev non è nella posizione di opporsi ad un eventuale azione politica che miri a far annettere quelle regioni alla federazione: il sostegno di Mosca è stato troppo importante per il mantenimento del potere e adesso non può più farne a meno. Durante il periodo di Nazarbayev, il vecchio presidente sapeva rispondere a queste dichiarazione anche grazie alla sua indipendenza politica. Non a caso le reazioni del Kazakistan riguardo il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk sono state fredde e distanti, tanto che il Ministero degli Esteri ha dichiarato da non “essere in agenda”. Una presa di posizione, in un senso o nell’altro, avrebbe significato un peggioramento della posizione del paese, soprattutto nel suo fronte interno perché non va a toccare i nervi della minoranza russa. Per il Kazakistan sarà importante in futuro non toccare questo argomento, soprattutto che ora la Russia userà le sue relazioni con i paesi dell’ex impero per sopperire alle sanzioni imposte dall’Occidente.

