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06/02/2026
Europa

La Spada di Damocle: lo scarto missilistico europeo nel 2026

di Edoardo Barca

Il collasso del regime INF ha trasformato la vulnerabilità missilistica europea da teoria accademica a urgenza operativa. Mentre il progetto ELSA rischia l’oblio nei contenziosi nazionali, l'Italia si propone come connettore dottrinale e industriale, cercando nella costruzione di una nuova dottrina missilistica non solo una deterrenza orientale, ma un proprio meccanismo di proiezione coercitiva nel Mediterraneo.

Il collasso del regime INF ha trasformato la vulnerabilità missilistica europea da teoria accademica a urgenza operativa. Mentre il progetto ELSA rischia l’oblio nei contenziosi nazionali, l’Italia si propone come connettore dottrinale e industriale, cercando nella costruzione di una nuova dottrina missilistica non solo una deterrenza orientale, ma un proprio meccanismo di proiezione coercitiva nel Mediterraneo.

Nel 2019, l’Europa è rimasta coinvolta in una notevole frattura strategica con il collasso del regime INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), creando il pretesto di una nuova corsa missilistica mondiale a trazione russa. Il trattato, nato tra Unione Sovietica e Stati Uniti in seguito alla crisi degli Euromissili degli anni ‘70 e ‘80, proibiva la produzione e l’applicazione dei missili balistici e da crociera con gittate fra i 500 km ed i 5.500 km, scongiurando parte della corsa alle armi della guerra fredda. Con l’incrementarsi delle potenze in grado di sviluppare sistemi INF (ed estranei al regime imposto sulle 2 superpotenze) quali Cina, India ed Israele, la Federazione Russa ha reiterato lo sviluppo di tali sistemi (in violazione ai trattati) quali il Novator 9M729 (designazione NATO SSC-8) nel 2017. Nel 2019, la presidenza Trump sospende i propri obblighi nei confronti del trattato, ritirandosi ufficialmente il 2 Agosto 2019.

La fine del regime INF ha sancito la partenza di una nuova corsa agli armamenti, in particolare nello scenario russo, con lo sviluppo dei sistemi Iskander-M, Iskander-1000, e Oreshnik. Negli Stati Uniti, l’uscita dai trattati ha portato allo sviluppo dei lanciatori di terra Typhon, mentre l’Europa si ritrova in una situazione di singhiozzo nello sviluppo di una soluzione domestica. In questa situazione nasce il c.d. “Missile Gap” (scarto missilistico), flagello critico dell’autonomia strategica continentale, un vero e proprio tallone d’Achille delle difese domestiche dell’ Unione.

Nel panorama geoeconomico attuale, l’Europa rischia di limitarsi ad una subalternità emergenziale sotto le forze USA, annichilendo le speranze di un’ Europa militarmente sovrana. Attualmente, muove timidi passi verso una strategia industriale che possa integrare una difesa aerea (IAMD – Integrated Air and Missile Defense) e delle capacità di attacco in profondità degne della bussola strategica e dell’architettura nascente di un’ UE in grado di reggersi sulle proprie fondamenta e proiettarsi nella difesa della propria autonomia politica.

“Signor Presidente, non dobbiamo permettere un Missile Gap!” (‘Il dottor Stranamore’, 1964)

L’Europa, nel proprio design di armata, è stata sprovvista dottrinalmente di una classe massificata di armamenti terrestri a medio raggio (proprio quelli banditi nell’ INF) capaci di costruire deterrenza, mentre la Russia, dal 2007 (e confermato nel 2017), ha continuato lo sviluppo di tali sistemi. Attualmente il fiore all’occhiello di Mosca è il 9M723-2 “Iskander-1000”, ossia l’erede dei 9M723 che originarono lo stesso trattato degli Euromissili. Basandosi sui documenti trapelati, questi sistemi in produzione seriale godono di un’estensione di circa 1000 km. Ipotizzando un dispiegamento a Kaliningrad o nella Russia Occidentale, questo sistema è in grado di attaccare in sicurezza gran parte dell’entroterra europeo, da Helsinki a Monaco. Il missile, con velocità di crociera attorno ai 2300 metri al secondo, è estremamente difficile da intercettare, inoltre è equipaggiabile con una grande varietà di testate (includendo termobariche e nucleari) ed impiega sistemi di contromisure elettroniche di prim’ordine. Nell’attuale mercato missilistico, la famiglia Iskander (e del successore Oreshnik, attualmente avvistato nel fronte ucraino) si presenta come fuoriclasse indiscusso in termini di design e scalabilità di produzione. Proprio in questo squilibrio si inserisce il monito del Generale Giulio Douhet, padre della dottrina aerea moderna: “Non si scoraggia un avversario mostrandogli lo scudo, ma facendogli sentire il peso della spada che pende sulla sua testa.” Il paradosso nostrano risiede esattamente qui: per decenni il continente si è concentrato esclusivamente sullo scudo (la difesa aerea), delegando la spada all’alleato oltreoceano e rinunciando, di fatto, a una deterrenza sovrana.

Come misura palliativa, lo scarto missilistico è coperto proprio dall’alleato statunitense, la cui 2nd Multi-Domain Task Force nel corso dell’anno schiererà in Germania sistemi standard SM-6, missili da crociera Tomahawk ed alcuni modelli ipersonici attualmente in R&D quali il Dark Eagle/LRHW. La soluzione, però, è un tampone emergenziale ed un fattore di proiezione americana nell’Europa centrale. Considerando il progressivo disimpegno cinetico americano dal fronte europeo ed il rinforzo di USCENTCOM (Comando statunitense in Medio Oriente) ed USINDOPACOM (Comando statunitense nell’ Indo-Pacifico), l’Europa si trova in una corsa contro il tempo prima che il rinforzo americano venga rimosso, configurandosi in una spada di Damocle ed un ultimatum in linea con l’agenda strategica USA più che un supporto di un alleato. Rimane inoltre il problema dell’affidamento di una delle più importanti funzioni difensive (quella di medio/lungo raggio su scala terrestre) ad un corpo terzo agli stati europei, aprendo la strada ad un vassallaggio tecnologico verso gli USA in termini di fornitura, logistica e sovranità digitale.  

Considerando un design di forza armata europeo, l’assenza di un assetto missilistico competitivo comporta, oltre a una debolezza cinetica, una vulnerabilità alle dinamiche della guerra ibrida nei campi Cyber e Spaziale, fondamentali per una kill chain efficace. Mosca dimostra forti capacità di guerra cyber, come negli attacchi Viasat del 2022 o le interferenze elettroniche ai satelliti britannici del 2025. In questo scenario, la mancanza di sovranità europea nel cloud computing e nelle infrastrutture di lancio rende la difesa continentale fragile. Senza il controllo dello spettro elettromagnetico e dei flussi dati per il targeting, ogni assetto missilistico rischierebbe la neutralizzazione “left of launch” (prima del lancio) tramite attacchi ibridi alle catene logistiche e digitali. La sfida per l’Italia non è dunque solo balistica, ma sistemica: costruire un’architettura resiliente tanto ai vettori cinetici quanto alle interferenze invisibili del dominio cyber.

Le sorti dell’E.L.S.A. tra nazionalismo e predominio consuetudinario

In reazione all’ingerenza russa, le capitali europee hanno avviato la costruzione di contromisure domestiche. L’iniziativa ELSA (European Long-Range Strike Approach), nata al vertice NATO di Washington del 2024 tra Francia, Germania, Italia e Polonia — con la successiva adesione di Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito — mirava a unificare lo sforzo industriale per lo sviluppo di vettori terrestri con gittata tra i 1000 e i 2000 km. Nonostante le ambizioni in linea con lo Strategic Compass, l’attuale stato dell’arte appare frammentario e conflittuale, eroso da strategie sovraniste che vanificano i vantaggi di una base industriale comune in termini di scalabilità e abbattimento dei costi di ricerca. Nello specifico, la Francia ha inaugurato nel bilancio 2026 il proprio Land Cruise Missile (LCM), erede domestico del MdCN, mentre Svezia e Paesi Bassi hanno commissionato modelli nazionali di UAV a reazione e alternative al Tomahawk. In una realtà parcellizzata dalla fretta dei firmatari, lo scarto missilistico rischia di esacerbare le vulnerabilità sistemiche dell’Unione. Con una release dei progetti comuni prevista solo dopo il 2030, l’ELSA costringe gli Stati membri a soluzioni off-the-shelf, alimentando la tensione tra l’urgenza della deterrenza e la necessità di una sovranità strategica.

In questo gioco di pesi e misure, l’Italia ha adottato una strategia di realismo contingente, ridimensionando l’autonomia immediata per tamponare l’urgenza del missile gap. Nello specifico, l’approvazione del Dipartimento di Stato USA per l’acquisto di 100 missili AGM-158B/B-2 JASSM-ER — un investimento di circa 301 milioni di dollari — dota la flotta di F-35 di un assetto stand-off fondamentale e vincolato dal sistema ITAR (International Traffic in Arms Regulations), in attesa di controparti europee ancora in fase di sviluppo. Questa mossa non altera radicalmente gli equilibri strategici, ma garantisce una copertura tattica critica e una capacità di risposta immediata alla minaccia russa rappresentata dai sistemi Iskander-M.

La frammentazione del dossier ELSA e le spinte centrifughe dei firmatari espongono il dilemma della sovranità industriale europea. Nonostante il 53% dei contratti di difesa sia “made in EU”, l’ingerenza statunitense domina il comparto aerospaziale, trainata dal programma F-35 e dalla sua suite vincolata di armamenti. Manca, ad oggi, una soluzione europea speculare. La dipendenza dai prime contractors americani persiste per ragioni di scalabilità e interoperabilità: nella teoria delle reti, la Legge di Metcalfe postula che il valore di un sistema sia proporzionale al quadrato dei suoi utenti. Tale principio spiega il primato dell’ F-35 nei cieli euro-atlantici, imposto non solo dalla minuzia tecnica, ma da una consuetudine nata dalla sua vastissima diffusione funzionale. Senza un consolidamento della domanda, l’industria della difesa europea rischia l’irrilevanza, rimanendo un attore di nicchia in un mercato dominato dalla scala produttiva statunitense.

La possibilità di un’ Italia “primus inter pares” nella missilistica europea

Per contrastare questo trend, MBDA ha rilanciato il programma franco-britannico-italiano FC/ASW sotto il nome STRATUS. Il progetto prevede due vettori complementari entro il 2030: lo STRATUS LO (Low Observable) subsonico per la penetrazione stealth e lo STRATUS RS (Rapid Strike) supersonico e iper-manovrabile. Il 22 gennaio 2026, presso il Comando Artiglieria Controaerei di Sabaudia, la consegna dei sistemi SAMP/T NG (New Generation) e Grifo all’Esercito Italiano ha segnato un punto di svolta per la sovranità tecnologica nazionale. Questi assetti concretizzano una capacità industriale europea autonoma: il SAMP/T NG integra il radar Leonardo Kronos Grand Mobile High Power e il missile Aster 30 Block 1NT, offrendo una difesa anti-balistica avanzata. Parallelamente, il sistema Grifo (basato sul missile CAMM-ER e sul modulo di comando PCMI) presidia il segmento a corto-medio raggio. Questa architettura cradle-to-grave, interamente progettata e prodotta nel continente, posiziona l’Italia come l’unico attore europeo, insieme alla Francia, in grado di esprimere una soluzione di difesa aerea sovrana e completa, riducendo drasticamente la dipendenza da fornitori extra-UE.

In questa posizione di leadership, l’Italia si pone come cerniera tra due mondi dottrinali divergenti, condizionando lo sviluppo dello STRATUS: da un lato la proiezione nel Mediterraneo Allargato, tesa a bilanciare la Mavi Vatan turca e le Africa Corps russe in Libia; dall’altro la postura di deterrenza sul fianco Est spinta da Polonia e Germania. Operando come “ponte” tra l’autonomia strategica europea e la tenuta dei legami transatlantici, Roma punta a prolungare l’impegno statunitense nel continente, nonostante l’imprevedibilità di Washington. Tale sforzo su due frontiere richiede risorse ingenti: in risposta, l’Italia promuove l’attivazione della “National Escape Clause” (NEC) per scorporare le spese militari dal deficit e raggiungere il 2,5% del PIL nella difesa entro il 2028. A differenza della paralisi burocratica di programmi come il FCAS, l’Italia esercita una leadership pragmatica nello STRATUS, garantendo a Leonardo e MBDA Italia il controllo sulla proprietà intellettuale e sulle tecnologie di deep strike. In questo scenario, la difesa aerea integrata (IAMD) basata sul SAMP/T NG non è solo un assetto bellico, ma il prerequisito per una diplomazia coercitiva credibile. Senza la capacità di proteggere infrastrutture critiche — dai gasdotti ai cavi sottomarini — l’Italia rischierebbe l’irrilevanza tra espansionismo turco e pressione russa. La sovranità missilistica guidata da Roma diventa così lo strumento per mettere in sicurezza il 30% del traffico marittimo mondiale, trasformando il missile gap nell’atto di nascita di una vera autonomia geopolitica nel Mediterraneo.

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