Tra il 20 e il 21 ottobre 2025, si sono verificati degli incendi in due raffinerie situate nelle cittadina rumena di Ploiești e in quella ungherese di Százhalombatta. Inoltre, sono circolati rumor poi smentiti circa un’esplosione in una raffineria nella periferia di Bratislava. Sebbene gli investigatori dei due Paesi realmente colpiti tendano ad escludere sabotaggi esterni, la questione è diventata oggetto di narrazioni politiche polarizzate che non nascondono il vero dato di fatto: la fragilità energetica dell’Europa centrorientale.
Tra lunedì 20 e martedì 21 ottobre 2025, si sono registrati incendi in due raffinerie controllate dal colosso petrolifero russo Lukoil: la rumena Petrotel-Lukoil a Ploiești e l’ungherese Danube Refinery a Százhalombatta. In entrambi i casi, non si sono registrati morti ma solo un ferito nel primo caso. In Romania, i danni energetici sono stati contenuti in quanto l’impianto era chiuso e doveva rimanerci fino a fine novembre per manutenzioni. Di contro, in Ungheria, la situazione è grave in quanto il Danube Refinery è l’impianto più avanzato del Paese. Nel peggiore dei casi l’interruzione delle forniture potrebbe durare fino a sei mesi, mettendo sotto pressione la sicurezza energetica ungherese fortemente dipendente dal petrolio russo.
Inoltre, si sono diffuse delle notizie riguardanti un incendio avvenuto ad una raffineria di Slovnaft, filiale della compagnia petrolifera statale ungherese MOL, nella periferia di Bratislava. Tuttavia, come rivelato dal giornale locale “SME”, la società ha negato l’accaduto puntando il dito contro “fonti filorusse” che avrebbero diffuso la bufala sulla scia degli incidenti avvenuti in Romania ed Ungheria. Altrettanto falsa è la narrazione per cui gli incidenti sono la “punizione della NATO” nei confronti dei Paesi che non rinunciano alle fonti energetiche russe, messaggi fuorvianti che hanno avuto risonanza nell’ecosistema dei media alternativi negli Stati europei centrorientali.
Sui casi accertati, gli investigatori rumeni attribuiscono la causa ad un accumulo di gas generato dalla fuoriuscita di rifiuti nel canale mentre quelli magiari stanno battendo diverse piste. Ufficialmente, i due casi non sono collegati tra loro. Tuttavia, tempistiche e tipologia di obiettivi hanno fatto sollevare diverse teorie tra cui quella che attribuisce la causa delle esplosioni ad atti deliberati di sabotaggio. In tal caso, la principale responsabile è l’Ucraina la quale sta compiendo attacchi e sabotaggi contro infrastrutture russe per minare la capacità del Cremlino di sfruttare l’energia per alimentare la macchina bellica.
Kyiv nel mirino
Nell’attuale conflitto russo-ucraino, la distruzione di infrastrutture energetiche è un elemento rilevante della strategia bellica dei contendenti per motivi opposti. Da un lato, Mosca distrugge queste infrastrutture per indebolire il morale degli ucraini nonché aggravare la situazione economica del Paese già provata dagli scontri. Dall’altro, come detto poc’anzi, Kyiv vuole ridurre le entrate della Russia provenienti dai flussi energetici che continuano in Europa, uno sforzo sostenuto non solo dal supporto militare ma anche dalle sanzioni di Bruxelles e Washington contro i produttori energetici russi. Tuttavia, ad oggi, gli sforzi risultano ancora insufficienti perché non tutti i Paesi sono ancora pronti ad abbandonare le fonti energetiche russe.
L’Europa centro-orientale, pur con le sue differenze nazionali, sta sostenendo un grande peso dalla crisi energetica. Due eventi hanno scosso la regione nello specifico: il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream del 26 settembre 2022 e la mancata proroga dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina dell’1 gennaio 2025. Questi episodi, specialmente il secondo, dimostrano come l’Ucraina abbia nei fatti rinunciato al ruolo storico di principale via di approvvigionamento dell’Europa accettando il rischio di alienarsi alcuni Stati UE desiderosi di continuare ad acquistare gas russo. Ad essere più precisi, l’atteggiamento ucraino mira a indebolire la leva energetica che Mosca ha usato per decenni per esercitare pressione politica sull’Europa mentre il non rinnovo dell’accordo permette a Kyiv di avere un margine negoziale in futuri colloqui di pace.
Se questa strategia ha trovato supporto in Paesi come la Romania che ha aggiustato le priorità di sicurezza energetica, altri hanno invece mostrato ostilità. Dato il forte legame con i flussi energetici russi, Budapest è la voce più critica nei confronti delle azioni di Kyiv. Difatti, ad agosto 2025, il governo ungherese si era lamentato degli attacchi all’oleodotto Družba che avevano provocato interruzioni temporanee dei flussi petroliferi. Perciò, a differenza di Bucarest, il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, è più propenso a non escludere la tesi del sabotaggio con allusione a Kyiv, sebbene MOL stessa abbia escluso l’intervento esterno come causa.
Questo pensiero si basa su due fatti: le pressioni di Kyiv nei confronti degli Stati UE tra cui l’Ungheria sul terminare i rapporti con la Russia e i già citati attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe. I sospetti ungheresi sono rafforzati dalla coincidenza temporale tra questi incidenti con la decisione europea di bandire le importazioni energetiche dalla Russia entro l’1 gennaio 2028. Inoltre, Orbán accusa la Polonia (nello specifico il ministro degli Esteri polacco, Radosław Sikorski) di incitare l’Ucraina a distruggere l’oleodotto Družba con lo scopo di indebolire Budapest. Queste narrazioni risultano soprattutto funzionali alla politica interna, considerate le attuali difficoltà dell’esecutivo ungherese. Tuttavia, queste insinuazioni contribuiscono ad alimentare tensioni e accuse reciproche tra Paesi dell’Europa centrorientale. Ciò è una minaccia per la coesione europea nel sostegno all’Ucraina.
La vera questione
A prescindere dalle responsabilità vere o sospette sui singoli episodi, la questione più dirimente riguarda la fragilità energetica strutturale dell’Europa centrorientale la quale è aggravata da un deficit di leadership europea. Sebbene abbia dimostrato determinazione ad abbandonare le forniture russe con REPowerEU, l’attuazione pratica delle sue soluzioni lascia spazio a percezioni di vulnerabilità e a narrative politiche nazionali polarizzate che amplificano i rischi e riducono gli spazi di dialogo. In questo contesto, anche incidenti circoscritti possono assumere un peso simbolico e geopolitico rilevante mettendo in luce quanto il tema sia divisivo.
Infine, nel caso in cui le indagini più approfondite da parte delle autorità rumene e ungheresi dovessero accertare una responsabilità ucraina diretta o indiretta, ciò rischierebbe di inasprire ulteriormente le tensioni tra i Paesi dell’area indebolendo la coesione europea. Singoli episodi come quelli di Ploiești e Százhalombatta sono certamente funzionali agli interessi ucraini ma, di per sé, non sono una priorità strategica rispetto a colpire in profondità le infrastrutture sul territorio russo. Kyiv ha questioni interne più dirimenti da gestire nonché una situazione sul campo di battaglia difficile e sfavorevole.

