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13/03/2025
Difesa, Europa, Russia e Spazio Post-sovietico

Sicurezza europea e sostegno a Kiev: il difficile equilibrio tra frammentazione politica e ambizioni strategiche

di Anna Calabrese

La sospensione degli aiuti USA all’Ucraina ha riacceso il dibattito sul ruolo dell’Europa nella sicurezza regionale e mette in risalto le fragilità nel sostegno a Kiev, così come nella costruzione di una strategia di difesa comune. Tra frammentazione e coordinamento l’UE è chiamata a rafforzare i propri sforzi e a creare una vera e autonoma strategia di difesa: il piano Rearm Europe rappresenta una proposta ambiziosa che dipenderà dalle capacità di superare divisioni e dipendenze esterne. 

La sospensione degli aiuti USA all’Ucraina ha riacceso il dibattito sul ruolo dell’Europa nella sicurezza regionale e mette in risalto le fragilità nel sostegno a Kiev, così come nella costruzione di una strategia di difesa comune. Tra frammentazione e coordinamento l’UE è chiamata a rafforzare i propri sforzi e a creare una vera e autonoma strategia di difesa: il piano Rearm Europe rappresenta una proposta ambiziosa che dipenderà dalle capacità di superare divisioni e dipendenze esterne. 

Pochi giorni dopo l’incontro tra Trump e Zelensky tenutosi a fine febbraio, il Pentagono ha annunciato la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina, interrompendo con effetto immediato le spedizioni di munizioni e rifornimenti. I funzionari della Casa Bianca hanno confermato che questa mossa mira a costringere Kiev a contribuire alla risoluzione del conflitto, dopo l’accusa da parte del Tycoon nei confronti del leader ucraino “di non volere la pace”. Gli aiuti militari statunitensi coprono circa il 30% del fabbisogno totale di armi e munizioni in Ucraina e il loro congelamento lascerebbe secondo numerosi esperti in una situazione critica, come si evince dall’annuncio giunto il 4 marzo da parte di Zelensky, a soli pochi giorni dal ritiro degli aiuti, circa la disponibilità a lavorare e negoziare sotto la guida statunitense per un accordo di pace.

Gli aiuti militari all’Ucraina: tra frammentazione e sforzi di coordinamento. 

Sebbene la decisione della Casa Bianca preoccupi gli alleati europei e introduca dubbi circa il futuro dell’Ucraina e il raggiungimento di una pace equa e con le garanzie necessarie, occorre ridimensionare gli allarmismi alla luce dello stato dell’arte degli aiuti militari in Ucraina, sottolineando il ruolo europeo tra limiti e successi. 

Negli ultimi tre anni di guerra i paesi donatori che hanno fornito aiuti militari, finanziari e umanitari a Kiev hanno fornito un supporto continuo per un totale di circa 80 miliardi di euro ogni anno. Uno studio del Kiel Institute for the World Economy sottolinea come l’Europa abbia nel complesso notevolmente superato gli Stati Uniti in termini di aiuti all’Ucraina, stanziando circa 70 miliardi in aiuti finanziari e umanitari e 62 miliardi in aiuti militari, contro i rispettivi 50 miliardi e 64 miliardi statunitensi. Il ruolo degli USA nel sostentamento della causa ucraina subì un rallentamento già nello scorso 2023 quando i repubblicani bloccarono con il loro voto l’approvazione di un disegno di legge che includeva munizioni ed altre attrezzatura di protezione, vincolando la questione all’introduzione di riforme interne in materia di immigrazione e di fatto compromettendo il sostegno a Kiev. 

Source: Trebesch et al. (2023) Kiel Working Paper “The Ukraine Support Tracker”, https://www.ifw-kiel.de/topics/war-against-ukraine/ukraine-support-tracker/


Lo studio del Kiel Institute prende in esame 41 paesi donatori e ne evidenzia non solo l’entità degli aiuti ma anche la tipologia di assistenza. In prima fila per il supporto bilaterale all’Ucraina in rapporto al GDP ci sono Estonia (2.2%), Danimarca(2.2%), Lituania(1.8%) e Lettonia (1.5%), con l’Italia che contribuisce con lo 0.12% del PIL a livello nazionale e con lo 0.35% nel framework degli aiuti europei. Per ciò che concerne invece la qualità del supporto, emerge che il 56,2% (64.1 mld) degli aiuti USA sono costituiti da supporto strettamente militare, seguito dalla Germania e regno Unito, mentre gli aiuti dell’Unione sono composti da 46,4 mld di aiuti finanziari e 2.56 di aiuti umanitari senza componente militare in ragione della mancanza di un apparato militare e di un arsenale comune, questione che negli ultimi giorni sta conquistando i tavoli di dibattito europei. I Paesi Membri infatti contribuiscono militarmente a livello nazionale e bilaterale, conducendo ad uno scenario frammentato e a disallineamenti non solo di tipo quantitativo ma anche qualitativo. 

Dopo l’incontro a Praga tra i ministri degli esteri Nato nel maggio 2024 per discutere dell’escalation del conflitto russo-ucraino, diversi paesi dell’Alleanza hanno rivisto le loro politiche riguardo l’invio di armi e hanno consentito di utilizzarle in territorio russo, limite fino ad allora imposto al fine di non incrinare ulteriormente i rapporti con Putin e aumentare il rischio di uno scontro diretto Russia-NATO. Sebbene l’utilizzo in territorio nemico fosse limitato a determinate aree, in particolare quelle confinanti con Kharkiv dove le forze del Cremlino avevano lanciato un’offensiva massiccia, questo cambio di passo fu significativo e costituì solo il primo tassello verso ulteriori aperture e concessioni. 

A novembre 2024, infatti, Biden autorizzò l’impiego dei missili a lungo raggio ATACMS in Russia, dopo averlo escluso mesi prima, seguito da Parigi e Londra per i rispettivi sistemi SCALP e Storm Shadow. 

Già il Parlamento Europeo a settembre aveva dato il via libera all’uso di armi in Russia a discrezione dei singoli paesi membri, con un paragrafo della risoluzione che invita espressamente a “revocare  immediatamente le restrizioni sull’uso delle armi occidentali consegnate all’Ucraina contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo”. Questo approccio però non fu e non è tuttora condiviso in maniera omogenea: se tra i favorevoli vi sono paesi più esposti alla diretta minaccia russa come Finlandia, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca e Romania, a cui si aggiunge la Germania che autorizzò a maggio l’utilizzo di armi tedesche contro obiettivi in Russia, altri Paesi come Spagna e Belgio restano più cauti. L’Italia si è invece espressa in maniera netta rispetto all’indicazione comunitaria, votando contro il paragrafo 8 della risoluzione sebbene non priva di divisioni interne. E’ chiaro quindi, al di là dell’impegno congiunto dichiarato, quanto il quadro europeo sia stato finora fortemente frammentato nelle modalità, termini e qualità del sostegno militare e quanto ciò, alla luce degli eventi odierni, costituisca una fragilità tutta europea. 

L’industria della difesa: i limiti degli impegni bilaterali al servizio della difesa comune 

Se nella fase iniziale del conflitto gli aiuti provenivano principalmente da arsenali dei paesi donatori, oggi la maggior parte delle risorse viene prodotto direttamente ex novo dalle industrie della difesa nazionali (oltre il 60% negli ultimi due anni di scontri), rendendo gli sviluppi dell’aggressione russa sempre più dettati dalla capacità produttive. Sintomo della percepita crucialità di un’industria della difesa il più “comune” possibile e coordinata, non solo per sostenere l’Ucraina ma anche ed anzi soprattutto per rafforzare le capacità nazionali e regionali di difesa contro la minaccia russa, è l’impegno espresso da Polonia e Slovacchia in una lettera di intenti a inizio febbraio al fine di cooperare nella produzione congiunta di munizioni, acquisizione di veicoli blindati, armi di difesa aerea e carri armati. L’alleanza prevede la creazione di un fondo di investimenti per incrementare la capacità produttiva dei due Paesi, lo sviluppo congiunto di munizioni e di un nuovo mezzo corazzato da combattimento prodotto in Polonia ma con componenti sviluppate da aziende slovacche, esportazione di K2 Black Panther e interesse nel sistemi polacchi di difesa aerea Piorun, già forniti a Kiev da Varsavia e virtuosi per la loro affidabilità. 

Guardando a noi, l’Italia dell’industria della difesa guarda oltre i confini europei, con la Joint Venture annunciata lo scorso 6 marzo tra Leonardo e la turca Baykar technologies per una sinergia progettuale e produttiva nell’ambito delle tecnologie unmanned per sistemi aerei senza pilota. Già a febbraio l’azienda italiana aveva siglato un importante accordo strategico con il gruppo Emiratino EDGE per l’export globale, condivisione di know-how e risorse specializzate per sistemi anti-drone e sistemi di protezione contro missili balistici e tecnologie radar, comprovando l’attenzione dell’industria delle difesa italiana oltre i confini strettamente europei più che volta a consolidare la cooperazione industriale dell’Unione. 

D’altro canto l’impegno congiunto di Polonia e Slovacchia è chiaramente frutto di una comune percezione di intensificazione della minaccia da Est, che non fa altro che rafforzare quell’approccio già manifesto quando si tratta della difesa comune europea del “those who wants more, do more”. Uno degli scenari previsti dal White Paper per il futuro dell’Europa entro il 2025 era proprio quello di un’Unione in cui gruppi di paesi con priorità di cooperazione nel settore della difesa unissero gli sforzi in termini di sviluppo, ricerca, produzione e prontezza per eventuali joint missions sotto la bandiera UE. Dalla sua stesura nel 2017, però, sono subentrati nell’equazione degli scenari europei altri fattori, primo tra tutti l’invasione russa dell’Ucraina e un’inedita frammentazione globale segnata da un ambiguo posizionamento degli Stati Uniti rispetto all’Alleanza Atlantica e l’Europa. Queste variabili sono allarmanti per l’UE e rendono oggi l’approccio flessibile del “chi vuole di più, faccia di più” inconsistente ed anzi rischioso in ragione della frammentazione degli sforzi che esso provocherebbe.  

A tre anni dallo scoppio del conflitto che sta rimodulando le relazioni transatlantiche, l’Europa si trova di fronte a una delle fasi più delicate della sua storia e per la sua sicurezza e coesione. L’isolamento nei processi di negoziazione per la pace in Ucraina e la storica spaccatura con gli Stati Uniti pone l’Unione di fronte a un bivio: proseguire con un approccio di basso profilo e di acquiescence di fronte agli equilibrismi di Trump, oppure assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, consapevoli che gli USA e l’Alleanza Atlantica non possono più costituire una garanzia. Risponde a questa seconda necessità allora l’ambizioso piano da 800 miliardi “Rearm Europeannunciato dalla Presidente della Commissione Von Der Leyen. Esso prevede investimenti massicci nel settore della difesa sia per il breve termine, come il supporto all’Ucraina, che per le prospettive di lungo periodo, appoggiandosi sulla creazione di un fondo da 150 miliardi per l’acquisto congiunto di equipaggiamenti militari avanzati e interoperabili e sul bilancio UE, nonché sui prestiti garantiti dalla BEI e dal capitale privato. 

La più grande novità è però la modifica del Patto di stabilità per permettere ai Paesi Membri di incrementare la spesa per la difesa dell’1,5% senza che ciò infranga i limiti fiscali imposti, consentendo di generare circa 650 miliardi provenienti dai bilanci nazionali. Questa deroga ovvia il vincolo fiscale che è stato per anni il limite primario per l’aumento di spesa in ambito NATO di alcuni Paesi europei, come l’Italia ed esprime quanto la sicurezza dell’Europa dipenda e debba dipendere da procedure in primis made in UE, che vincolano i Paesi Membri nel framework comunitario prima che atlantico, oggi vacillante e frammentato. Altro aspetto da considerare è la variabile degli interessi nazionali e delle egoistiche tentazioni di speculazione nel settore dell’industria della difesa, chiamata a giocare un ruolo primario per la difesa comune. Per farlo nei termini ambiziosi del nuovo piano europeo è necessario però non solo produrre più armi, ma garantire la concertazione tra l’orchestra europea e le diverse voci e peculiarità nazionali. 

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