Il Kosovo è il punto focale di un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati e con interessi geopolitici di grandi potenze e potenze regionali. A questi sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig-zag per l’adesione all’Europa, con le porte aperte a Slovenia e Croazia e un’anticamera infinita per gli altri Paesi della ex Jugoslavia.
In Kosovo, migliaia di soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza Milosevic. I Balcani si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia. Negli ultimi due anni, il Montenegro, l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi colloqui. A novembre scorso, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia, fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo, peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea, fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna.
Uno spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana. Se da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni commerciali con Mosca ed è ora un hub interessante per aggirare le sanzioni. Logico che Russia e Cina, alleati della Serbia e interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. Ed è così che la questione del Kosovo è diventata anche l’alibi per la politica di Putin, prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione balcanica, ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin soffia sul fuoco, soprattutto su quello che spira in direzione della NATO, che ha trovato “a sorpresa” un protagonista regionale nella Turchia. La Serbia ha espresso forte preoccupazione per l’aumento della presenza di Ankara in quella che Belgrado chiama Kosovo e Metohija, ovvero la parte meridionale del Paese balcanico. La stampa locale ha evidenziato come su 4.511 militari in forza a Kfor (Kosovo Force), 780 provengono dalla Turchia, mentre 679 dagli Stati Uniti, secondo i dati ufficiali della NATO. Il nuovo comandante della Kfor sarà un Generale turco.
La Turchia è un grande Paese, una potenza che ha una notevole influenza politica ed economica nell’area dei Balcani occidentali e qualunque Stato deve avere le migliori relazioni possibili con questo paese. Vista da Belgrado, però, la situazione è ora complicata da un’altra questione, quella dei droni. Kfor ha chiesto a Pristina di rispettare le regole sull’utilizzo dei droni “Bajraktar TB-2”, giunti alla ribalta durante il conflitto ucraino. Come ha annunciato su Facebook il premier kosovaro, Albin Kurti, ha detto oggi che l’”esercito” di Pristina ha ottenuto i droni turchi, ricevuti durante l’inizio della grande esercitazione internazionale Defender Europe 2023 guidata dagli Stati Uniti, presenti con 7.000 militari, e 1.300 militari kosovari al fianco di 17 mila soldati NATO. Il premier ha aggiunto che, unitamente al comandante della Forza di sicurezza del Kosovo, Baskim Jasarj, e al ministro della Difesa, Armend Mehaj, si è congratulato con gli ufficiali che hanno concluso l’addestramento sull’impiego dei droni. Kurti al tempo stesso ha osservato che Pristina in due anni ha aumentato il numero dei militari di oltre l’80%, e il bilancio militare di oltre il 100%.
Già negli anni scorsi, la dirigenza di Pristina aveva annunciato l’intenzione di trasformare la Forza di sicurezza del Kosovo, che ha mandato civile, in un vero e proprio esercito regolare con mandato militare, cosa questa fortemente avversata da Belgrado, che non riconosce l’indipendenza del Kosovo, considerato ancora parte integrante del territorio della Serbia. In base alla risoluzione 1244 adottata dal consiglio di sicurezza dell’Onu nel 1999, al termine della guerra con le forze di Belgrado, l’unica formazione armata autorizzata a stazionare in Kosovo è la Kfor, la Forza della NATO, che è forte di circa 4 mila uomini, dieci volte in meno rispetto al suo arrivo a conclusione del conflitto. Anche nei Balcani, quindi, per certi versi sembra ripetersi lo schema di schieramenti cui assistiamo in Ucraina.

