Nell’ottobre 2023 è stato approvato dalla commissione AFCO un Rapporto sulla modifica dei Trattati di Lisbona. La riforma, che condurrebbe l’Unione europea verso una strada più federale, deve passare ora al vaglio del Consiglio europeo. Ma cosa contiene questa riforma? Quali modifiche porterebbe all’attuale funzionamento dell’Unione europea?
La genesi del Rapporto
Il Rapporto sulla modifica dei Trattati istitutivi dell’Unione europea nasce da una proposta di cinque rapporteurs del Gruppo Spinelli. Il gruppo, che prende il nome dal politico e teorico federalista italiano Altiero Spinelli, comprende i MEP sostenitori della visione federalista all’interno del PE. Scritto per dare seguito alle proposte emerse durante la Conferenza sul Futuro dell’Europa, conclusasi nel 2022, il Rapporto vuole essere il punto di partenza per una nuova apertura di discussione sulla possibile riforma dei trattati europei in senso federale. Il testo, composto da 296 emendamenti, è stato presentato per la prima volta in commissione Affari costituzionali (AFCO) del Parlamento europeo il 15 settembre 2023, ed è stato approvato a larga maggioranza (19 voti favorevoli, 6 contrari, 1 astensione) il 25 ottobre. Il Rapporto è stato successivamente presentato, emendato e approvato dal Parlamento europeo lo scorso 22 novembre con 291 voti favorevoli, 274 contrari e 44 astensioni.
Il contenuto del Rapporto
Il Rapporto, emendato dal Parlamento europeo, propone in sostanza un nuovo equilibrio istituzionale all’interno degli organi europei, che superi l’odierna visione confederale.
Uno dei nodi cruciali è il superamento del veto nella sua quasi totalità dei casi, e l’attribuzione di un numero maggiore di competenze esclusive attribuite all’Unione, come la politica ambientale e la tutela della biodiversità, nonché un aumento delle competenze condivise. Questi due elementi vengono rafforzati dal voto a maggioranza assoluta sull’utilizzo della clausola di flessibilità (art. 352 TFUE), che permetterebbe all’Unione di adottare atti fondamentali per la realizzazione degli obiettivi sanciti nei Trattati. Fondamentale anche una revisione dei ruoli e del peso dei differenti organi. Il Parlamento europeo si vede attribuire il potere di iniziativa legislativa e diritto di aprire una procedura di infrazione davanti alla Corte di Giustizia nel caso in cui uno Stato membro violi il diritto UE, divenendo così co-decisore insieme al Consiglio europeo. Si immagina dunque un sistema sostanzialmente bicamerale. Il primo draft del rapporto prevedeva di trasformare la Commissione europea in un “Esecutivo Europeo”, e con esso mutare anche la composizione e l’elezione di esso. I commissari, ribattezzati “segretari”, avrebbero dovuto avere un peso politico e sarebbero stati scelti scelti dal Presidente (come avviene attualmente nei governi nazionali). Quest’ultimo sarebbe a sua volta nominato dal Parlamento, rafforzando il metodo dello Spitzenkandidaten, e solo successivamente confermato dal Consiglio europeo. Riformata anche la procedura di infrazione prevista all’articolo 7 TFUE, il cui controllo passa alla CGUE. Il Consiglio potrà quindi applicare sanzioni, incluso il blocco temporaneo dei fondi europei, a maggioranza qualificata.
Fuori le proposte iniziali di dotare l’Unione di capacità fiscale autonoma e il referendum pan-europeo: i due punti sono stati cancellati durante gli emendamenti del PE. Respinto anche l’utilizzo della maggioranza qualificata in materia di allargamento e revisione dei Trattati.
Prospettive in divenire
Il testo approvato dal Parlamento europeo verrà probabilmente sottoposto al prossimo Consiglio europeo, previsto per il 22 marzo. Il voto avverrà sotto la presidenza belga, che darà sostegno procedurale a una riforma dei trattati. In questo contesto, spetterà ai governi nazionali decidere, a maggioranza semplice (14 governi su 27), se dare il via all’iter di negoziazione per l’apertura di una Convenzione, stabilito all’articolo 48.3 TUE. Il documento arriva al voto forte dell’approvazione del Parlamento europeo, avvenuta però con maggioranza risicata, sintomo di profonde divisioni nell’idea della Comunità europea del domani. Le probabilità di approvazione da parte del Consiglio europeo sembrano essere scarse: gli Stati che si sono mostrati a favore ondeggiano tra i 7 e i 9, mentre gli altri risultano essere in dubbio oppure contrari al rapporto. Sicuramente, il voto sarà un banco di prova: tutti gli Stati saranno chiamati a esprimersi sulla questione, e a giustificare il loro voto davanti gli altri 26. Un’altra incognita è rappresentata dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Oltre a tutto lo spettro parlamentare, sarà interessante osservare come muterà la maggioranza all’interno del Partito Popolare Europeo (PPE), partito di maggioranza che si era però spaccato proprio durante il voto su AFCO. Per quanto riguarda l’Italia, per ora è ritenuto un Paese “in dubbio” sul voto da esprimere in seno al Consiglio, nonostante la lancetta sia più spostata sul “no”. Durante il voto in PE, la maggioranza di governo si era spaccata: se gli europarlamentari di FDI e Lega avevano espresso voto negativo, i rappresentanti di FI avevano invece votato positivamente il rapporto. I giochi sembrano essere, dunque, aperti.

