Il mutamento del quadro geopolitico mediorientale, determinato dall’ascesa al potere di Ahmed al-Sharaa, pone interrogativi sul ruolo strategico di Mosca, Ankara e Teheran nella regione.
Dal 2017, la base navale di Tartus rappresenta l’unico avamposto militare russo nel Mediterraneo, grazie a un accordo firmato tra Vladimir Putin e Bashar al-Assad che ne garantisce l’utilizzo a Mosca per 49 anni, con possibilità di rinnovo automatico per ulteriori 25 anni. Parallelamente, nel 2019, la compagnia russa STG Engineering ha ottenuto la gestione del porto civile di Tartus, un’infrastruttura commerciale distinta dalla base militare.
Tuttavia, con l’insediamento del nuovo governo siriano erano emerse intenzioni di sottoporre a revisione gli accordi stipulati dal precedente regime.
Il 22 gennaio 2025, è stata diffusa la notizia della rescissione del contratto del 2019 relativo alla gestione del porto civile, attribuito dai media a Stroytransgaz.
In risposta, STG Engineering ha smentito tali voci, dichiarando che continua a operare normalmente e che il suo contratto non è stato annullato. L’amministratore delegato, Dmitry Trifonov, ha precisato: “L’accordo non può essere revocato unilateralmente, essendo stato ratificato dal presidente e dal parlamento siriano. Non abbiamo ricevuto alcuna notifica ufficiale in merito.” Trifonov ha inoltre sottolineato che un’eventuale cancellazione comporterebbe un iter burocratico complesso, confermando che l’azienda mantiene le sue attività regolari e smentendo così le indiscrezioni circolate a gennaio.
Questo evidenzia come la Russia mantenga tuttora una presenza economica nel porto civile di Tartus, nonostante le tensioni iniziali con la nuova leadership siriana, che sembrava intenzionata a ridimensionare i legami con Mosca.
In un’intervista concessa al The Washington Post, il ministro degli Esteri Abu Qasra ha dichiarato che la base navale di Tartus può rimanere sotto controllo russo, purché il suo utilizzo risponda agli interessi nazionali siriani, aggiungendo che “in politica non vi sono nemici permanenti”.
Parallelamente Damasco sta negoziando lo status delle basi militari statunitensi e turche, istituite nel 2015 e nel 2016 per contrastare l’IS.
La presenza turca in Siria non nasce esclusivamente per combattere l’IS, ma anche per opporsi all’espansionismo YPG e SDF. La presenza di Bashar al-Assad, attualmente rifugiato a Mosca, rappresenterebbe un ulteriore elemento di complessità in merito ai rapporti con la Russia. Sebbene non siano state confermate richieste ufficiali di estradizione, Abu Qasra ha suggerito che la consegna dell’ex leader potrebbe costituire una leva per consolidare la fiducia con la leadership russa.
A tal fine, Vladimir Putin ha dialogato con Ahmed al-Sharaa, offrendo aiuti umanitari e prospettando una cooperazione bilaterale rafforzata.
Per la Russia, Tartus è un avamposto indispensabile nel Mediterraneo, fondamentale per proiettare la propria influenza verso l’Africa e il Medio Oriente, in particolare dopo il conflitto ucraino che ne ha indebolito la posizione globale. Pur esplorando alternative come il Sudan – dove Mosca già fornisce l’87% delle armi importate e ambisce a una nuova base navale – è plausibile che la Russia raggiunga un’intesa con il governo siriano per preservare una presenza militare. Secondo l’analista Aron Lund, esperto del Swedish Defense Research Agency, “i nuovi governanti siriani non temono più la Russia come in passato. Con Assad al potere, Mosca interveniva per sostenerlo; ora quel ruolo è svanito.”
La Turchia: Un Protagonista Regionale in Ascesa
La Turchia ha svolto un ruolo determinante nel rovesciamento di Assad, sostenendo le forze ribelli e consolidando la propria influenza sulla Siria post-bellica.
Ankara sta promuovendo una coalizione regionale per contrastare la minaccia dell’IS, coinvolgendo il nuovo governo siriano e la Giordania.
Propone che tale alleanza assuma la gestione dei centri di detenzione per militanti dell’IS e le loro famiglie nel nord-est del Paese, attualmente sotto il controllo delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti, considerate da Ankara organizzazioni terroristiche. Questo scenario potrebbe favorire un ritiro completo delle truppe americane.
Forte della sua intelligence e richiamandosi alla storica influenza ottomana, la Turchia si pone come attore guida nel definire il futuro della Siria. Gli investimenti turchi in Siria, soprattutto nei settori energetico e militare, riflettono una strategia volta a consolidare la propria egemonia regionale.
L’Iran e la “Resistenza Islamica”
Con la caduta di Assad, il “corridoio sciita” che collegava Teheran a Beirut attraverso la Siria è stato interrotto, compromettendo significativamente la capacità iraniana di proiettare potere nel Levante e di sostenere Hezbollah in Libano.
In risposta a questa nuova situazione, è nata formata la “Resistenza Islamica in Siria” e parallelamente, un’organizzazione armata chiamata “Fronte di Resistenza Islamica in Siria” (precedentemente nota come “Fronte per la Liberazione del Sud”) ha rivendicato attacchi contro le forze israeliane nel sud della Siria e nella zona demilitarizzata del Golan.
Il gruppo, il cui logo è un adattamento di quello delle IRGC iraniane, ha annunciato di far parte dell’Asse della Resistenza guidato dall’Iran.
Teheran è stata inoltre accusata dalla Turchia, seppur senza prove concrete, di sostenere le SDF per mantenere una presenza militare nel Paese.
Secondo l’analista iraniana Fereshteh Sadeghi, “l’Iran non usa necessariamente le SDF contro la Turchia, ma piuttosto le sfrutta per far progredire i propri interessi in Siria. Con l’accesso al Libano ora interrotto, l’Iran potrebbe usare le SDF come intermediario per un qualche accesso al Libano”.
Ma la formazione del “Fronte di Resistenza Islamica in Siria” e il suo allineamento con l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran suggeriscono che Teheran stia cercando di minare il neonato regime di Sharaa.
Le Pressioni Israeliane e l’Equilibrio Regionale
Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché la Siria rimanga in una condizione di debolezza, consentendo alla Russia di mantenere le sue basi militari – inclusa Tartus – come contrappeso all’espansione turca. I crescenti attriti tra Turchia e Israele, esacerbati dal conflitto a Gaza, hanno spinto funzionari israeliani a esprimere preoccupazione per il governo siriano sostenuto da Ankara, percepito come una minaccia ai propri confini. Tale posizione è stata ribadita in alcuni incontri avvenuti a Washington e in Israele con rappresentanti statunitensi. Israele ha richiesto la demilitarizzazione del sud della Siria, conducendo attacchi aerei su installazioni militari siriane e rafforzando la propria presenza nella zona demilitarizzata sotto supervisione ONU.
La permanenza russa a Tartus è vista da Tel Aviv come un elemento di stabilizzazione regionale.
“La grande paura di Israele è che la Turchia intervenga e protegga questo nuovo ordine islamista siriano, che finirebbe per diventare una base per Hamas e altri militanti” ha affermato Aron Lundesperto del Swedish Defense Research Agency.
Alla luce degli ultimi eventi la Siria risulta essere uno dei nodi più intricati del Medio Oriente, contesa da vari attori che vogliono aumentare e tenere a tutti i costi la loro sfera di influenza affinché il Paese non possa prendere direzioni scomode per il loro interessi.

