COMPIT è un progetto di ricerca del Centro Studi Geopolitica.info svolto in collaborazione con l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale (DISUS), il CEMAS Sapienza Università di Roma e il Centro Studi Americani e sviluppato dall’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), ai sensi dell’rt. 23-bis del DPR 18/1967, e sostenuto, sotto forma di COFIN, da EDISON. Le opinioni espresse nell’ambito delle attività del progetto sono esclusivamente riferibili ai ricercatori coinvolti e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Finalità e risultati attesi
L’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni nell’Indo-Pacifico e il clima di violenza in cui è nuovamente precipitato il Medio Oriente dopo il 7 ottobre hanno confermato agli studiosi e ai policy-maker il ritorno della politica di potenza nelle relazioni internazionali del XXI secolo. Sia secondo la letteratura scientifica delle Relazioni internazionali che secondo i commentatori di politica internazionale, sarebbero tre le grandi potenze che si fronteggiano oggigiorno: Stati Uniti d’America, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. Se da un lato questa sorta di “tripolarismo” ha già mostrato il proprio potenziale di rischio, dall’altro non è chiaro in che modo e quanto possa influire sulla stabilità generale del sistema internazionale e sulla sicurezza di una media potenza come l’Italia e degli spazi regionali a cui appartiene (Europa e bacino del Mediterraneo).
Per quanto riguarda la Russia, l’aggressione militare contro Kiev ha avviato la prima guerra convenzionale e simmetrica in territorio europeo dal secondo conflitto mondiale, rappresentando un punto di svolta nella storia del Vecchio continente. Non che il decennio appena trascorso non avesse conosciuto già un incremento significativo dell’assertività russa come dimostrano il caso ucraino del 2014-2015, l’intervento in Siria a fianco del regime di Bashar al-Assad, le vaste operazioni cyber di coercizione e sovversione nonché la capillare attività di disinformazione e propaganda, e il supporto russo dato a Khalifa Haftar in Libia. Più in generale, la Federazione Russa ha anche avviato un massiccio processo di modernizzazione militare convenzionale e nucleare.
La Cina, invece, forte di un’ascesa politica, economica e militare lunga quarant’anni sembra aver innescato i rischi insiti nelle cosiddette transizioni di potere, ovvero il passaggio da una particolare distribuzione internazionale delle capacità – quella che vedeva gli Stati Uniti alla cima della gerarchia globale sia per risorse materiali che immateriali – ad una nuova e da uno status quo fondato su quella distribuzione di potere iniziale – l’ordine internazionale liberale a guida americana – ad un altro. A questi cicli della vita internazionale, la letteratura scientifica ha associato il ritorno della competizione tra grandi potenze. La modernizzazione militare condotta dalla Cina, l’attività di coercizione economica, non militare, para-militare e militare di questa nei confronti dei paesi asiatici, l’attività di Pechino di furto della proprietà intellettuale e propaganda, confermano tutti l’emersione di una nuova assertività cinese.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno adottato, talvolta, politiche e misure con elevato potenziale di competizione. La costituzione da parte di Washington di nuovi partenariati per la sicurezza in Asia con il risultato della creazione di una sempre più coesa coalizione per il contenimento della Cina, l’affermazione del cosiddetto Pivot to Asia la cui principale implicazione è una maggiore presenza politica e militare nella regione, il dispiegamento del sistema THAAD nel Pacifico e, poi, in Corea del Sud e di Aegis Ashore in Giappone, la trade war lanciata dall’Amministrazione Trump contro la RPC, la rivitalizzazione del network QUAD nonché il progetto AUKUS prima e JAPHUS dopo, hanno tutti destato inquietudini nella leadership cinese e convinto Pechino di essere intrappolata in una competizione con Washington. Analogamente, il dispiegamento del sistema Aegis in Europa centro-orientale, il sostegno fornito al regime change in Ucraina nel 2014, l’abbandono unilaterale da parte di Washington del Trattato INF e il mancato rinnovo (ma la sola estensione) di quelli New Start hanno innescato una spirale competitiva con la Federazione Russa.
La nuova cifra distintiva delle relazioni internazionali contemporanee – la competizione – è stata chiaramente colta dalle amministrazioni americane di Donald Trump e Joseph Biden. La prima non ha esitato a identificare all’interno della sua National Security Strategy del 2017 gli sfidanti degli Stati Uniti non solo in alcuni indisciplinati attori medi e piccoli o in soggetti non statuali, ma anche in due grandi potenze, Cina e Russia. La seconda nella sua strategia sulla sicurezza nazionale ha affermato che Pechino, tra gli attori che stanno ingaggiando Washington in una «competizione strategica» (p. 23), è l’unica «potenzialmente in grado di combinare le proprie capacità […] per montare una sfida costante ad un sistema internazionale stabile e aperto» (p. 23). La Russia, invece, rimane «determinata a rafforzare la propria influenza globale e a giocare un ruolo dirompente sulla scena mondiale». Sia Pechino che Mosca, il documento conclude, hanno investito ingenti risorse «per controbilanciare la forza degli Stati Uniti» e impedire loro «di difendere interessi e alleati in tutto il mondo» (p. 8).
È importante notare, tuttavia, che le dinamiche di competizione non si esauriscono tra Stati Uniti e Cina, da un lato, e Stati Uniti e Russia, dall’altro, ma prendono forma – anche se in maniera più silente al momento – anche tra Pechino e Mosca. Nonostante, infatti, molti autori e commentatori dipingano la relazione sino-russa come un allineamento pressoché totale (la c.d. “partnership senza limiti”), un’altra parte della letteratura ha sottolineato come, al netto di relazioni cordiali e della condivisione di alcuni interessi di breve termine, un vero e proprio allineamento non si sia ancora materializzato (Haynes, 2020).
L’ultimo decennio ha, pertanto, conosciuto un ritorno della competizione tra grandi potenze, Stati Uniti, Cina e Russia. In Italia, tuttavia, questo cambio di passo della politica internazionale è stato recepito solo parzialmente, si voglia per le difficoltà intrinseche che una configurazione tripolare pone all’analista e al policy-maker, si voglia per il tradizionale disinteresse che il dibattito pubblico italiano riserva alla politica estera. Né gli eventi degli ultimi due anni hanno intaccato la generale indifferenza nazionale verso le questioni securitarie tra grandi potenze, mancando la pubblicistica e il dibattito pubblico di cogliere ad esempio i riflessi internazionali del colpo di stato nigerino. Il ritorno della politica di potenza, infatti, dovrebbe guadagnare maggiore attenzione perché implica conseguenze strategiche anche per l’Italia e per l’area del Mediterraneo allargato per via di due ragioni cruciali.
La prima è di natura generale. Il confronto tra grandi potenze è in grado di produrre ciò che Robert Gilpin definisce “mutamento sistemico” ovvero la trasformazione di quello che è stato sinora un sistema egemonico in cui la maggior parte del potere materiale e immateriale e della legittimità internazionale erano concentrati nelle mani degli Stati Uniti in un sistema di altra natura. La letteratura politologica associa ai mutamenti sistemici e alle transizioni di potere l’avvio di una competizione assoluta tra i principali attori del sistema internazionale o, nei casi più estremi, lo scoppio di una guerra egemonica. Da un lato, l’avvio di una competizione tra grandi potenze (si pensi al caso della Guerra fredda) interviene sempre a mutare le relazioni che intercorrono tra gli Stati, non solo quelli più forti ma anche quelli con un minor livello di potere. Dall’altro, la guerra egemonica agisce in maniera ancor più vincolante costringendo i paesi ad allinearsi in maniera chiara con la potenza maggiore di riferimento.
La seconda ha carattere specifico. La particolare configurazione tripolare del potere comporta, infatti, conseguenze peculiari. Ad esempio, Morton Kaplan e Kenneth Waltz sostengono chiaramente che i sistemi tripolari sono quelli a cui associare i maggiori livelli di instabilità perché le grandi potenze al loro interno seguono una feroce logica per cui “la probabilità che due si combinino per eliminare il terzo è relativamente elevata” (Kaplan, 1957, p. 34; v. Waltz, 1979). Come evidenziato da Randall Schweller (1998), inoltre, i sistemi tripolari alterano i pattern tipici di comportamento degli Stati anche in contesti non competitivi perché all’aumento della cooperazione tra due delle tre grandi potenze seguirà una riduzione della necessità di deterrenza tra i due e, necessariamente, un aumento di capacità di deterrenza nei confronti del terzo che si sentirà minacciato o, comunque, potenzialmente più insicuro di prima. Inoltre, Schweller integra questo framework anche con una considerazione aggiuntiva. Nei sistemi tripolari, al variare dell’insoddisfazione dei tre attori rispetto allo status quo distributivo – come sono distribuite le risorse di potere materiale e immateriale – e normativo – quali principi e norme regolino l’interazione internazionale – esistente, varieranno anche le interazioni tra di loro. Ad esempio, se un solo attore sarà insoddisfatto dello status quo, il sistema internazionale sarà probabilmente stabile perché l’effetto di deterrenza (e di difesa nel caso di scoppio di un conflitto) sarà mantenuto. Al contrario, se due delle grandi potenze sono insoddisfatte, il loro allineamento per la revisione di esso renderà il sistema instabile causando facilmente crisi locali nelle regioni delle due grandi potenze revisioniste a cui il terzo attore soddisfatto dello status quo dovrà necessariamente decidere se rispondere o meno. Il rischio della risposta è, chiaramente, l’escalation mentre il pericolo insito nella non risposta è l’aumento del potere e dell’audacia dei due attori revisionisti.





