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04/02/2026
Europa

Lo scontro istituzionale indebolisce e polarizza la Repubblica Ceca

di Lorenzo Avesani

L’inizio del 2026 della Repubblica Ceca è caratterizzato dallo scontro istituzionale tra il nuovo governo del Primo Ministro, Andrej Babiš, e il Presidente della Repubblica, Petr Pavel. Il confronto tra istituzioni non è una novità nel Paese ma l’accusa di ricatto lanciata da Pavel al ministro degli esteri Petr Macinka alza il livello del conflitto a toni inediti. Questa paralisi indebolisce l’immagine di Praga a livello internazionale e agita l’opinione pubblica.

L’inizio del 2026 della Repubblica Ceca è caratterizzato dallo scontro istituzionale tra il nuovo governo del Primo Ministro, Andrej Babiš, e il Presidente della Repubblica, Petr Pavel. Il confronto tra istituzioni non è una novità nel Paese ma l’accusa di ricatto lanciata da Pavel al ministro degli esteri Petr Macinka alza il livello del conflitto a toni inediti. Questa paralisi indebolisce l’immagine di Praga a livello internazionale e agita l’opinione pubblica.

Domenica 1 febbraio 2026, decine di migliaia di persone sono scese in piazza occupando la Piazza della Città Vecchia a Praga per manifestare a favore del Presidente della Repubblica, il liberale Petr Pavel. L’oggetto della protesta riguarda lo scontro istituzionale tra il Presidente e il governo del Primo Ministro (PM) populista, Andrej Babiš. In particolare, a scaldare l’opinione pubblica sono state le parole di Pavel che, durante la conferenza stampa dello scorso 27 gennaio, ha denunciato di essere stato vittima di un ricatto da parte del ministro degli Esteri Petr Macinka. Secondo quanto dichiarato e provato sul suo account X, Macinka avrebbe cercato di costringerlo a nominare Filip Turek a ministro dell’Ambiente. In caso contrario, il neoministro degli Esteri avrebbe scatenato un’escalation fatta di delegittimazione pubblica, isolamento internazionale e pressione istituzionale prolungata.

Lo scontro istituzionale interno va inquadrato non solo come il risultato della crescente polarizzazione dell’opinione pubblica ma anche come l’espressione di un conflitto più profondo tra due posture internazionali contrapposte sviluppatosi in un contesto di malcontento domestico legato ad una fase economica stagnante. 

Stallo istituzionale

Lo stallo istituzionale ha avuto origine dopo le elezioni di ottobre 2025 quando Babiš ha ottenuto una vittoria netta a scapito del suo predecessore Petr Fiala, esponente politico ideologicamente vicino al Presidente della Repubblica. Tuttavia, non avendo la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati, il partito di Babiš, “Azione dei Cittadini Insoddisfatti” (ANO), ha dovuto formare un governo di coalizione con partiti antisistema, euroscettici e pro-Cremlino: il gruppo dei “Motoristi” (AUTO) e il partito “Libertà e Democrazia Diretta” (SPD). La presenza di questi gruppi nell’esecutivo ha allarmato Pavel il quale ha sfruttato il suo potere istituzionale per definire una serie di linee rosse su dossier specifici. Questi includono il rispetto dell’ordine costituzionale e temi di politica estera quali l’appartenenza di Praga alle istituzioni euro-atlantiche e il supporto all’Ucraina tramite la Czech Ammunation Initiative — il programma bilaterale di rifornimento delle munizioni.

L’ostruzionismo di Pavel nei confronti del nuovo governo si è manifestato in due occasioni. In primo luogo, il Presidente aveva cercato di bloccare la nomina di Babiš facendo leva su un nodo istituzionale e giuridico legato al presunto conflitto di interessi tra il leader di ANO e il conglomerato Agrofert. Il secondo riguarda proprio gli scontri con Macinka (AUTO) e le pressioni di quest’ultimo per la mancata nomina di Turek. Quest’ultimo, presidente onorario di AUTO, è una figura molto controversa nel panorama politico ceco in quanto è finito agli onori delle cronache locali dopo che il quotidiano Deník N ha pubblicato suoi post dai contenuti sessisti, razzisti e omofobi; ritratto mentre eseguiva un saluto nazista e riportato alla luce un accusa di violenza sessuale avanzate dalla sua ex fidanzata. 

Questi episodi riflettono un quadro più ampio di una politica interna fortemente polarizzata in cui le procedure parlamentari sono disfunzionali e contrassegnate da ostruzionismi istituzionali reciproci dove le principali figure istituzionali si affidano a tattiche contrapposte invece che sul dialogo istituzionale, con conseguente aumento della sfiducia pubblica e instabilità interna. La situazione odierna sta trascinando il nuovo governo ad un voto di fiducia che avverrà nei prossimi giorni.

Implicazioni internazionali


Il conflitto istituzionale non va letto solamente in chiave domestica ma anche come un campanello d’allarme a livello internazionale. La politica estera ceca, improntata verso un corso europeista e un supporto attivo all’Ucraina, rischia di essere azzoppata dalla coabitazione tra forze opposte creando uno scenario simile a quello polacco. Infatti, ANO e i suoi alleati hanno basato la campagna elettorale proprio sulla cessazione dell’invio degli aiuti militari a Kyiv e sul disimpegno del Paese dagli impegni presi dall’Unione europea (Ue) sulle tematiche legate al contrasto al cambiamento climatico. 

La vicenda rischia di creare un blocco operativo nelle nomine diplomatiche e di minare la coesione della politica estera ceca con ripercussioni sulla credibilità internazionale del Paese. Difatti, nel breve-medio termine, lo scontro governo-presidente riguarda la partecipazione della Repubblica Ceca al prossimo NATO Summit che si terrà il prossimo 7 e 8 luglio ad Ankara. Secondo Macinka, Pavel non sarebbe legittimato a partecipare al vertice, poiché agirebbe al di fuori dei limiti costituzionali. L’affermazione costituisce un affronto per il Presidente della Repubblica, considerando che in passato ha presieduto il Comando Militare della NATO, il primo proveniente da uno Stato dell’ex Patto di Varsavia.

Infine, se la situazione si risolvesse a favore dell’esecutivo in divenire, il Parlamento ceco potrebbe procedere con il taglio del budget destinato all’ufficio presidenziale, presentandolo come una “misura di austerità”. In realtà, la mossa potrebbe preludere l’indebolimento della figura presidenziale con il rischio che Praga prenda una direzione illiberale sulla scia di quanto accaduto in Ungheria e Slovacchia. Ciò renderebbe il Paese una nuova spina nel fianco dell’Ue.

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