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27/01/2025
Medio Oriente e Nord Africa, Russia e Spazio Post-sovietico

  La caduta di Assad, l’ultimo capitolo della rivalità russo turca

di Giovanni Chiacchio

La rivalità regionale tra Russia e Turchia ha assunto differenti configurazioni nel corso della storia, date dal differente coefficiente di potenza dei due paesi e dalle differenti priorità perseguite nei secoli. La caduta del regime di Bashar al Assad rappresenta l’ultimo capitolo di tale rivalità, il quale potrebbe determinare una distribuzione di potere favorevole ad uno dei due contendenti nel prossimo futuro

La rivalità regionale tra Russia e Turchia ha assunto differenti configurazioni nel corso della storia, date dal differente coefficiente di potenza dei due paesi e dalle differenti priorità perseguite nei secoli. La caduta del regime di Bashar al Assad rappresenta l’ultimo capitolo di tale rivalità, il quale potrebbe determinare una distribuzione di potere favorevole ad uno dei due contendenti nel prossimo futuro.

Il recinto dell’orso

Le popolazioni slave e turche interagirono per secoli nella steppa euroasiatica per poi avviare due distinti processi di espansione territoriale. I primi si spostarono verso il Bassopiano Sarmatico, avviando il processo che avrebbe determinato la formazione delle nazioni slave nell’Europa Centro Orientale, tra cui lo stato della Moscovia, base su cui sarebbe stato costruito l’Impero Russo. Viceversa, i secondi si spostarono verso la Penisola Anatolica, riuscendo infine a prenderne il pieno controllo durante il Quindicesimo Secolo. Al termine di tale processo, due fattori determinarono la progressiva frizione tra queste due grandi formazioni statali. La caduta di Costantinopoli per mano del Sultano turco ottomano Mehmet II sancì il trasferimento del ruolo di massimo riferimento del mondo cristiano ortodosso dal Patriarcato di Costantinopoli a quello di Mosca. In virtù di ciò, lo Zarato Russo assunse di fatto la missione di liberare le popolazioni slave ortodosse precedentemente sotto la tutela bizantina e ora sotto il controllo di un impero islamico. Al contempo, pur godendo di un’immane estensione territoriale lo stato russo è sempre stato caratterizzato da un grave handicap: il mancato accesso a mari caldi. In tal senso l’Impero Ottomano, controllando la Penisola di Crimea e i Balcani, rappresentava il principale ostacolo per l’ottenimento di uno sbocco sul Mar Nero e sul Mar Mediterraneo. L’intersezione tra la necessità “religiosa” di liberare le popolazioni ortodosse dal giogo islamico e quella “geopolitica” di ottenere uno sbocco sul mare, avrebbero determinato l’avvio di numerosi conflitti tra le parti. 

Le guerre combattute tra le parti a partire dal 1568 segnarono a partire dalla prima metà del Settecento un profondo mutamento del rapporto di forza tra i due a vantaggio dell’Impero Russo che riuscì nel 1783 ad annettere la Pensiola di Crimea, divenendo la principale potenza marittima nel Mar Nero. La politica russa di espansione verso la Pensiola Balcanica, volta ad ottenere un accesso al Mar Mediterraneo culminò con la Guerra Russo Turca del 1878, la quale sancì mediante il Trattato di Santo Stefano la fine del dominio ottomano sulla Pensiola Balcanica. In questo periodo l’Impero Turco, ormai definito il “malato d’Europa”, venne di fatto protetto da una definitiva invasione russa dalle potenze occidentali, le quali durante il Congresso di Berlino annullarono i termini del Trattato di Santo Stefano, impiegando Istanbul come strumento di contenimento del gigante russo. 

Durante la Prima Guerra Mondiale i due imperi si scontrarono lungo il fronte del Caucaso. Il crollo del regime dello Zar a seguito della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 consentì ai turchi di riconquistare gran parte del Caucaso, senza però riuscire a definire chiari confini per i nuovi Stati. La sconfitta dell’Impero Ottomano contro le potenze dell’intesa e la contemporanea ascesa del movimento nazionalista turco sancirono l’avvio di un periodo di relazioni estremamente cordiali tra le parti. La Russia bolscevica sostenne infatti le forze kemaliste al fine di impiegarle come contrappeso alla crescente influenza britannica e francese nella regione mediorientale. Il trattato di Kars del 1921 determinò la definitiva risoluzione delle controversie territoriali tra le parti, con la cessione della metà meridionale del territorio di Batumi e della provincia di Kars alla Turchia, nonché mediante l’istituzione del territorio autonomo del Nakhchivan, sorto per garantire un collegamento tra Turchia e Azerbaijan. La vittoria dei nazionalisti turchi contribuì a fornire alla nuova Unione Sovietica, ancora economicamente e militarmente debole, un’utilitaria profondità strategica nei riguardi dell’Occidente, determinando l’insorgere di relazioni estremamente cordiali. 

L’era moderna

Il successo sovietico nel secondo conflitto mondiale sancì un brusco mutamento delle relazioni tra le parti. Il forte incremento del coefficiente di potenza di Mosca mutò infatti il paese in un’effettiva superpotenza, trasformando la Turchia, uno stato nazionale ormai privato del suo impero, da un da un partner strategico da impiegare come balancing verso l’Occidente ad un ostacolo alla proiezione del potere sovietico nel Mar Mediterraneo. L’URSS chiese pertanto una revisione del Trattato di Kars e l’abolizione della Convenzione di Montreux in favore di un controllo militare congiunto sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ankara decise pertanto di porre fine alla sua politica di neutralità accettando prima l’assistenza economica statunitense e poi aderendo all’Alleanza Atlantica nel 1952. Durante la Guerra Fredda Ankara si rivelò un alleato chiave per l’Occidente, rendendo significativamente complesso l’accesso sovietico al Mar Mediterraneo a dispetto dell’apertura della Base Navale di Tartous in Siria. 

A seguito del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 è sorta una nuova fisiologica competizione tra le due nazioni. Russia e Turchia risultano infatti essere due stati nazionali segnati dalla perdita di un impero sovranazionale desiderose di estendere la propria influenza al fine di ripristinarlo. La Turchia ha sfruttato il crollo dell’URSS per estendere la propria influenza sulle repubbliche dell’Asia Centrale e in Azerbaijan, paesi turkici precedentemente facenti parte dell’unione. Al contempo, la Russia ha cercato di preservare una propria sfera d’influenza nello spazio post sovietico. Tale competizione si è successivamente estesa in due aree segnate da un vuoto strategico lasciato dalla costante riduzione del coinvolgimento occidentale, il Medio Oriente e l’Africa. Lo scoppio della Guerra Civile Siriana ha visto Mosca ed Ankara sostenere rispettivamente le forze governative e d’opposizione, conducendo due operazioni militari nel paese. L’intervento militare russo in sostegno del governo siriano nel 2015 ha salvato il regime di Assad dal crollo e sancito il ritorno di Mosca nel Mar Mediterraneo mediante il dislocamento di asset militari nelle basi di Tartous e Khmeneim. Viceversa, l’intervento militare turco è risultato nella preservazione di una sfera d’influenza per Ankara nell’estremo nord del paese incentrata sulle località di Azaz e Idlib. La stessa scena si è ripetuta in Libia, dove le operazioni militari dei due paesi sono risultate nella divisione del paese in due sfere d’influenza.

Il vero vincitore

L’invasione russa dell’Ucraina ha aperto enormi opportunità per la Turchia. Ankara ha infatti sfruttato la forte riduzione del coefficiente di potenza russo al fine di proiettare la propria forza nelle aree segnate da un declino del coinvolgimento russo. La Turchia ha chiuso lo Stretto del Bosforo al passaggio delle navi da guerra russe, lasciando la Flotta russa del Mar Nero impossibilitata ad ottenere rinforzi, consentendo all’Ucraina di danneggiarne significativamente le capacità operative mediante l’impiego di un’innovativa strategia A2/AD. Le pesanti perdite cagionate alla marina russa hanno determinato una drastica alterazione della distribuzione di potere nella regione, rendendo la Turchia l’attore dominante a livello marittimo nel Mar Nero. Contemporaneamente, Mosca è stata costretta a ridurre la propria presenza in Siria, aprendo la strada alla penetrazione turca. 

Il 27 novembre le forze ribelli siriane guidate da Hayat Tahir al Sham hanno sferrato una potente offensiva nel nord-ovest della Siria, risultata nella rapidissima caduta di Aleppo, a sua volta preludio di un rapido crollo del regime siriano consumatosi nella giornata dell’8 dicembre. La fine della dinastia degli Assad segna il definitivo passaggio della Siria sotto l’influenza turca, nonché la fine della presenza militare russa nel paese. La perdita delle basi di Tartous e Khmeneim complica notevolmente gli sforzi di proiezione della potenza russa verso il continente africano, cagionando al contempo un gravissimo danno reputazionale. Tale sconfitta risulta passibile di favorire una ripresa delle ostilità in Libia, dove il governo di Tobruk sostenuto dal Generale Khalifa Haftar, sostenuto da Mosca, potrebbe essere oggetto di un’eventuale offensiva militare da parte del governo di Tripoli appoggiato da Ankara. Al contempo, il declino russo rende Mosca incapace di dislocare risorse nel continente africano, dove le locali insurrezioni jihadiste hanno raggiunto dimensioni preoccupanti e le forze russe in loco facenti parte dell’Africa Korps si stanno rivelando incapaci di far fronte alla situazione. In tal contesto, la Turchia, in grado negli ultimi anni di fermare numerose partnership di sicurezza con numerosi paesi del Sahel, potrebbe prendere il posto di Mosca con il tacito supporto occidentale.

L’invasione russa dell’Ucraina ha determinato una drastica alterazione della distribuzione di potere sul sistema internazionale, data dal pesante calo del coefficiente di potenza di un attore estremamente rilevante quale la Federazione Russa. Tale stato di cose sta determinando una progressiva ascesa di attori in grado di colmare i vuoti strategici lasciati dalla Federazione Russa. La Turchia rappresenta uno dei maggiori beneficiari di tale processo e potrebbe ora emergere non solo come principale potenza nel Medio Oriente, in Asia Centrale, nonché come nuovo prestatore di sicurezza nel continente africano. L’invasione dell’Ucraina avrebbe dovuto rappresentare nell’ottica del Presidente russo Vladimir Putin l’ultimo tassello nella ricostruzione dell’Impero Russo, potrebbe invece aver segnato in modo definitivo la resurrezione di quello ottomano.  

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