A Davos, Trump e Rutte annunciano un quadro d’intesa sulla Groenlandia, con focus sulla sicurezza e coinvolgimento delle risorse del sottosuolo. Il modello Cipro può rappresentare una chiave di volta per Washington?
La sera del 22 gennaio, al termine degli appuntamenti del World Economic Forum di Davos, Donald Trump ha annunciato il raggiungimento di un quadro d’intesa sulla Groenlandia. L’annuncio è giunto al termine di un incontro con il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, che ha definito il confronto con il presidente statunitense “molto positivo”, pur sottolineando come “resti ancora molto da fare”. Un’affermazione che suggerisce come l’intesa raggiunta in Svizzera, dopo giorni segnati da crescenti tensioni tra Washington e gli alleati europei sul dossier groenlandese, rappresenti più il punto di partenza, comunque significativo, di un processo negoziale per la definizione del futuro assetto di sicurezza dell’isola.
Il contenimento delle tensioni tra le due sponde dell’Atlantico costituiva, del resto, l’obiettivo più immediato dei colloqui di Davos, dopo una sequenza di eventi che ne aveva evidenziato l’escalation: le reiterate dichiarazioni di Trump sulla volontà di ottenere il controllo effettivo della Groenlandia, motivate ufficialmente dall’esigenza di contrastare una possibile penetrazione russa e cinese nella regione artica; l’invio di contingenti militari europei sull’isola, volto a ribadire il sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale
del Regno di Danimarca; il messaggio indirizzato da Trump al primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, nel quale il presidente statunitense affermava di non sentirsi vincolato al perseguimento della pace dopo la mancata assegnazione del Nobel; infine, l’annuncio dell’imposizione di dazi del 10% nei confronti di diversi Paesi europei (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia) in risposta alla loro postura sulla Groenlandia e all’invio di truppe nell’isola. L’entrata in vigore delle misure tariffarie, inizialmente prevista per il 1° febbraio, è stata sospesa.
Una vera svolta a Davos?
In questo contesto, vi era grande attesa per il discorso che Trump avrebbe pronunciato a Davos. Egli, in questa sede, ha dichiarato che, pur intendendo ottenere la proprietà della Groenlandia, non avrebbe fatto ricorso alla forza per perseguire questo obiettivo, facendo marcia indietro, sotto questo profilo, rispetto ad alcune dichiarazioni rilasciate nelle settimane precedenti. Ciò ha contribuito a contenere le preoccupazioni più immediate, sebbene il ministro degli Esteri danese, Lars Løkke Rasmussen, abbia sottolineato “a caldo” come le ambizioni americane restino sostanzialmente “intatte”.
Il prosieguo della giornata è stato caratterizzato da trattative sviluppatesi su due livelli. Da
un lato, l’incontro tra Trump e Rutte si è concluso con l’annuncio di un quadro d’intesa
riguardante non la sicurezza non solo della Groenlandia, ma più in generale dell’area
artica. Secondo quanto dichiarato dal presidente statunitense, l’accordo avrebbe una forte
connotazione securitaria, includendo la possibilità di utilizzare il territorio groenlandese
per ampliare il raggio d’azione del sistema di difesa missilistica Golden Dome. Al tempo
stesso, Trump ha lasciato intendere che l’intesa potrebbe estendersi anche all’ambito economico, facendo riferimento, in un’intervista rilasciata alla CNBC, alle risorse minerarie del sottosuolo dell’isola. L’accordo, nelle intenzioni della Casa Bianca, sarebbe concepito in una prospettiva di lungo periodo, con durata indefinita.
In secondo luogo, secondo quanto riportato dal New York Times, sempre nella giornata di mercoledì avrebbe avuto luogo un incontro tra alte figure militari di Paesi della NATO. In questa sede si sarebbe discusso a proposito di un compromesso in base al quale la Danimarca cederebbe agli Stati Uniti la sovranità di piccole parti della Groenlandia, nelle quali Washington potrebbe costruire così delle basi militari. Una soluzione che
richiamerebbe il modello di Cipro, dove il Regno Unito esercita la sovranità sulle aree di Akrotiri e Dhekelia (pari a circa il 3% del territorio dell’isola) in virtù degli accordi di Londra e Zurigo del 1959 e del Trattato di Garanzia del 1960.
L’evoluzione delle trattative sembra così avvicinarsi allo scenario più favorevole tra quelli ipotizzati a Davos dal presidente finlandese Alexander Stubb (good, bad and ugly). Se lo scenario peggiore avrebbe implicato un’iniziativa militare unilaterale statunitense per prendere possesso dell’isola, e quello intermedio il protrarsi delle tensioni accompagnato dall’applicazione dei dazi annunciati, l’opzione “good” prevedeva proprio una dinamica cooperativa in ambito NATO, finalizzata a rafforzare la sicurezza dell’Artico rispondendo
al contempo alle preoccupazioni strategiche espresse da Washington.
In quest’ottica si collocano le dichiarazioni del ministro degli Esteri danese Rasmussen, il quale ha dichiarato che l’intesa raggiunta rende possibile affrontare le preoccupazioni americane sulla sicurezza nell’Artico rispettando, al tempo stesso, le linee rosse del Regno di Danimarca, facendo riferimento all’integrità territoriale di quest’ultimo. Analogamente, la ministra degli Esteri svedese Maria Stenergard ha ribadito la validità delle critiche europee a qualsiasi ipotesi di modifica dei confini nell’Artico, sottolineando come la cooperazione tra alleati europei abbia contribuito a orientare l’esito dei colloqui.
La portavoce della NATO, Allison Hart, ha infine confermato che Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti continueranno a negoziare per definire una soluzione complessiva per la sicurezza artica, con l’obiettivo di impedire a Russia e Cina di affermare la propria influenza economica e militare in Groenlandia.
Crisi contenuta o nuove tensioni all’orizzonte?
Il contenimento delle tensioni e l’avvio di un percorso negoziale che, da un lato, tenga conto delle richieste statunitensi e, dall’altro, si fondi su un quadro di cooperazione in ambito NATO rispettoso della sovranità danese e dell’autonomia groenlandese, rispondono alle aspettative espresse dalle cancellerie europee espresse nelle ultime settimane. In attesa di definire i contorni concreti dell’intesa (attraverso ulteriori negoziati che, secondo Trump, coinvolgeranno anche il vicepresidente Vance, il segretario di Stato
Rubio e l’inviato speciale Witkoff) gli alleati europei sono riusciti, almeno temporaneamente, a indirizzare gli eventi verso una gestione negoziale della dialettica con Washington, scongiurando una svolta più conflittuale.
Una fonte di ulteriori contrasti, tuttavia, potrebbe essere ancora una volta l’appartenenza politica della Groenlandia, soprattutto in caso di rinnovate future pretese avanzate unilateralmente da parte della Casa Bianca, rimettendo così in discussione l’integrità territoriale danese. Da questo punto di vista, per esempio, si segnalano dichiarazioni preoccupate rispetto agli eventi in corso come quelle di Aaja Chemnitz Larsen, membro groenlandese del parlamento di Copenaghen, la quale ha affermato che “la NATO non ha il diritto di negoziare senza di noi”, ribadendo che nessuna decisione dovrebbe essere assunta senza il coinvolgimento diretto di Nuuk e che l’Alleanza Atlantica non esercita alcuna autorità sull’isola né sulle sue risorse minerarie.
Elementi che confermano come, al di là della de-escalation favorita dagli incontri di Davos, il dossier groenlandese resti potenzialmente destabilizzante per le relazioni transatlantiche nel prossimo futuro. Le tensioni emerse nelle ultime settimane hanno alimentato, in numerosi Paesi europei, critiche crescenti verso l’approccio assertivo dell’amministrazione Trump, caratterizzato da mire lesive nei confronti di un Paese parte della NATO come la Danimarca e da un’escalation di toni verso gli alleati. Ciò ha determinato una spinta per una reazione compatta e coordinata alle iniziative di Washington, così come una crescente presa d’atto dell’ingresso in una nuova fase dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.

