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20/11/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Il ritorno di MbS a Washington: tra ambizioni globali e cauto pragmatismo

di Bruna Tintori

La visita del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) a Washington segna un passo significativo nelle relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Stati Uniti, in un contesto di sicurezza regionale e internazionale incerto. In occasione dell’incontro si è discusso di investimenti economici, hi-tech, IA e sviluppo del nucleare civile, ma la reale posta in gioco è stata la cooperazione nella difesa e la costruzione di un’alleanza strategica più solida e duratura. Per Riad, l’obiettivo è chiaro: trasformare la partnership con gli Stati Uniti in un pilastro strategico di lungo periodo, rafforzando il proprio status di media potenza con ambizioni globali. Mentre per la seconda amministrazione Trump, consolidare le relazioni tra i due Stati, significa avanzare nel disegno di una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente, in cui l’Arabia Saudita gioca un ruolo determinante. 

La visita del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) a Washington segna un passo significativo nelle relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Stati Uniti, in un contesto di sicurezza regionale e internazionale incerto. In occasione dell’incontro si è discusso di investimenti economici, hi-tech, IA e sviluppo del nucleare civile, ma la reale posta in gioco è stata la cooperazione nella difesa e la costruzione di un’alleanza strategica più solida e duratura. Per Riad, l’obiettivo è chiaro: trasformare la partnership con gli Stati Uniti in un pilastro strategico di lungo periodo, rafforzando il proprio status di media potenza con ambizioni globali. Mentre per la seconda amministrazione Trump, consolidare le relazioni tra i due Stati, significa avanzare nel disegno di una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente, in cui l’Arabia Saudita gioca un ruolo determinante. 

I principali dossier in questione

Lo scorso 18 novembre, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman è ritornato alla Casa Bianca, dopo sette anni di assenza. L’ultimo viaggio risale al marzo del 2018, pochi mesi prima dell’omicidio del giornalista saudita del Washington Post, Jamal Kashoggi, avvenuto nel consolato saudita a Istanbul nel successivo ottobre. Da allora, la leadership e l’immagine di MBS sono profondamente mutate: da giovane leader impetuoso, percepito come imprevedibile, controverso e isolato dopo il caso Khashoggi, si è progressivamente trasformato in un attore centrale e difficilmente ignorabile negli equilibri regionali e globali. Oggi si presenta con uno stile più calibrato e strategico, determinato ad affermare il ruolo internazionale del Regno. 

Numerosi sono stati i temi al centro dell’incontro con il presidente statunitense Donald Trump, dagli investimenti economici, hi-tech, minerali critici allo sviluppo del nucleare civile. MbS ha formalizzato un significativo salto di qualità nel dossier economico-tecnologico con gli Stati Uniti, infatti ha annunciato che l’investimento saudita negli USA, già stimato in circa 600miliardi di dollari in occasione della visita di Trump a Riyadh a maggio 2025, è destinato a salire fino a quasi 1trilione di dollari. Questo nuovo impegno viene indirizzato in particolare verso infrastrutture ad alta tecnologia, come data-center, intelligenza artificiale, chip, materie prime critiche, e settori ad alto valore aggiunto. Dalla prospettiva degli Stati Uniti, tutto ciò rappresenta un’opportunità strategica, poiché i flussi in entrata di capitali sauditi possono incrementare investimenti in startup tecnologiche, infrastrutture e produzione avanzata negli Stati Uniti, contribuendo alla crescita e all’innovazione americana. La revisione degli impegni è significativa: l’azione saudita, pur sempre vincolata da costi di bilancio legati a una congiuntura petrolifera meno favorevole, intende che i capitali investiti e generino valore concreto piuttosto che essere meri trasferimenti. Nel contesto mediorientale più ampio, l’incontro riflette la volontà saudita di diventare un polo d’innovazione nella regione, in competizione con altri attori del Golfo, e di sfruttare la propria posizione geografica e finanziaria per attrarre tecnologia, know-how e investimenti esteri. L’accordo economico con gli Stati Uniti si inserisce dunque in un più ampio piano di modernizzazione e uscita dal modello dominato dal petrolio, come previsto dalla Vision2030, che prevede lo sviluppo di settori digitali, manifattura high-tech, turismo, intrattenimento. Parallelamente, i due Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla conclusione dei negoziati per la cooperazione civile nel nucleare, che mira a costruire le basi legali per una partnership energetica a lungo termine. Mohammed bin Salman ha cercato di ottenere accesso alla tecnologia nucleare statunitense per colmare il divario con Emirati Arabi Uniti e Iran, ma le trattative restano complesse a causa delle resistenze saudite verso le condizioni che limiterebbero l’arricchimento dell’uranio o il riprocessamento del combustibile esausto. Tuttavia, la vera posta in gioco è un’altra, poiché per Riad, l’obiettivo di questo viaggio è quello di elevare, consolidare e facilitare la cooperazione in materia di sicurezza e difesa con gli Stati Uniti.  

Verso una ridefinizione della partnership strategica?

La cooperazione militare tra Arabia Saudita e Stati Uniti è stata costante, ma non immune da turbolenze. Sin dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno costituito un pilastro fondamentale per la sicurezza del Regno saudita. La partnership tra Riad e Washington si è configurata come un rapporto di dipendenza, che si è intensificato a partire dagli anni ’80, quando, in linea con la cosiddetta “Dottrina Carter”, gli Stati Uniti fornivano ai paesi del Golfo sicurezza dalle minacce interne ed esterne in cambio della stabilità del mercato energetico globale. Questa dottrina, sebbene formalmente ancora vigente, è stata concepita per affrontare minacce tipiche del XX secolo, come l’invasione del Kuwait, e non le sfide contemporanee caratterizzate da attacchi improvvisi e denegabili, droni, missili, sabotaggi marittimi, terrorismo e azioni di attori non statali. Episodi recenti, tra cui gli attacchi iraniani delle infrastrutture petrolifere della Saudi Aramco nel 2019, i raid con droni su Abu Dhabi nel 2022 e il bombardamento aereo israeliano a Doha nel settembre 2025, hanno alimentato dubbi tra i principali partner del Golfo circa l’affidabilità delle garanzie di sicurezza statunitensi. 

Sul piano bilaterale, l’Arabia Saudita e l’amministrazione dell’ex presidente Biden Jr. sarebbero state vicine dal finalizzare un nuovo accordo di mutua difesa, ispirato al trattato statunitense con il Giappone degli anni Cinquanta e integrato da un’intesa di allineamento strategico. L’accordo era concepito in modo aspirazionale in connessione con una possibile normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele, la quale avrebbe facilitato la ratifica del trattato da parte del Senato statunitense. Tali negoziati sono però stati interrotti dallo scoppio della guerra a Gaza dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Sia l’Arabia Saudita sia l’amministrazione Trump hanno successivamente cercato di riaprire la discussione, ma Riad richiede ora che Israele compia passi chiari e irreversibili verso la creazione di uno Stato palestinese, mentre il consenso israeliano contro qualsiasi concessione alla sovranità palestinese si è rafforzato e ampliato. Ciò rende difficile avanzare verso un trattato formalmente ratificato dal Senato per affrontare le preoccupazioni saudite sulle garanzie militari e di sicurezza statunitensi. Nel corso dell’incontro è raggiunto stato un risultato inferiore, ma significativo poiché il presidente Trump e il principe ereditario MbS hanno firmato l’Accordo di Difesa Strategica. L’intesa consolida la cooperazione militare entro una cornice stabile e conferma il ruolo degli Stati Uniti come partner di riferimento per la sicurezza del regno, favorendo una più rapida interoperabilità tra le due forze armate e ampliando la condivisione di alcune informazioni di intelligence, anche a livello ufficiale. 

Le mosse di Riad: tra garanzie di sicurezza e ambizioni di autonomia strategica

Inoltre, due interessanti elementi dell’incontro alla Casa Bianca meritano di essere analizzati, ossia la designazione dell’Arabia Saudita come Major non-NATO Ally e l’annuncio di Trump della vendita dei caccia F-35. Innanzitutto, l’ottenimento dello lo status di importante alleato non-NATO, non assume soltanto un valore simbolico, bensì comporta una serie significativa di benefici e privilegi che la leadership saudita accoglie con favore, seppur non si traduca in concrete garanzie di sicurezza. In una prospettiva di equilibri di potere regionali, ciò costituisce un passo importante. In effetti, sin dagli accadimenti in Qatar dello scorso settembre, seguiti dall’ordine esecutivo di Trump del 29 settembre, “Assuring the Security of the State of Qatar”, stabilisce che qualsiasi attacco armato contro il Qatar sarà considerato “una minaccia alla pace e alla sicurezza degli Stati Uniti” e prevede che gli Stati Uniti possano adottare tutte le misure lecite e appropriate, diplomatiche, economiche e, se necessario, militari, per difendere gli interessi propri e del Qatar e ripristinare pace e stabilità. L’Arabia Saudita ha percepito un’asimmetria difensiva tra gli Stati del GCC, poiché Doha ha ricevuto un livello di protezione esterna senza precedenti e senza pari da parte degli Stati Uniti. Inoltre, il Qatar era già stato designato nel 2022 come Major non-NATO Ally, uno status concesso anche a Bahrain e Kuwait. 

Un altro punto rilevante è l’annuncio di Trump di vendere caccia F-35 all’Arabia saudita che nel corso dell’incontro ha manifestato l’intenzione di acquistare 48 caccia stealth F-35 dagli Stati Uniti, segnando un potenziale punto di svolta nella politica militare statunitense verso il Regno. Si tratterebbe della prima vendita di questi velivoli avanzati a Riad, con possibili ripercussioni sull’equilibrio militare regionale e sulla definizione, da parte di Washington, del cosiddetto “vantaggio militare qualitativo” di Israele, unico paese del Medio Oriente finora a possedere l’F-35. Inoltre, sorgono alcune questioni sulle trattative saudite per aderire al Global Combat Air Program (GCAP) rappresentano segnali della crescente integrazione del Regno nei circuiti internazionali di difesa avanzata.

Negli ultimi anni, oltre agli Stati Uniti, l’Arabia Saudita sta puntando a rafforzare collaborazioni con membri della NATO e i loro partner nei settori della difesa più avanzati, dai caccia di sesta generazione alle capacità subacquee. Tali partnership mirano a sviluppare competenze nazionali, avanzare l’autonomia strategica e consolidare la postura geopolitica di Riad, riducendo al contempo la dipendenza da Cina e Russia. In quest’ottica, i sauditi hanno avviato o consolidato collaborazioni con Stati europei e asiatici, tra cui Regno Unito, Italia, Francia, Giappone e Turchia.  Al contrario, la collaborazione con Cina e Russia in ambito militare innovativo appare meno probabile, sia per motivi geopolitici sia per la minaccia di sanzioni. Nel quadro del GCAP, l’Italia si mostra favorevole all’ingresso saudita, considerandolo un’opportunità per espandere la propria industria della difesa e rafforzare la presenza strategica nel Golfo, come dimostrato dal viaggio del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Riad, lo scorso gennaio.  Il Giappone, al contrario, mantiene una posizione più prudente, legata alle sue tradizionali restrizioni sulle esportazioni militari e alla volontà di preservare l’equilibrio interno del programma. 

Attraverso la cooperazione con membri e partner della NATO, l’Arabia Saudita può progressivamente avvicinarsi al know-how dell’Alleanza e ai suoi standard militari, anche senza una piena adesione formale alle iniziative NATO, come lIstanbul Cooperation Initiative (ICI), a cui partecipa solo selettivamente in ambito di formazione militare e sicurezza marittima. Lo sviluppo di capacità innovative attraverso queste collaborazioni ha il potenziale di rafforzare la postura internazionale del Regno e di modificare gradualmente l’equilibrio geopolitico nella regione.

Conclusione 

In conclusione, l’attesa visita di MbS alla Casa Bianca costituisce un tassello di un più ambio disegno strategico saudita. In un ambiente di sicurezza internazionale in continua evoluzione, Riad cerca un’alleanza con gli Stati Uniti, in un momento in cui aumentano gli interrogativi sull’affidabilità statunitense, parallelamente all’ascesa di altre grandi potenze mostra la dedizione dell’Arabia Saudita e la sua volontà di scegliere gli Stati Uniti come prima opzione. Questa scelta mette in luce la visione che le élite saudite hanno del sistema internazionale. Esse adottano una lente multipolare asimmetrica: sono interessate a collaborare con altri poli, come Cina e Russia, ma continueranno a guardare agli Stati Uniti come al tradizionale partner di sicurezza del Regno. 

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