Sia in Ruanda che in Repubblica Democratica del Congo (RDC), il colonialismo belga ha creato profonde fratture sociali. Il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 le ha acuite ulteriormente con l’arrivo di milioni di profughi ruandesi in Congo a cui si sono mischiati elementi del “front génocidaire” che aveva massacrato un milione di tutsi ruandesi (insieme a hutu e twa non violenti). Due guerre civili in Congo (1996-97 e 1998-2002) hanno aggravato ulteriormente la situazione, creando dinamiche di (in)sicurezza interdipendenti fra la RDC orientale e i paesi vicini. Si tratta di un’area dove le istituzioni sono deboli, nascono milizie e si rifugiano gruppi armati dai paesi limitrofi. Il problema è acuito dal fatto che si tratta di una regione mineraria strategica, sottoposta alla pressante domanda della filiera di produzione globalizzata della tecnologia. Fra i gruppi armati che dominano la regione, l’M23, composto da tutsi, è supportato dalle forze di sicurezza ruandesi, mentre il gruppo hutu FDLR è alleato alle forze armate della RDC. La diplomazia africana, incanalata in istituzioni subregionali come la comunità degli Stati dell’Africa orientale (EAC) e la Comunità di Sviluppo degli Stati dell’Africa meridionale (SADC), sta svolgendo un ruolo importante- ma non esclusivo- nel facilitare la ricerca della pace, che si intreccia a piani di sviluppo economico congiunto.
Il Mouvement 23 Mars (M23) è uno dei gruppi armati più efficienti della regione orientale della RDC, perché è guidato da individui che hanno esperienza in combattimento. In più, è organizzato da personalità del governo e dell’esercito del Ruanda e ha ricevuto supporto dai servizi segreti ugandesi. La filiera dei minerali che sottrae dal controllo del governo passa per il Ruanda ma poi è oscurata, anche perché molti paesi non sono membri dell’iniziativa per la trasparenza EITI.
Sono intervenuti a sostegno della RDC i soldati di Sudafrica, Tanzania e Malawi (missione SAMIRDC). Questa si è ritirata nel marzo 2025 perché sconfiggere militarmente l’M23 oggi non è un’opzione. Finché ci sono 7000-12000 truppe ruandesi ad affiancarlo, che usano anche spoofing e jamming del GPS si rischia di scatenare una “terza guerra del Congo”. Una prospettiva agghiacciante, considerando che nella Seconda (1998-2002), sono morte 5,4 milioni di persone mentre eserciti dell’Africa meridionale si contrapponevano a Ruanda e Uganda. In merito al ritiro di SAMIRDC, sono state fatte ipotesi a partire dalla debolezza militare del Congo e dei paesi che lo hanno supportato, ma non va sottovalutato il desiderio di pace dei cittadini dei paesi, che hanno voluto ritirare le truppe dopo la perdita di sole 20 unità. Inoltre, relazioni di interdipendenza politica ed economica scoraggiano la guerra. Il Sudafrica ha rapporti di rivalità con il Ruanda, ma l’economia sudafricana risentirebbe molto di uno sconvolgimento profondo del mercato nella RDC. La Tanzania è sia un membro EAC che SADC e non vuole deteriorare i rapporti con Ruanda ed Uganda prima delle sue elezioni; in più, beneficia dell’intervento antijihadista del Ruanda in Mozambico. Il Malawi dal 2024 ha un accordo con Israele per inviarvi i suoi lavoratori, paese che è uno storico partner del Ruanda nel campo della difesa.
La soluzione che sta perseguendo l’ONU è espressa dalla S/RES/2773(2025), che chiede una soluzione politica alla crisi, misure umanitarie, un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe ruandesi in supporto dell’M23 in cambio della fine dell’alleanza della RDC con l’FDLR hutu. La risoluzione ha anche dato il suo endorsment al processo di pace a guida EAC-SADC, il cui destino però oggi è incerto.
Il ruolo delle organizzazioni regionali: EAC e SADC
Gli attacchi dell’M23 sono iniziati a novembre 2021. La RDC ha ben presto deciso di affrontare la crisi nelle istituzioni subregionali africane e si è anche rivolta a tribunali africani come l’AfCHPR e l’EACJ. La causa di questo va ricondotta ad una disaffezione generalizzata in Congo nei confronti della missione peacekeeping ONU MONUSCO (MONUC fino al 2010), considerata a dir poco inefficacie.
La scelta però riflette anche la linea politica del presidente Tshisekedi, eletto nel 2018 con la promessa di rilanciare le relazioni internazionali della RDC dopo anni di isolamento sotto il filocinese Kabila (2001-2019). Tshisekedi inoltre dichiarava di voler fare della RDC la “Germania dell’Africa”. L’analogia con la Ruhr e la Saar è evidente per un paese minerario come la RDC, che infatti è parte di 4 delle 8 comunità economiche subregionali africane. L’integrazione della RDC in queste comunità potrebbe fare sì che gli investimenti esterni -il corridoio di Lobito o la SGR della Tanzania- aiutino la creazione di catene del valore trans-africane che non escludano nessun paese, assicurando sia pace che sviluppo. Una visione che sembra tornata in auge con l’accordo EAC-SADC-COMESA del luglio 2024 per l’abolizione dei dazi doganali. Il problema è che tale visione viene sfidata da fattori come il personalismo delle relazioni diplomatiche-troppo legate ai rapporti fra leader-, le rivalità regionali e i fattori strutturali (le economie restano più vincolate a partner esterni che africani).
Tshisekedi è un uomo di questa visione perché, dopo aver rotto con le forze di Kabila nel 2021, ha accelerato l’ingresso nella quarta comunità di cui il Congo fa parte, l’EAC – composta di 7 paesi fra cui il Ruanda-con il supporto del Kenya di Kenyatta, leader che aveva anche finanziato la sua campagna elettorale del 2018.
Siccome la crisi si è approfondita nel 2022 e sono subito emerse prove del supporto ruandese all’M23, l’EAC ha avviato il “processo di Nairobi” -mediato da Kenyatta- che puntava al disarmo e reintegro dei ribelli e al dialogo. L’EAC ha inviato sul campo una forza multinazionale (EACRF) per coadiuvare questo processo, ma l’EARCF è stata vista come poco incisiva, soprattutto a seguito dell’elezione di Ruto che in Kenya è succeduto a Kenyatta. Non ha aiutato che la RDC intanto abbia tenuto una linea dura proprio sull’evitare di negoziare con M23, che risale alla scelta effettuata nel 2021 di mandare a monte i negoziati per il suo reintegro nelle forze armate, approvando anche una legge che vieta l’integrazione dei gruppi armati nelle FARDC (estate 2022). Intanto, l’EARCF per mesi ha congelato il conflitto.
Il tema dell’inefficienza dell’EARCF è emerso prima delle elezioni del dicembre 2023, importanti perché dovevano confermare Tshisekedi dopo che erano calate delle ombre sulla trasparenza di quelle del 2018. Poco prima del voto, la RDC ha dunque deciso il ritiro di EARCF e l’arrivo di un contingente della SADC per affrontare la crisi con un approccio più muscolare.
La scelta dei paesi SADC che sono intervenuti però già rivelava la volontà di non rendere l’intervento l’inizio di una guerra africana. Sono Sudafrica, Malawi e Tanzania a essere scesi sul campo, non quei paesi SADC che più hanno supportato il Congo nella guerra 1998-2002. Per mantenere un approccio “neutrale”, è stato scelto come mediatore l’Angola, che sostenne il Congo durante la guerra, ma che oggi coopera militarmente con Israele come fa il Ruanda, che è partner della Cina, ma protagonista del Corridoio di Lobito. Grazie a queste garanzie di “neutralità”, la SADC ha potuto creare il “processo di Luanda”, che trattava il conflitto come interstatale. Il Ruanda però vedeva male l’intervento bellico della SADC e l’M23 ha deciso di sfidare apertamente Tshisekedi, alleandosi con Nangaa -figura della politica nazionale che c’entra con le criticità dell’ elezione di Tshisekedi del 2018- espandendo il suo obiettivo a quello di governare su tutto il Congo.
Solo nell’ estate 2024, dopo altri sei mesi di guerra, si è arrivati prima all’accordo EAC-SADC-COMESA, dopodiché è sopraggiunto un “cessate il fuoco” mediato dall’Angola. I negoziati sono saltati il 15 dicembre, quando il Ruanda ha chiesto alla RDC di dialogare coi ribelli; al rifiuto di Tshisekedi, Kigali ha abbandonato il tavolo delle trattative e la guerra ha avuto un’escalation.
4. La cattura del Congo orientale (2025)
Mentre i ribelli catturavano Goma e Bukavu, i toni fra RDC e Ruanda si sono fatti incandescenti: entrambi i paesi si accusavano di volere il cambiamento di regime nel loro vicino.
Tshisekedi ha disertato un vertice EAC convocato d’urgenza il 29 gennaio per protestare contro la presenza di Kagame -che intanto continuava a negare di sponsorizzare l’M23- e la stessa fine l’ha fatta un successivo tentativo di mediazione francese. Nonostante gli scontri fra Kagame e Tshisekedi portassero anche ad accuse verso i due processi di mediazione, essi sono sopravvissuti grazie al supporto reciprocamente espresso dai loro coordinatori.
L’8 febbraio 2025, a Dar es Salaam, si è tenuto un summit congiunto EAC–SADC che ha sancito la fusione dei processi di Nairobi e Luanda, unificando gli sforzi regionali di pace. Il vertice ha confermato la volontà di sostenere sia il dialogo RDC-Ruanda, sia tra il governo congolese e gruppi armati, incluso l’M23, precedendo alcune delle successive decisioni dell’ONU.
Dopo aver atteso le decisioni dell’Unione Africana sopraggiunte il 14 febbraio, come volevano i paesi africani nel CdS ONU, il 21 febbraio è stata adottata la risoluzione ONU 2773(2025), che si è spinta a riconoscere -come già facevano da tempo USA e Francia- che il Ruanda fornisce supporto diretto all’M23, pur confermando a Kagame una soddisfazione sul dossier FDLR. La risoluzione ha anche brevemente menzionato gli esiti del summit EAC–SADC e il ruolo dell’Unione Africana, conferendo loro maggiore legittimità.
La RDC intanto ha cercato di fare lobbying negli USA per ottenere un accordo sui minerali à la Zelensky in cambio di supporto armato e forse sottrarsi al confronto coi ribelli. Ma l’amministrazione USA si è mossa con lentezza. La rapida offensiva dell’M23 rendeva evidente che la posizione intransigente del Congo stava diventando insostenibile.
Infine, è sopraggiunto l’impegno del CdS a fare sì che il negoziato avanzasse e il 12 marzo 2025, il pres. angolano Lourenço ha ottenuto di aprire un canale diretto di dialogo fra RDC ed M23. Una scelta politicamente difficile per Tshisekedi dopo anni di “linea dura”.
L’M23 ha però rifiutato di presentarsi ai colloqui del 18 marzo, un problema ovviato dall’incontro a sorpresa tra Tshisekedi e Kagame in Qatar – con il ritiro del mediatore africano Lourenço. Un comportamento che sembra andare contro il principio del rispetto dei processi africani. In realtà, esso si è rivelato necessario alla strategia della RDC per ottenere che il Ruanda rispetti il processo di pace: quello di ampliare il coinvolgimento dei paesi fuori dall’Africa, poiché solo questi possono fare veramente delle pressioni sul Ruanda così che Kagame rispetti gli esiti del negoziato.
Infatti, il 28 marzo, al CdS ONU, il Congo ha accusato il Ruanda di avere “mezzo esercito” in Congo e ha preso le distanze dal precetto “African solutions to African problems”. Ha dichiarato di volere che l’ONU segua l’esempio dato dalle sanzioni UE adottate con la spinta del Belgio atte a isolare il network economico-militare dell’M23 e del Ruanda, di quelle degli USA e dei paesi che hanno sospeso gli aiuti al Ruanda.
Dunque, il Congo ha chiesto al CdS: 1)di condannare fermamente il rifiuto del Ruanda di conformarsi alla S/RES/2773, che si rivolga alla Corte di Giustizia Internazionale e che crei un meccanismo per monitorare l’implementazione della risoluzione da parte del Ruanda; 2) un regime di sanzioni al Ruanda; 3) un embargo sulle armi al Ruanda; 4) Sanzioni contro persone fisiche e giuridiche coinvolte nella guerra in RDC.Anche se il Ruanda non ha ancora ritirato le truppe -anzi afferma di non avere deciso l’invio di truppe sul territorio congolese- i negoziati con la RDC continuano. L’M23 ha annunciato che abbandonerà la città di Walikale e il gruppo partecipa ai negoziati mediati dal Qatar.

