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24/01/2026
Europa

La presidenza cipriota come stress test per la sicurezza europea

di Silvia Caschera

Dal gennaio 2026 Nicosia guiderà il Consiglio dell’UE in una fase cruciale per sicurezza e difesa. Sullo sfondo del contenzioso irrisolto con la Turchia, la presidenza cipriota rischia di diventare un test della capacità europea di tenere separati conflitti politici e priorità strategiche comuni.

Dal gennaio 2026 Nicosia guiderà il Consiglio dell’UE in una fase cruciale per sicurezza e difesa. Sullo sfondo del contenzioso irrisolto con la Turchia, la presidenza cipriota rischia di diventare un test della capacità europea di tenere separati conflitti politici e priorità strategiche comuni.

Dal gennaio 2026 Cipro ha assunto la presidenza del Consiglio dell’UE in un momento particolarmente delicato per l’agenda europea di sicurezza e difesa. Il semestre cipriota coincide, infatti, con la ridefinizione delle priorità strategiche dell’Unione, nel rafforzamento degli strumenti di difesa comune e la ricerca di un equilibrio sostenibile tra autonomia strategica e cooperazione transatlantica.

Il programma di lavoro presentato da Nicosia mette al centro il sostegno militare all’Ucraina, il consolidamento della base industriale della difesa, la mobilità militare e il rafforzamento della cooperazione UE-NATO. Si delinea così una presidenza orientata a fare della sicurezza il fulcro dell’agenda europea dei prossimi mesi.

In questo quadro, il fatto che la presidenza sia eserciata da uno Stato membro coinvolto in un contenzioso con la Turchia, attore chiave della NATO, non passa inosservato alle diplomazie europee e atlantiche. La questione cipriota continua, infatti, a influenzare dossier sensibili, dal processo di adesione della Turchia all’UE, piu volte rallentato dai veti di Nicosia su specifici capitoli negoziali, alla cooperazione in materia di sicurezza e difesa.

Per disegno istituzionale, la presidenza del Consiglio é una funzione di garanzia, orientata a facilitare compromessi, assicurare continuità ai lavori e preservare l’equilibro tra gli Stati membri, evitando l’utilizzo strumentale della piattaforma europea per avanzare priorità nazionali. Tuttavia, quando a guidare il Consiglio é una paese direttamente coinvolto in un conflitto ancora aperto, l’imparzialità richiesta puo risentire delle dinamiche politiche che quel conflitto continua a generare. La presidenza cipriota diventa così un banco di prova delle capacita dell’UE di mantenere la neutralità operativa delle proprie istituzioni in un contesto che resta delicato. 

Il nodo turco: da contenzioso bilaterale a variabile sistemica

Cipro non è semplicemente uno Stato membro con interessi regionali sensibili. L’isola resta divisa dal 1974 e il fallimento dei negoziati di riunificazione nel 2017 ha irrigidito le posizioni di Nicosia ed Ankara, con ripercussioni dirette sulle relazioni tra UE e Turchia. Nel frattempo, il Mediterraneo orientale si è trasformato in un’area di competizione strategica ad alta intensità, dove convergono sicurezza energetica, controllo delle rotte marittime, gestione dei flussi migratori e la componente militare per un area strategica per la NATO.

Questa competizione ha prodotto effetti concreti sulle relazioni tra l’UE e la Turchia. Le risposte di Bruxelles alle attività turche nelle aree di esplorazione energetica rivendicate da Cipro e le tensioni ricorrenti sulle ZEE hanno mostrato che il contenzioso non é un retaggio del passato, ma un elemento che incide direttamente sulla politica estera e di sicurezza europea

Dal punto di vista delle diplomazie alleate, la questione non riguarda la legittimità delle posizioni cipriote, quanto il rischio che esse si riflettano sull’agenda del Consiglio in un momento in cui sarebbero necessari pragmatismo e flessibilità. Una presidenza percepita come ostile potrebbe rafforzare in Turchia l’idea che l’UE faccia fatica a separare la solidarietà interna dalle valutazioni strategiche. Allo stesso tempo, Ankara potrebbe usare il semestre cipriota per irrigidire le proprie posizioni nei formati multilaterali o rallentare cooperazioni già fragili. Tra queste, la piu esposta rimane sicuramente la cooperazione UE-NATO, da anni condizionata dal contenzioso cipriota. 

La cooperazione UE-NATO sotto pressione

La cooperazione tra UE-NATO rimane fragile: divisioni politiche, asimmetrie istituzionali e veti incrociati hanno impedito la costruzione di un vero partenariato strategico, nonostante condividano ventidue Stati membri. Il conflitto cipriota continua a essere uno dei principali ostacoli: l’assenza di una soluzione e il mancato riconoscimento reciproco limitano lo scambio di informazioni e impediscono una partecipazione equilibrata ai formati politico-militari.

In questo quadro, Ankara utilizza il proprio peso all’interno della NATO per contenere il coinvolgimento di Cipro in alcuni formati e limitarne l’accesso a informazioni sensibili. Nicosia, dal canto suo, ha bloccato diversi accordi tecnici tra l’Agenzia europea per la difesa e la Turchia, compresi quelli necessari a condividere documenti classificati con Ankara. Una presidenza cipriota particolarmente incisiva sui temi di sicurezza e difesa potrebbe accentuare queste tensioni: non cambierebbe le regole formali della cooperazione, ma rischierebbe di peggiorare il clima politico indispensabile al coordinamento operativo e allo scambio di informazioni tra Bruxelles e il quartiere generale della NATO.

Tutto cio avviene in una fase in cui le minacce alla sicurezza europea, dall’aggressione russa all’instabilità del vicinato meridionale, richiedono maggiore integrazione e decisioni rapide. Anche un deterioramento informale della fiducia avrebbe quindi un costo significativo. Il fatto che Nicosia voglia rafforzare la cooperazione con la NATO rende l’equilibrio piu delicato, perche l’UE deve conciliare il legame atlantico con lo sviluppo di una propria capacità industriale e di difesa. 

SAFE come cartina al tornasole dell’autonomia startegica

In questo contesto, il programma SAFE (Security Action For Europe) assume un peso che va oltre la sua componente tecnica. Il progetto mira a rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa europea sostenendo investimenti nelle capacita produttive piu critiche, nelle infrastruttue dual use e in segmenti chiave delle catene del valore europee, come munizioni, sistemi missilistici e tecnologie emergenti

È uno degli strumenti con cui l’Unione cerca di avanzare verso una maggiore autonomia strategica senza incrinare il rapporto con gli Stati Uniti, perchè convoglia una parte crescente degli investimenti militari verso fornitori europei e fissa criteri che definiscono chi può prendere parte ai principali programmi industriali comuni. Per questo, temi come la governance del programma, i criteri di accesso e la possibile apertura a partner esterni come Regno Unito, Canada o Turchia sono seguiti con attenzione a Bruxelles e nelle principali capitali interessate. 

Dal punto di vista turco, strumenti che finanziano esclusivamente l’industria della difesa europea, in assenza di un quadro chiaro per l’inclusione dei partner NATO non appartenenti all’UE, possono essere percepiti come segnali di distacco, soprattutto dopo anni segnati da tensioni sulle forniture militari e da misure europee legata alla Siria e alle attività di trivellazione nel Mediterraneo orientale. Da qui il rischio che SAFE venga interpretato come uno strumento più politico che industriale, o come un meccanismo di esclusione che alimenta la perchezione di un’ Europa dalla difesa costruita “contro” piu che “inseme” agli alleati che non sono membri dell’Unione. 

Diplomazie tra contenimento del danno e ambizione strategica

Di fronte a questi rischi, l’approccio prevalente tra le diplomazie europee e atlantiche é improntato al contenimento, non allo scontro. Nessuna sfiducia aperta verso la presidenza, ma molta attenzione a come verranno gestiti i dossier più sensibili, dagli strumenti per la difesa alla cooperazione con la NATO, fino alle decisioni sul sostegno a lungo termine all’Ucraina.

C’é consapevolezza che una crisi istituzionale sarebbe controproducente, perchè alimenterebbe narrative di divisione e paralisi. Al tempo stesso, la fiducia nella capacità della presidenza di mantenere un profilo pienamente “europeo” resta limitata: qualsiasi frizione aperta tra Cipro e Turchia rischia di riflettersi sui contatti EU-NATO, già oggi condizionati dal mancato riconoscimento reciproco e dal gioco di veti.

La presidenza cipriota non é dunque una crisi annunciata, ma una prova di maturità per un’Unione che ambisce a essere un attore strategico credibile. Nel semestre di Nicosia, l’UE dovrà negoziare pacchetti finanziari per la difesa e per l’Ucraina, avanzare sulla mobilità militare e definire il futuro della cooperazione con la NATO sul fianco est e quello sud. E su queste scelte concrete che si misurerà la capacità di tenere distinto il contenzioso con Ankara dalla gestione della sicurezza europea. Se l’Unione eviterà che il conflitto irrisolto con la Turchia si trasformi in un fattore di paralisi sistemica, dimostrerà di avere meccanismi abbastanza solidi da assorbire le proprie divisioni senza comprometterne la credibilita strategica

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