Israele attacca l’Iran non solo per infliggere danni, ma per costringere Teheran a cambiare irreversibilmente la traiettoria intrapresa a partire dai tardi anni ’90: la società iraniana, dinamica e sviluppata, è in trasformazione ed una parabola discendente dell’isolazionismo persiano (ovvero, il reintegro di Teheran nel commercio globale) comporterebbe danni significativi per Israele, società ormai stanca ed in declino demografico: un Iran capace e demograficamente attivo significherebbe la rinascita di un competitore regionale formidabile, cosciente di se. Non è dunque la Repubblica Islamica ad essere il concorrente di Israele, ma l’Iran in quanto tale. Gli attacchi cominciati ieri sono quindi di natura strategica. Colpiscono alle spalle anche il Governo statunitense, costretto a prendere coscienza della propria profonda debolezza. Dove vuole arrivare il Governo israeliano?
Prima che l’Iran divenisse Repubblica Islamica, Tel Aviv esercitava un’influenza diretta sul Paese e sul suo Re. La Rivoluzione, in preparazione sin dai primi anni ’60, nasceva dalle più diverse frange della società persiana. Alla fine degli anni ’70 avrebbe costituito una forza eterogenea, aiutata anche da potenti attori esterni che avrebbero voluto disegnare un Iran più distante dagli Stati Uniti e maggiormente euroasiatico. Khomeini tornava nel Paese (arrivando non da Marte) per poi costituire un’identità politica ed istituzionale diversa da quella promessa ai suoi custodi, e che avrebbe ricostituito una propria forza ed un’area di influenza concorrente all’intero Occidente (specialmente nel Mediterraneo Orientale). La guerra imposta con l’Iraq (finalizzata a distruggere questa forza, della quale si cominciavano a intuire i contenuti) avrebbe poi, eterogenesi dei fini, consolidato potentissimamente nel sangue il potere della Repubblica Islamica e generato un Iran autoreferenziale: Israele ha avuto, da allora, un avversario ideologicamente irriducibile ma indebolito dall’isolamento internazionale.
Dagli anni ’90 riforme costituzionali e movimenti sociali interni all’Iran hanno cercato di riaprire il Paese, ed è da allora che i vari Governi della destra israeliana (dei quali diversi presieduti dall’attuale Primo Ministro) hanno voluto identificare nelle capacità nucleari persiane una minaccia esistenziale tanto per Israele quanto per la sicurezza internazionale: i primi allarmi in merito sono del 1999. La realtà è che l’Iran non ha mai esplicitato di voler ricorrere all’arma atomica. Gli Accordi di Vienna del 2015 avrebbero – se rispettati dagli Stati Uniti – potuto garantire un quadro di sicurezza e, finalmente, la trasformazione in varie fasi della società e della politica persiane, idealmente fino ad una normalizzazione. L’allora Governo Rouhani prende posizioni coraggiose contro la stessa Guida Suprema ed accetta di aderire alla normativa del GAFI sul finanziamento al terrorismo: può quindi smantellare, nei dovuti modi e nei tempi necessari, strutture come quelle di Hezbollah. Qui il pericolo per Israele si fa massimo. Questo pericolo viene fatto proprio dal primo governo Trump, che sabota i formalmente validi Accordi umiliando un Iran entusiasta degli stessi nella propria componente progressista e fortemente scettico (per non dire assolutamente contrario) negli apparati e nella figura della Guida Suprema. Il primo obiettivo è raggiunto: dividere la società persiana nel suo avanzare verso la riconciliazione internazionale.
La seconda Amministrazione Trump deve salvare il dollaro statunitense, risparmiare, reindustrializzare e per questo ha bisogno di pace in Eurasia. Comincia goffamente a riconvocare un tavolo di trattative, cambiando poi in corso d’opera la propria versione e le richieste fatte all’Iran: soprattutto, sul tavolo si immette la questione dei missili balistici (che sono il vero oggetto del contendere in senso militare, e non certo la mai formalmente desiderata bomba) e si chiede assurdamente la nullificazione del programma nucleare, anche civile.
Vengono uccise figure chiave del cosiddetto “Asse della Resistenza” in attacchi di altissimo valore simbolico, sperando in un passo falso di Teheran che non arriva.
A seguito di tanto infruttuosi tentativi, ora Israele intuisce la debolezza trumpiana per accoltellarlo alle spalle e metterlo di fronte ad un fatto compiuto: sa che gli Stati Uniti non possono abbandonare Israele, pena una caduta immediata del Governo Trump già sotto attacco anche internamente.
Israele attacca e lo fa colpendo simbolicamente e fisicamente. L’Europa, irriconoscibile rispetto a solo venti anni fa, miagola e non sa che fare. Non ha autonomia, non ha strategia, non ha identità.
Altro obiettivo israeliano in senso strategico è quello di far cambiare strada all’Iran: la società persiana farà quadrato attorno alle sue Istituzioni, si comporterà come durante la guerra Iran-Iraq. La coscienza persiana tende ad esaltarsi, ora il regime si consoliderà attorno alla classe dei Pasdaran, unici capaci di difendere il Paese e la sua dignità, tema centrale nel pensiero e nella coscienza iraniani. Si realizza quindi il secondo obiettivo strategico: impedire che l’Iran si normalizzi, rimettere saldamente al potere l’ideologia khomeinista più intransigente, denunciare poi ad un mondo completamente inconsapevole il ritorno di questo fanatismo religioso persiano, tagliare le gambe allo sviluppo persiano e scongiurare così la rinascita di uno scomodo avversario, di una grande Nazione. Tutto questo mentre il Governo israeliano, presieduto da un ateo dichiarato, giustifica ogni sua attività basandola su passaggi dell’Antico Testamento. Anche gli israeliani puntano sulle componenti sensibili della loro società. In questo contesto, la politica si nutre di ideologie profonde.

