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11/02/2026
Europa

La regolarizzazione dei migranti in Spagna nel contesto europeo

di Maria Granalli Ortiz

Lo scorso 27 gennaio la Spagna, con il governo PSOE e Podemos, ha approvato un decreto che regolarizza circa 500 000 migranti. Si tratta di una misura significativa che si discosta dalle tendenze migratorie più restrittive prevalenti in Europa, pensata non come intervento emergenziale ma strutturale, per affrontare pressioni continue sul sistema amministrativo, sul mercato del lavoro e sul dibattito politico interno.

Lo scorso 27 gennaio la Spagna, con il governo PSOE e Podemos, ha approvato un decreto che regolarizza circa 500 000 migranti. Si tratta di una misura significativa che si discosta dalle tendenze migratorie più restrittive prevalenti in Europa, pensata non come intervento emergenziale ma strutturale, per affrontare pressioni continue sul sistema amministrativo, sul mercato del lavoro e sul dibattito politico interno.

In Spagna risiede una popolazione straniera di oltre 7 milioni di persone, pari a circa il 16% degli iscritti alla previdenza sociale. Tra questi, gli immigrati irregolari sono stimati intorno agli 840.000, la maggior parte provenienti dall’America Latina, con numeri significativi di colombiani, peruviani e honduregni di madrelingua ispanica.

Questa forza lavoro, già ampiamente inserita nel tessuto economico del Paese, potrà ora essere regolarizzata grazie al nuovo decreto, mentre i flussi di ingressi irregolari continuano a diminuire: nel 2025 sono stati circa 37.000, il 42% in meno rispetto all’anno precedente. Il governo collega apertamente la solida crescita economica degli ultimi anni, con un aumento del PIL del 2.9% nel 2025, al contributo degli stranieri, che hanno sostenuto l’occupazione e attenuato gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, rafforzando il sistema del welfare.

Il contesto politico e sociale della regolarizzazione in Spagna

Mentre in molti Paesi europei si assistono a irrigidimenti normativi e controlli più severi sull’immigrazione, la Spagna si distingue per un approccio diverso. L’esecutivo progressista guidato dal Primo Ministro Pedro Sánchez ha avviato una regolarizzazione straordinaria destinata a oltre mezzo milione di immigrati irregolari. La misura, sostenuta da Podemos e adottata tramite decreto dal governo di coalizione minoritario PSOE-Sumar, evita l’iter parlamentare che avrebbe potuto bloccarla, aprendo così la possibilità di ottenere un permesso di residenza legale per coloro che si trovano già in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e vi risiedono in maniera continuativa da almeno 5 mesi. Fin da subito, la norma consente ai beneficiari di accedere al lavoro in tutti i settori e su tutto il territorio nazionale, trasformando la regolarizzazione in un fattore concreto di inclusione e di crescita economica.

Il decreto arriva in un momento in cui l’immigrazione è riconosciuta come un elemento strutturale per la stabilità del Paese, contribuendo a mitigare gli effetti del calo demografico e a sostenere il sistema pensionistico. Il governo ha più volte sottolineato il contributo dei lavoratori stranieri alla crescita economica e al funzionamento del mercato del lavoro, soprattutto in un contesto segnato dal calo demografico e dall’invecchiamento della popolazione. In questa prospettiva, la regolarizzazione viene letta come una risposta a esigenze di lungo periodo, legate alla sostenibilità del sistema previdenziale e alla necessità di ampliare la base occupazionale, anche attraverso un maggiore coinvolgimento di giovani e donne nella forza lavoro, una sfida condivisa da molti Paesi del Sud Europa.

La misura era attesa da anni e affonda le sue radici in un’iniziativa legislativa popolare che aveva raccolto circa 700.000 firme, presentata al Parlamento nell’aprile 2024 e sostenuta da un ampio fronte di associazioni e organizzazioni della società civile. Nonostante l’iniziale apertura di quasi tutte le forze politiche, con l’eccezione di Vox, il testo della proposta era rimasto bloccato in commissione a causa delle resistenze delle destre e di partiti come Junts. In un Parlamento privo di una maggioranza stabile, il rischio di un definitivo stallo legislativo ha spinto l’esecutivo a ricorrere allo strumento del regio decreto approvato dal Governo e firmato dal Re, superando così l’impasse politica e garantendo l’immediata applicazione della norma.

Per Podemos e le altre forze di sinistra, così come per i movimenti che da anni chiedono una riforma delle politiche migratorie come il Movimento Regularización Ya, la regolarizzazione rappresenta un passaggio strategico e simbolico. Non solo tutela i migranti, ma lancia anche un segnale contro le derive anti-migratorie sostenute dalle destre, in Spagna e in altri Paesi europei. L’approvazione del decreto diventa quindi un punto di equilibrio tra esigenze economiche, pressioni sociali e scelte politiche, collocandosi in un contesto di dibattito intenso e polarizzato.

Il decreto e il confronto con il passato

Al centro del decreto vi è una precisa impostazione politica e valoriale, chiarita dalla ministra dell’Inclusione, della Sicurezza sociale e delle Migrazioni Elma Saiz, che ha definito la regolarizzazione come un passaggio necessario per riconoscere formalmente persone già inserite nella società spagnola. L’obiettivo dichiarato è quello di superare situazioni di vulnerabilità giuridica e sociale, garantendo diritti, tutele e opportunità a una popolazione che fino ad oggi ha contribuito all’economia e alla vita collettiva restando ai margini della legalità. In questa prospettiva, il governo rivendica la volontà di rafforzare un modello migratorio fondato sui diritti umani, sull’integrazione e sulla compatibilità tra crescita economica e coesione sociale.

Il decreto definisce criteri di accesso chiari, pensati per intercettare una presenza già radicata sul territorio. Possono presentare domanda di regolarizzazione i migranti arrivati in Spagna prima della fine del 2025 e in grado di mostrare una permanenza continuativa di almeno 5 mesi, purché privi di precedenti penali. Rientrano inoltre nella platea di potenziali beneficiari coloro che hanno presentato domanda di asilo entro i termini stabiliti, riconoscendo così anche i percorsi di protezione internazionale rimasti in sospeso. La finestra temporale per presentare la domanda di regolarizzazione è stata fissata tra aprile e giugno, garantendo così un periodo definito per l’accesso alla procedura.

Un elemento rilevante della misura riguarda le modalità di dimostrazione della residenza effettiva nel Paese. Consapevole delle difficoltà che spesso colpiscono le persone prive di documenti, l’esecutivo ha adottato un’interpretazione ampia delle prove ammissibili. Oltre all’iscrizione all’anagrafe comunale o ai contratti di affitto, potranno essere utilizzati documenti alternativi come certificazioni sanitarie, esami medici, titoli di viaggio o la prova dell’invio di rimesse alle famiglie nei Paesi d’origine. Una scelta che mira a evitare l’esclusione proprio di quei soggetti che, a causa della loro condizione irregolare, hanno avuto accesso limitato agli strumenti formali di registrazione.

Nel suo impianto complessivo, il decreto non si limita dunque a stabilire requisiti amministrativi, ma tenta di adattare le regole alla realtà sociale esistente. La regolarizzazione viene così presentata non come una sanatoria emergenziale, ma come un intervento strutturato, pensato per accompagnare l’inclusione legale di una forza lavoro già presente e attiva, riducendo al contempo le zone grigie dell’economia sommersa.

La Spagna ha già affrontato in passato la questione della regolarizzazione dei migranti, iniziando con il governo socialista di Felipe González negli anni Ottanta. Negli anni Novanta, sotto la guida del conservatore José María Aznar, furono avviati tre processi che interessarono oltre mezzo milione di persone, mentre nel 2004-2005 l’intervento del socialista José Luis Rodríguez Zapatero coinvolse più di 570.000 migranti. Il decreto attuale si inserisce in questa tradizione storica, ma introduce novità importanti sia per la platea coinvolta sia per le modalità adottate. La misura è stata accolta favorevolmente da numerose organizzazioni sociali, imprenditoriali e religiose, e la Conferenza Episcopale l’ha definita un atto che riconosce la dignità dei migranti. Allo stesso tempo, l’opposizione politica, soprattutto le forze di destra, ha espresso un forte dissenso, evidenziando quanto oggi il dibattito sull’immigrazione sia polarizzato e al centro delle tensioni politiche in Spagna.

Il modello spagnolo nel panorama europeo

Il piano spagnolo emerge come un caso unico in Europa, dove molti Paesi stanno irrigidendo controlli ai confini e accelerando le espulsioni dei migranti irregolari. Tuttavia, la mancanza di manodopera rende inevitabile la regolarizzazione o l’ingresso di lavoratori stranieri. Anche in Italia il governo Meloni ha previsto l’ingresso regolare di oltre 400.000 lavoratori extracomunitari per far fronte ai fabbisogni economici, mentre la Germania stima di avere bisogno di circa 500.000 lavoratori qualificati all’anno e perfino il Giappone ha annunciato un piano per accogliere fino a 1,2 milioni di stranieri a fronte della carenza di forza lavoro.

La politica migratoria italiana, basata sulla legge Bossi-Fini e modificata negli ultimi anni con il Decreto Sicurezza del 2018 e il Decreto Cutro del 2023, si inserisce in un quadro europeo più restrittivo. L’Unione Europea ha infatti adottato il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, in vigore da giugno 2026, che rafforza le frontiere esterne, accelera i rimpatri e prevede hub esterni per gestire i flussi migratori. In questo scenario, il modello spagnolo appare un’eccezione, privilegiando la regolarizzazione strutturale e l’integrazione dei migranti già presenti, anziché misure emergenziali o punitive.

Nonostante il carattere straordinario del decreto e i possibili effetti positivi sull’economia e sull’inclusione sociale, non è detto che la misura avrà un impatto diretto sul prossimo voto, sia che si tenga nel 2026 sia alla scadenza naturale della legislatura, prevista per l’estate 2027. La regolarizzazione rappresenta una risposta strutturale a questioni demografiche ed economiche, ma resta collocata in un contesto politico complesso, dove fattori elettorali, resistenze interne e dinamiche dei partiti continueranno a giocare un ruolo determinante.


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