I recenti avvenimenti sullo scenario internazionale hanno reso evidente la necessità per i Paesi europei di provvedere maggiormente alla propria sicurezza. In questo contesto il primo grande passo in tal senso è stato fatto dal governo del Regno Unito, il quale ha annunciato un importante incremento della spesa della difesa ponendosi come apripista per quella che sarà la futura ed inevitabile revisione delle politiche di difesa delle principali potenze europee.
Nel suo discorso di martedì 25 febbraio alla “House Of Commons” il Primo Ministro britannico Starmer ha annunciato “il più grande incremento della spesa per la difesa dalla fine della Guerra Fredda” ponendosi l’obiettivo di raggiungere la soglia del 2.5% del PIL entro il 2027, con la prospettiva di incrementare ulteriormente le spese al 3% del PIL (definito informalmente il “nuovo 2%”) durante la legislatura successiva. In concreto questo comporterà l’impiego di 13.4 miliardi di sterline aggiuntive (circa 16 miliardi di euro) ogni anno a partire dal 2027. Queste risorse saranno ricavate interamente tramite il taglio di parte dei fondi dedicati allo sviluppo internazionale (da 0.5% a 0.3% del PIL).
La ragione e lo scopo della decisione
La decisione del governo inglese risponde a più logiche. Queste sono complementari tra loro, egualmente rilevanti ed applicabili alla situazione delle altre potenze europee. In tutto sono sostanzialmente tre.
La prima riguarda il soddisfacimento delle – decisamente non nuove – richieste americane per quanto riguarda una maggior responsabilità ed un maggior contributo dei Paesi europei per la difesa dell’Europa stessa. L’attuale amministrazione degli Stati Uniti si è dimostrata particolarmente sensibile a questo tema dato che il Presidente Trump ritiene l’impiego di forze americane in teatri considerati non molto rilevanti, tra cui anche l’Europa, come “uno spreco di risorse” che potrebbero essere impiegate altrove (sostanzialmente nel teatro dell’Indo-Pacifico).
La seconda logica è quella che potremmo definire della “prevenzione”. Un rafforzamento delle capacità belliche, convenzionali e non, del Regno Unito, ed in prospettiva futura anche delle varie potenze europee, è sicuramente utile e decisamente necessario se rapportato al caso in cui l’attuale amministrazione statunitense dovesse decidere effettivamente di ritirarsi, parzialmente o completamente, dall’Europa continentale, come più volte minacciato. Le possibilità che questa decisione venga effettivamente presa sono molto remote, ma con una Presidenza che ha fatto dell’imprevedibilità un punto cardine della sua politica estera non si può mai essere sicuri e quindi è sicuramente utile ragionare anche in tal senso.
La terza logica è di carattere esclusivamente economico ed industriale. Il Primo Ministro Starmer ha descritto chiaramente queste nuove spese come un “investimento al fine di migliorare la posizione del Regno Unito sullo scenario internazionale, ma anche come uno strumento per avere un importante ritorno economico”. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario uscire, anche solo in parte, dalla logica del “buy american” ed investire apertamente ed ingentemente sulle industrie, sulle produzioni e sui progetti nazionali/internazionali a livello continentale. Il fine ultimo deve essere anche quello di trasformare questa spesa aggiuntiva in una solida base industriale, capace di soddisfare pienamente i bisogni delle forze armate del Paese, e quindi in “british growth, british skills, british jobs and british innovation” con una sostanziale e virtuosa ricaduta anche sulla società civile.
Un modello per l’Europa
Questa decisione rappresenta il primo impegno ufficiale da parte di una grande potenza europea ad aumentare notevolmente ed in maniera stabile nel tempo le spese per la difesa. In più, viene anche posto un modello da seguire per tutte le altre grandi e medie potenze europee in cui misure di questo tipo sono ancora solo ipotetiche o in fase di discussione tra circoli ristretti. Ad esempio, in Francia si vocifera di un ipotetico incremento fino al 5% del PIL nel caso del ritiro degli Stati Uniti dall’Europa. In Italia, invece, si parla di incrementare la spesa fino al 2.5% del PIL, rispetto all’odierno 1,56% (si tratta di circa 20 miliardi in aggiunta), nel caso in cui questa dovesse essere esclusa dalle regole del patto di stabilità dell’Unione Europea.
È chiaro che queste “dichiarazioni d’intenti” da sole non siano sufficienti per rassicurare gli alleati e per portare avanti politiche strutturate ed efficaci; sono necessari ulteriori passi avanti. Proprio per questa “lentezza”, in parte giustificata dalla necessità di trovare coperture finanziarie adeguate e politicamente/elettoralmente accettabili, il Primo Ministro britannico ha invitato gli alleati europei a “fare lo stesso ed a impegnarsi maggiormente per la difesa collettiva” sulla scia del suo operato.In definitiva il governo inglese ha indicato una strada per una politica di riarmo in grado di tener conto delle richieste di maggior impegno di USA e NATO e della necessità di rinvigorire la base industriale del Vecchio Continente, specie in ragione della manifesta inadeguatezza dimostrata nel corso della guerra in Ucraina, al fine di aumentarne l’indipendenza e le capacità di deterrenza. Questa politica è attenta anche a rassicurare l’opinione pubblica sulla bontà dell’investimento, prospettando crescita economica e la creazione di posti di lavoro nel medio/lungo periodo, al fine di rendere l’investimento sostenibile anche dal punto di vista politico/elettorale.

