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23/02/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Il riconoscimento israeliano del Somaliland e la nuova contrapposizione di potenze nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa

di Alessandro Troiani

Il 26 dicembre 2025 Israele ha riconosciuto ufficialmente la Repubblica del Somaliland, diventando il primo Stato membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo. La scelta persegue obbiettivi strategici definiti e, allo stesso tempo, si colloca all’interno di un processo più ampio di ridefinizione degli allineamenti geopolitici in Medio Oriente e nel Corno d’Africa.

Il 26 dicembre 2025 Israele ha riconosciuto ufficialmente la Repubblica del Somaliland, diventando il primo Stato membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo. La scelta persegue obbiettivi strategici definiti e, allo stesso tempo, si colloca all’interno di un processo più ampio di ridefinizione degli allineamenti geopolitici in Medio Oriente e nel Corno d’Africa

Il riconoscimento israeliano

Il Somaliland costituisce una regione autogovernata della Somalia proclamatasi unilateralmente indipendente nel 1991, dopo il collasso del regime di Siad Barre. Pur essendo provvisto di alcune delle principali caratteristiche della statualità, come istituzioni stabili, forze di sicurezza funzionanti e una propria valuta, esso non aveva mai ottenuto alcun riconoscimento formale a causa del rischio di un potenziale effetto domino secessionista nell’area del Corno d’Africa e nel resto del continente. Il riconoscimento israeliano, formalizzato attraverso una dichiarazione congiunta firmata dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dal Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi, riflette la strategia di proiezione geopolitica dello Stato ebraico nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, in un contesto regionale caratterizzato da crescente instabilità e competizione tra attori regionali ed extra-regionali. Sul piano diplomatico, Tel Aviv ha presentato il riconoscimento come coerente con lo “spirito” degli Accordi di Abramo, estendendo la logica della normalizzazione oltre il Medio Oriente. Parallelamente, le autorità del Somaliland hanno espresso l’intenzione di avviare un’ampia partnership strategica che includa cooperazione economica, agricola, tecnologica e nel settore della sicurezza.

La principale motivazione del riconoscimento è di natura geostrategica, legata alla posizione geografica del territorio. La costa del Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden, collocandosi in prossimità dello Stretto di Bab el-Mandeb, passaggio marittimo che separa Gibuti dallo Yemen e mette in comunicazione l’Oceano Indiano e il Mar Rosso: esso costituisce, infatti, uno dei chokepoints più sensibili del sistema commerciale ed energetico globale, attraverso cui transita circa il 10% del traffico mondiale. Pertanto, di fronte a uno scenario di una crescente militarizzazione del Mar Rosso, il Somaliland può rappresentare per Tel Aviv una piattaforma avanzata per monitorare le rotte marittime vicine, espandere in profondità le proprie capacità di deterrenza e rispondere alle minacce degli Houthi presenti nello Yemen settentrionale. Di conseguenza, Israele ambisce a sviluppare una forma di cooperazione securitaria con il Paese al fine di rafforzare le attività di intelligence sharing e le operazioni antiterroristiche. La relativa stabilità interna del Somaliland, in contrasto con la persistente fragilità della Somalia federale, ne favorisce a tale scopo l’attrattività e l’affidabilità. Ciò consentirebbe a Israele di consolidare non solo la propria presenza nella regione, bensì anche la propria autonomia strategica.

L’interesse economico israeliano è altresì rivolto verso il porto di Berbera: la strategia di Tel Aviv, infatti, aspira a rafforzarne il ruolo. Esso potrebbe divenire un hub logistico tecnologicamente avanzato, privilegiato per gli alleati israeliani, favorendo una deviazione dei flussi commerciali da Gibuti, che ospita sia basi occidentali (statunitensi ed europee) che cinesi. Un eventuale consolidamento della presenza israeliana potrebbe alterare gli equilibri in un corridoio marittimo già fortemente conteso, dove si intersecano gli interessi di Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Cina e Russia, intensificando la competizione tra le varie potenze.

Al di là di questi obbiettivi, sono emersi diversi sospetti riguardo alla possibilità di un reinsediamento forzato di una parte della popolazione palestinese della Striscia di Gaza in Somaliland. In base ad alcune indiscrezioni circolate nei media nel marzo e nell’agosto 2025, Israele avrebbe, infatti, esplorato questa opzione per il prossimo futuro. Tale ipotetico progetto ha suscitato diverse condanne internazionali ed è stato anche in parte confermato dalle dichiarazioni del Presidente statunitense Donald Trump, che ha ammesso l’esistenza di contatti e discussioni sul tema senza fornire una posizione definitiva.

Le conseguenze internazionali del riconoscimento israeliano

Il riconoscimento ha provocato diverse critiche a livello internazionale: tuttavia, nel loro complesso, le reazioni diplomatiche sono state tendenzialmente prudenti. La Somalia ha condannato duramente la decisione, definendola una violazione della propria sovranità e integrità territoriale. L’Unione Africana ha ribadito il principio dell’intangibilità dei confini ereditati dall’epoca coloniale, temendo che tale precedente possa incoraggiare altre spinte secessioniste nel continente. L’IGAD, la Lega Araba e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica si sono allineati rispetto a tale posizione. Anche altri attori regionali, come Egitto, Turchia e Gibuti, hanno espresso preoccupazione per i possibili effetti destabilizzanti della mossa israeliana. 

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno difeso il diritto sovrano di Israele di condurre la propria politica estera, evitando però di imitare a loro volta la scelta di Tel Aviv con un riconoscimento formale, con l’intento di non mettere in crisi i rapporti di cooperazione con il governo federale somalo impegnato nella lotta contro il movimento jihadista di al-Shabaab. I Paesi europei, pur senza compromettere le proprie relazioni con Mogadiscio, hanno iniziato a valutare un approccio più pragmatico per incrementare la propria presenza commerciale e culturale in Somaliland. 

La scelta diplomatica israeliana rappresenta una svolta di forte impatto geopolitico, con implicazioni profonde per la Somalia, il Corno d’Africa e l’assetto securitario nel Mar Rosso. Per Mogadiscio, la mossa costituisce una minaccia diretta alla fragile coesione interna, indebolendo l’autorità del governo federale e la credibilità delle già deboli istituzioni statali. Ciò rischia di rafforzare così le spinte separatiste e aggravare le divisioni interne, esacerbando l’instabilità strutturale dello spazio somalo. Sul piano regionale, invece, il riconoscimento rischia di alimentare nuove tensioni nel Corno d’Africa, offrendo margini di manovra a potenze regionali e attori esterni interessati a sfruttare le fratture esistenti. 

Allo stesso tempo, la decisione rischia di produrre un effetto domino, incentivando nuove rivendicazioni secessioniste, con potenziali effetti destabilizzanti nella regione e non solo. Dal punto di vista del diritto internazionale, infatti, il riconoscimento unilaterale da parte di Israele rischia di ridefinire le norme sulla sovranità e sul riconoscimento statale, rischiando di essere percepito come un precedente replicabile in altri contesti di secessione contestata.

Parallelamente, la mossa diplomatica ha avuto anche ripercussioni interne nel Somaliland. Una parte significativa della popolazione del Somaliland si oppone alla normalizzazione con Israele, soprattutto alla luce delle accuse – smentite dalla leadership locale – relative al possibile reinsediamento di rifugiati palestinesi provenienti da Gaza. Paradossalmente, infatti, il legame crescente tra Hargeisa e Tel Aviv sembra aver indebolito, piuttosto che rafforzato, la causa del riconoscimento internazionale dello Stato africano a causa della posizione israeliana fortemente compromessa dalla guerra a Gaza, accentuando il suo isolamento all’interno del mondo musulmano.

La nuova contrapposizione di potenze

Al di là delle conseguenze del riconoscimento, la scelta israeliana evidenzia il progressivo consolidamento di una nuova contrapposizione geopolitica in Medio Oriente e nell’area del Mar Rosso che si riflette a sua volta sulla regione del Corno d’Africa. La cristallizzazione dei due blocchi opposti li ha resi sempre più riconoscibili: da una parte, uno schieramento formato da Israele, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia, supportato dall’India, e, dall’altra, un allineamento composto da Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, supportato da Qatar e Pakistan. Il primo asse sostiene il Somaliland, mentre il secondo difende gli interessi della Somalia. Tuttavia, la polarizzazione tra questi due assi non riguarda solamente il Corno d’Africa, ma si riflette anche in altri teatri instabili come lo Yemen, il Sudan, la Libia e la Siria, incidendo su conflitti già esistenti.

Il riconoscimento israeliano ha di fatto accelerato lo stravolgimento già in atto dei tradizionali allineamenti che hanno caratterizzato per molti anni la configurazione politico-diplomatica del Medio Oriente. In particolare, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, un tempo partner stretti, hanno sviluppato col tempo posizioni strutturalmente divergenti. Sebbene i due Paesi condividano gli obiettivi primari della stabilità nel Golfo, della lotta al terrorismo e del contenimento iraniano, le strategie impiegate differiscono profondamente. Abu Dhabi adotta un approccio orientato alla proiezione regionale e agli investimenti strategici, mentre Riyadh privilegia il contenimento delle minacce e la sicurezza dei propri confini. Tale divergenza si riflette nei diversi teatri regionali. In Yemen, gli Emirati sostengono l’avanzata del Consiglio di Transizione Meridionale nella sua spinta verso l’indipendenza, in contrasto con gli Houthi, appoggiati dall’Iran, e con il Governo internazionalmente legittimo, supportato dall’Arabia Saudita. In Sudan, invece, Abu Dhabi è accusata di sostenere le Rapid Support Forces, mentre l’Arabia Saudita appoggia l’esercito regolare e finanzia il rafforzamento delle sue capacità militari. Il Somaliland si inserisce pertanto nello stesso confronto, divenendo così un altro nodo critico di confronto: gli Emirati hanno, infatti, investito massicciamente nel porto di Berbera, trasformandolo in un’infrastruttura chiave per il commercio e la logistica regionale, consolidando negli anni relazioni economiche e politiche con le autorità separatiste. Il disallineamento con Abu Dhabi ha portato Riyadh a convergere verso Il Cairo, Ankara e Doha, nonostante l’appoggio fornito dagli ultimi due attori citati alla Fratellanza Musulmana.

La nuova configurazione regionale segnala un crescente processo di riassestamento degli equilibri geopolitici, in cui attori regionali ed extraregionali stabiliscono alleanze flessibili e ad hoc per consolidare interessi geopolitici, economici e securitari e contrastare quelle che vengono rispettivamente percepite come minacce. In questo contesto, l’Egitto e l’Arabia Saudita monitorano attentamente le dinamiche del Mar Rosso, temendo una perdita di influenza. L’Egitto, in particolare, teme che il riconoscimento del Somaliland possa favorire l’Etiopia nel contesto della disputa sulla Grande Diga della Rinascita Etiope costruita sul Nilo Azzurro e fortemente avversata dal Governo del Cairo. L’eventuale rafforzamento dello status del Somaliland, infatti, potrebbe favorire il riavvicinamento di Hargeisa e Addis Abeba. Quest’ultima, infatti, nel gennaio 2024, aveva firmato un memorandum d’intesa con il Somaliland, offrendo il riconoscimento politico in cambio dell’accesso all’Oceano Indiano, obbiettivo strategico primario per l’Etiopia, essendo priva di uno sbocco marittimo. Tuttavia, l’intesa si rivelò fragile. Nel dicembre 2024, a seguito di colloqui mediati dalla Turchia ad Ankara, Somalia ed Etiopia concordarono un nuovo patto che riaffermava la sovranità somala e prevedeva ulteriori accordi di accesso al mare nel territorio posto l’autorità diretta di Mogadiscio. 

Parallelamente, la Turchia mantiene una forte presenza politica, economica e militare in Somalia, dove si trova la sua più grande base militare all’estero, utilizzata anche per addestrare le forze locali. Lo spazio somalo rappresenta, infatti, una piattaforma geostrategica fondamentale per l’approvvigionamento energetico e per la proiezione in Africa e nell’Oceano Indiano. Per tali ragioni, Ankara vede la frammentazione dello Stato somalo come una minaccia diretta ai propri interessi. Il Corno d’Africa rappresenta quindi l’epicentro del confronto tra Turchia e Israele: la contrapposizione tra i due rivali è in procinto di acquisire una dimensione sempre più profonda, ramificandosi anche in altri contesti connessi, quali il Mediterraneo centro-orientale, il Mar Arabico, il Medio Oriente e il Subcontinente indiano. In tale scenario, il riconoscimento israeliano può essere interpretato nell’ottica del contenimento dell’espansione turca. Lo Stato ebraico, preoccupato per l’insicurezza che caratterizza le rotte marittime che collegano il Mediterraneo al Mar Rosso, è deciso a rafforzare la propria penetrazione nel Golfo di Aden, bacino chiave per l’accesso a Bab el-Mandeb, esercitando pressione sulla presenza turca nell’area. In tale quadro si inserisce la convergenza verso gli Emirati Arabi Uniti, con cui Tel Aviv ha normalizzato ufficialmente i rapporti a partire dagli Accordi di Abramo del 2020: le basi emiratine a Berbera e Socotra contribuiscono alla costruzione di una cintura di controllo marittimo pro-israeliana nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano occidentale. Allo stesso tempo, Tel Aviv coopera con Abu Dhabi e Nuova Delhi con l’intento di ridurre la dipendenza da Suez, soprattutto attraverso il progetto dell’IMEC, da cui Ankara è – almeno attualmente – esclusa. 

Tutt’al più, il Somaliland è diventato un ottimo terreno di prova per testare ancora una volta una tattica principalmente impiegata da Israele e dagli Emirati, la quale consiste nel supporto ai movimenti secessionisti con l’obbiettivo della frammentazione sistemica degli spazi rivali. Secondo diversi analisti, tale dinamica rientra in quello che viene definito un “Asse di Secessione”, che si riproduce in diversi contesti instabili. I bersagli di questa strategia sono Stati caratterizzati da governi centrali deboli, segnati dal conflitto e incapaci di esercitare un controllo pieno sul territorio. La logica consiste nell’indebolire ulteriormente l’autorità centrale, attraverso il sostegno a micro-entità politiche manovrabili, come Somaliland, Yemen del Sud, curdi e drusi, al fine di rafforzarne le mire separatiste. Nello specifico, nel medio-lungo periodo, Tel Aviv ambisce a dare vita a nuove entità politiche dipendenti, disposte ad allinearsi con il blocco filoisraeliano. Tale strategia rischia però di alimentare ulteriore instabilità ed erodere la legittimità politica dei propri clientes

Abu Dhabi persegue la stessa strategia israeliana, puntando a rafforzare non solo i rapporti con le entità separatiste, bensì anche le relazioni con lo Stato ebraico, al fine di tutelare i propri interessi strategici e di sicurezza: ciò è dovuto anche alla fase di relativa debolezza che il Paese arabo sta vivendo all’interno del mondo musulmano, disponendo di capacità inferiori rispetto ad altri attori come Turchia e Arabia Saudita, a livello militare, energetico ed economico. La partnership tra i due attori ha un mero carattere funzionale, favorita dalla percezione di minacce comuni, in particolare la Fratellanza Musulmana, la Repubblica Islamica dell’Iran e i proxies ad essa affiliati. Poche settimane dopo il riconoscimento israeliano, infatti, Mogadiscio ha preso la decisione di interrompere tutti gli accordi con Abu Dhabi in materia di porti, sicurezza e difesa. Il governo somalo ha giustificato la scelta facendo riferimento a “rapporti affidabili” che collegherebbero gli Emirati al sostegno di attori separatisti e ai tentativi di destabilizzazione interna.

L’“Asse della Secessione” viene percepito dall’Arabia Saudita come un pericolo esistenziale, soprattutto in Yemen. È per questo motivo che essa ha assunto un ruolo di guida al fine di contrastare il blocco israelo-emiratino, promuovendo un coordinamento regionale volto a difendere l’integrità formale e contrastare la frammentazione statale. Parallelamente, nel Subcontinente indiano, l’avvicinamento tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita ha rafforzato il carattere sistemico del confronto con l’asse formato dall’India, Israele e gli Emirati. 

Di fronte a questo quadro, la posizione degli Stati Uniti rimane ambigua. La reazione tiepida dell’amministrazione Trump alla scelta dell’alleato israeliano suggerisce una riluttanza a sacrificare il rapporto con Ankara in favore di Tel Aviv. Lo stesso potrebbe dirsi per gli Emirati: pur mantenendo solide relazioni con gli Abu Dhabi, Washington ha privilegiato il rafforzamento dei legami con Riyadh e Doha. Parallelamente, la Cina, che gode di una presenza consolidata nella regione, appare prontamente decisa a sostenere l’integrità della Somalia, soprattutto a causa dei legami che il Somaliland ha sviluppato nel tempo con Taiwan. Utilizzando il proprio peso diplomatico ed economico per contrastare le dinamiche secessioniste destabilizzanti, Pechino intende agire per dissuadere i principali attori regionali, inclusa l’Etiopia, dal riconoscere il Somaliland. Ciò potrebbe così esacerbare la competizione sino-israeliana nell’area. Infine, l’Iran appare come una “potenza bloccata”, incapace al momento di inserirsi nella nuova contrapposizione di potenze. La Turchia monitora con attenzione lo sviluppo della crisi interna che a partire dagli ultimi mesi ha colpito la Repubblica Islamica: Ankara teme, infatti, che un eventuale regime change possa portare al potere un governo maggiormente disposto a inclinare verso il blocco filoisraeliano.

Conclusione

In conclusione, sul piano diplomatico, la decisione di Israele si configura come un’arma a doppio taglio per sé stesso. Da un lato, potrebbe favorire nuove coalizioni di interesse flessibili in Africa con attori disposti a interagire con il Somaliland per ragioni economiche o strategiche. Dall’altro, però, essa rischia di accentuare le tensioni e la propria condizione di isolamento in ampie aree del mondo arabo e musulmano, indebolendo la propria immagine e quella di Hargeisa. Ciò che appare, comunque, è un aumento della competizione nell’area interessata che potrebbe potenzialmente degenerare in futuro in un’escalation regionale. Il riconoscimento rappresenta, pertanto, un esperimento geopolitico il cui eventuale successo dipenderà dalla capacità degli attori coinvolti di tradurre l’allineamento in una vera e propria cooperazione concreta: in tal modo, potrebbero trasformare la questione del Somaliland in un fattore di stabilizzazione regionale capace di attrarre consenso internazionale, consolidando così un nuovo equilibrio nell’area del Mar Rosso e del Corno d’Africa. 

Gli Autori