Sin dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Turchia si è configurata come uno degli attori politico-economici più rilevanti nel tentativo di raggiungere una tregua. Nonostante la condanna all’aggressione militare russa, Ankara ha mantenuto nel tempo una posizione neutrale e indipendente – etichettata come imparziale, tarafsız –, bilanciando interessi contrastanti e conservando i rapporti con le parti belligeranti.
Infatti, la difesa dell’Ucraina rappresenta un tassello fondamentale per arginare le pressioni russe nel Mar Nero, ma, allo stesso tempo, la Russia rimane il principale fornitore di gas naturale della Turchia, oltre che un necessario partner commerciale. A ciò si sommano le influenze occidentali e il vincolo di appartenenza alla NATO, che hanno complicato la gestione del conflitto da parte del Paese.
Per tali motivi, Ankara ha sostenuto l’integrità territoriale ucraina, ma si è rifiutata di aderire alle sanzioni contro Mosca. Parallelamente, lo Stato ha assunto una posizione propositiva al fine di raggiungere la pace. Oltre alla chiusura degli Stretti turchi alle navi da guerra, la Turchia ha promosso diverse iniziative diplomatiche, con scarsi risultati, tra cui i tentativi di colloqui di pace ad Antalya e Istanbul. Successivamente, ha guidato l’iniziativa dell’accordo sul grano del Mar Nero per garantire le esportazioni dei prodotti agricoli ucraini – ma l’intesa è stata sospesa dalla Russia nel 2023. Dopo due anni di parziale stallo, il 2025 ha visto una ripresa dei negoziati russo-ucraini, consentendo alla Turchia di ottenere uno spazio di manovra per riproporre il proprio ruolo di mediatrice. Tuttavia, è opportuno porsi la domanda se tale ruolo risulti efficace o meno. In questo contributo si analizzerà, infatti, il ruolo di Ankara nel processo di pace del 2025, con un particolare focus sui risultati e sull’efficacia delle sue iniziative.
La strada verso i colloqui di Istanbul
Nel 2025, la Mezzaluna ha ripreso la via della mediazione e le iniziative diplomatiche, non sempre efficaci. Il 18 febbraio, il Presidente ucraino Zelenskyy ha incontrato il rispettivo turco, Erdoğan, ad Ankara. In quest’occasione, la Turchia ha reiterato il proprio sostegno all’Ucraina e rivendicato la disponibilità a ospitare nuovamente i potenziali colloqui di pace. Per dimostrare il ruolo del paese come mediatore ideale, il Presidente ha sottolineato gli sforzi di mediazione passati, tra cui l’accordo sul grano, e aggiunto che: “forniremo tutto il sostegno necessario per completare i negoziati e stabilire una pace sostenibile. Questa guerra deve finire”. Lo stesso giorno, a Riyadh, si tenevano i colloqui tra il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e il Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, con la mediazione dall’Arabia Saudita. Questo primo contatto diretto tra i rappresentanti dei due Stati, dall’inizio del conflitto, ha aperto la strada per un successivo incontro tra i Presidenti Trump e Putin – avvenuto il 15 agosto in Alaska.
In seguito, il 28 marzo, in una telefonata tra Putin e Erdoğan, quest’ultimo ha ribadito la necessaria cooperazione tra i Paesi, cruciale per risolvere i conflitti regionali. In particolare, oltre a menzionare la questione siriana, la Turchia ha manifestato l’interesse nell’assicurare la sicurezza del commercio marittimo nel Mar Nero. Parallelamente, il Cremlino si è dimostrato favorevole a riprendere l’intesa sui cereali nel Mar Nero, a patto che l’Occidente ritirasse le sanzioni sulle esportazioni russe. Tuttavia, i leader europei avevano già preso la decisione di aumentare le sanzioni contro Mosca.
L’apparente svolta è arrivata a inizio maggio. Il 5 maggio, in una telefonata Trump ha chiesto il supporto turco per la risoluzione della guerra, e, cinque giorni dopo, il Ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha partecipato a un incontro con i leader europei, che hanno chiesto a Mosca un immediato cessate il fuoco. L’11 maggio, tuttavia, Putin si è reso disponibile a un incontro diretto con la propria controparte ucraina in Turchia nei giorni successivi. Di conseguenza, il Presidente Trump ha spinto l’omologo ucraino ad accettare l’offerta russa. A tal proposito, Erdoğan ha sostenuto il raggiungimento di un “punto di svolta storico”, frutto della pragmatica strategia turca di bilanciamento dei rapporti tra i due attori in conflitto. Nonostante ciò, le aspettative di pace sono iniziate da subito a vacillare e si è compreso in poco tempo che la strada per la risoluzione completa sarebbe stata ancora lunga. Lo stesso Zelenskyy, infatti, ha posto l’accordo su una tregua di 30 giorni come condizione necessaria alla sua partecipazione in persona ai colloqui che si sarebbero tenuti a Istanbul. Il Cremlino, tuttavia, ha rifiutato il cessate il fuoco ed è rimasto fermo sulle proprie condizioni di pace. Alla fine, nessuno dei due Capi di Stato ha presenziato ai vertici in Anatolia.
I colloqui di Istanbul
Nel 2025, ci sono stati tre vertici a Istanbul: 16 maggio, 2 giugno, 23 luglio – nonché prima occasione di incontro tra le due parti belligeranti dal 2022. Nel primo ciclo di negoziati, tenutosi nel Palazzo Dolmabahçe – ex residenza imperiale ottomana – si sono incontrate la delegazione ucraina, capeggiata da Rustem Umerov (ex ministro della Difesa, ora segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa nazionale) e quella russa di Vladimir Medinsky, consigliere di Putin. Alla presenza del ministro turco, Fidan, il principale risultato raggiunto è stato un accordo sullo scambio di mille prigionieri da entrambe le parti. Tuttavia, la tregua non è stata raggiunta: il Cremlino ha richiesto anche il ritiro delle truppe ucraine e minacciato di occupare le regioni di Kharkiv e Sumy in caso di rifiuto. I funzionari turchi avevano sottolineato la “calma atmosfera” del vertice, ma la delegazione ucraina aveva descritto le richieste di Mosca come “disallineate dalla realtà” e oltre le condizioni già discusse in precedenza. D’altro lato, la delegazione russa, dopo aver inviato un ultimatum a Kiev, si era detta pronta a combattere per tutto il tempo necessario, rievocando il ricordo della Grande Guerra del Nord. Nonostante ciò, le due parti si sono accordate sulla partecipazione a un secondo incontro e sulla preparazione dei rispettivi memorandum di pace per presentare la propria posizione e le proprie condizioni di pace.
Apparentemente il vertice, svoltosi in una “calma atmosfera”, ha dimostrato chiaramente che il successo sperato da Ankara non sarebbe stato facile da ottenere. Il primo summit ha rappresentato una vittoria simbolica per Putin – che ottenne lo scambio dei prigionieri, mantenendo salda la propria posizione e senza ricorrere a un compromesso per il cessate il fuoco richiesto dagli ucraini e dagli europei. Eppure, l’Anatolia ha interpretato questo summit come un primo passo in avanti verso la pace e ha continuato il suo sforzo di mediazione e bilanciamento dei rapporti. Nei giorni successivi, il ministro Fidan ha incontrato le parti a Mosca e Kyiv, e spinto sul processo di riavvicinamento, facendo leva sul valore della Turchia – piattaforma neutrale e attore ideale per fungere da facilitatore del dialogo.
Nelle sale del Palazzo Çırağan, il 2 giugno, si è tenuto il secondo round di incontri. Le delegazioni russa e ucraina si sono accordate ancora una volta sullo scambio di altri prigionieri, tra cui i più giovani e i più gravemente feriti, e sul rimpatrio di rispettivamente circa 6.000 salme di soldati morti. Il Presidente Erdoğan, molto soddisfatto dell’intesa raggiunta, ha espresso la propria speranza per l’organizzazione di un altro incontro in Turchia, includendo anche il Presidente Trump. Nonostante ciò, i risultati dei colloqui, nel complesso, si sono rivelati deludenti. Durante l’incontro, gli scontri sul fronte continuavano e la Russia stessa non è stata incline ad accettare la richiesta di una tregua temporanea, affermando il proprio interesse esclusivamente in una soluzione definitiva a lungo termine. Il memorandum presentato da Mosca poneva delle condizioni “draconiane”, considerate inaccettabili da Kyiv: il riconoscimento internazionale della sovranità russa sulla Crimea e sulle altre regioni ucraine occupate, il ritiro delle truppe ucraine, la neutralità del Paese, il riconoscimento del russo come lingua ufficiale, la revoca della legge marziale, l’organizzazione di nuove elezioni presidenziali e parlamentari, e il divieto legale di “glorificazione del nazismo”. L’Ucraina ha rifiutato questi punti, rigettato le accuse di difesa del nazismo e rifiutato qualsiasi riconoscimento della sovranità russa sui territori occupati e qualsiasi restrizione sulle proprie capacità militari. Kyiv, nella sua proposta, ha insistito sul ritorno dei bambini ucraini deportati, sul rilascio dei civili in ostaggio e sulle future garanzie di sicurezza. Ma l’incompatibilità tra le due visioni ha ostacolato ulteriori passi in avanti. Lo stesso Medvedev, Presidente del Consiglio di Sicurezza Russo, ha affermato il giorno seguente: “I colloqui di Istanbul non servono a raggiungere una pace di compromesso alle condizioni deliranti di qualcun altro, ma a garantire la nostra rapida vittoria e la completa distruzione del regime neonazista”.
Il terzo round di colloqui, tenutosi il 23 luglio, ha comportato risultati simili. I leader dei due Stati non hanno presenziato neanche in questa occasione, non è stato raggiunto alcun accordo di tregua lunga e immediata, sebbene la Russia avesse manifestato l’intenzione di scendere a patti solo per delle brevi tregue giornaliere per consentire il rientro dei corpi dei soldati. L’unica conquista è stata un’intesa sullo scambio di almeno 1.200 prigionieri da ambedue i lati. Mosca, in particolare, ha offerto la consegna di altre 3.000 salme ucraine, ma ha rigettato le accuse di aver rapito 339 bambini identificati dalle autorità di Kyiv.
Un bilancio a posteriori
Nei mesi successivi, alla luce degli scarsi progressi e del ridimensionamento del ruolo della Turchia come mediatrice, l’intervento degli Stati Uniti ha assunto maggiore rilevanza nel processo di negoziazione – sia nei colloqui con Putin, in Alaska, che in quelli tra Zelenskyy e i partner europei – dimostrando la ricerca di un protagonismo maggiore da parte della seconda amministrazione Trump al fine di risolvere la questione ucraina nel minor tempo possibile. Nonostante ciò, a inizio novembre, dopo la cancellazione del programmato Summit di Budapest, Ankara, rappresentata dal ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha espresso nuovamente il proprio interesse nell’ospitare il futuro incontro tra Trump, Putin e Zelenskyy, riproponendo Istanbul come sede per il vertice. “In qualità di Paese che mantiene un dialogo costruttivo con entrambe le parti, la Turchia ha facilitato con successo il loro ritorno al tavolo dei negoziati attraverso il processo di Istanbul”, così ha affermato il ministro, sottolineando l’importanza del dialogo e della diplomazia nella politica estera turca. Ciò riecheggia la concezione dell’ex ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, che assegna alla Turchia una “naturale vocazione” al dialogo e alla mediazione, favorita anche dalla posizione geografica centrale tra due continenti.
Nel corso di quest’anno, l’Anatolia ha perciò continuato sulla strada del bilanciamento dei rapporti tra gli attori in conflitto, nella cornice della propria tradizione strategica fondata sulla diplomazia multivettoriale e sullo strategic hedging. Sul piano economico, il paese si è imposto come secondo partner commerciale di Kyiv, dopo Varsavia, e principale investitore straniero. Intanto ha fornito all’Ucraina – invasa da aiuti umanitari, economici e militari – droni Bayraktar TB2, fiore all’occhiello dell’industria della difesa turca. La Turchia si è proposta in prima linea per supportare economicamente la ricostruzione dell’Ucraina nel dopoguerra. Inoltre, il Free Trade Agreement firmato nel mese di febbraio, favorirebbe il commercio fra i due Paesi, garantendo dazi dello 0% sulle importazioni. Parallelamente, anche gli scambi economici con la Russia non sono cessati, sebbene siano relativamente diminuiti rispetto agli scorsi tre anni e nonostante la decisione della società russa Gazprom di abbandonare i piani per lo sviluppo di un hub di distribuzione del gas in Turchia.
Conclusioni
I tentativi di mediazione di Ankara non hanno portato a dei risultati concreti per la risoluzione del conflitto russo-ucraino, ma solo accordi limitati sullo scambio dei prigionieri. Risulta evidente che, nonostante il notevole sforzo diplomatico, la Turchia non sia stata in grado di rappresentare un attore veramente incisivo, come invece enfatizza nella narrativa nazionale. Piuttosto che una mediatrice, la Mezzaluna può essere percepita come una “facilitatrice” del dialogo tra le parti, ma senza la capacità di influenzare direttamente l’andamento dei colloqui: difatti, la Russia vede l’unico interlocutore negli Stati Uniti.
Tuttavia, il bilanciamento dei rapporti rappresenta un vantaggio che la Turchia è in grado di esercitare rispetto agli altri attori europei, in quanto le consente di aprire diversi canali di dialogo e intervenire, seppur in modo limitato, sui diversi dossier. Lo stesso rapporto con la Russia rimane fondato su esigenze di carattere pragmatico e rimane essenziale per garantire la sicurezza regionale nella quale entrambe le potenze sono coinvolte, soprattutto nel Mar Nero. Pertanto, una maggior convergenza verso gli interessi di Kyiv potrebbe minare tale relazione e indebolire il ruolo di mediatrice credibile in capo ad Ankara. In conclusione, la Turchia resta un partner imprescindibile per la NATO, essenziale per la sicurezza del fianco sud-est. Per tale ragione, l’Alleanza dovrà spesso confrontarsi con i tentativi della Mezzaluna di perseguire l’autonomia strategica, allontanandosi dalla posizione degli alleati.

