La recente riforma costituzionale approvata dal parlamento slovacco ha suscitato preoccupazione a Bruxelles in quanto mina l’autonomia, la primazia e l’efficacia del diritto comunitario. Lo scivolamento illiberale di Bratislava aggrava i problemi di coesione politico-valoriale dell’Unione europea (Ue) sulla scia di quanto accade in Ungheria ma con distinguo importanti. In ogni caso, l’allarme valoriale europeo deve rimanere sempre costante.
Venerdì 21 novembre 2025, la Commissione europea ha attivato una procedura di infrazione nei confronti della Slovacchia. Ufficialmente, Bruxelles ha inviato una notifica formale alle autorità slovacche chiedendo ulteriori spiegazioni a cui seguirà un deferimento alla Corte di giustizia europea in caso di mancata risposta soddisfacente. L’oggetto della controversia riguarda l’approvazione, avvenuta lo scorso 25 settembre al Consiglio Nazionale della Repubblica Slovacca (NRSR) – il parlamento di Bratislava — dell’emendamento costituzionale 255/2025 z. z.. Esso aggiunge una serie di paragrafi che riguardano la parità salariale uomo-donna, il riconoscimento di soli due sessi, il divieto della maternità surrogata, le limitazioni delle adozioni dei figli alle coppie dello stesso sesso, nonché il disconoscimento e divieto di trasferimento di sovranità su materie di “identità nazionale”.
L’azione di Bruxelles si inserisce in un quadro di recente sviluppo giuridico riguardante la tutela delle comunità LGBTQ+. Infatti, quattro giorni dopo l’avvio della procedura di infrazione, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito l’obbligo di riconoscere, almeno ai fini della libertà di circolazione, il matrimonio tra due cittadini dell’Unione dello stesso sesso legalmente contratto in un altro Stato membro. Ciò non impone l’introduzione del matrimonio egualitario a livello nazionale, ma garantisce che tale legame non possa essere ignorato quando sono in gioco diritti di soggiorno e mobilità. Perciò, l’emendamento costituzionale slovacco rappresenta un ulteriore elemento di tensione, inserendosi in un percorso politico avviato nell’ottobre 2023 con l’insediamento del Primo ministro (Pm) Robert Fico.
Una legge “orbaniana”?
Il tema, emerso con forza grazie all’azione legale dell’Ue, è oggetto di preoccupazione già dai mesi precedenti. Difatti, a giugno 2025, la Venice Commission, l’organo del Consiglio d’Europa (CdE) che vigila la tutela del diritto costituzionale in contesti democratici, aveva sollevato la questione slovacca, tema affrontato anche in un incontro a Bratislava il 21 e il 22 agosto. Il suo giudizio, perlopiù negativo, aveva visto pro e contro all’emendamento. Da un lato, la Venice Commission aveva sostenuto l’iniziativa di introdurre la parità salariale nella Costituzione slovacca attraverso l’aggiunta di un terzo paragrafo all’articolo 36. Si tratta di un passo avanti per la Slovacchia, che presenta uno dei tassi più alti di disparità salariale di genere. Infatti, secondo le stime del 2024 della Banca nazionale slovacca, gli uomini guadagnano in media il 20% in più delle donne.
Dall’altro, l’organo del CdE ha denunciato i passaggi più controversi come il divieto di maternità surrogata (art. 15 par. 5), l’adozione dei figli alle coppie dello stesso sesso (art. 41 par. 2), e il non riconoscimento di altri gruppi sessuali al di fuori di quelli biologici (art. 52a). Essi, di per sé, non sono una violazione esplicita del diritto europeo. Tuttavia, rischiano di rafforzare politiche restrittive e limitare future azioni legislative nazionali ed europee che sviluppano il quadro legale per la tutela dei diritti delle coppie LGBTQ+. Inoltre, altro elemento di preoccupazione riguarda il passaggio sull’identità nazionale che, stando alla formulazione attuale dei nuovi paragrafi 6 e 7 dell’art. 7 della Costituzione slovacca limita la primazia del diritto internazionali — quindi anche quello comunitario — sulle tematiche dei diritti civili. D’altronde, questo passaggio è coerente con il declino democratico che la Slovacchia sta vivendo dal 2023 ad oggi. Alcuni osservatori hanno paragonato ai processi già visti in Ungheria, mentre l’attentato contro il Primo ministro in carica, avvenuto il 14 maggio 2024, evidenzia l’elevato livello di polarizzazione politica nel Paese. Fico è responsabile dell’indebolimento del sistema giudiziario e della crescente pressione politica sulla magistratura, sui media e sulle organizzazioni non governative (ONG).
Il 2025 è, in tal senso, un annus horribilis in quanto Bratislava ha approvato nuove leggi che hanno suscitato preoccupazioni a livello europeo. Nello specifico tre sono quelle che hanno provocato le critiche più forti da parte dell’Ue. Oltre al già citato emendamento costituzionale 255/2025 z.z., la Slovacchia ha approvato, ad aprile, la Foreign Agents Registration Act, una legge che inasprisce i controlli sui finanziamenti delle ONG. A ciò la Commissione Europea ha risposto minacciando azioni legali contro il Paese. In secondo luogo, il 9 dicembre 2025, la NRSR ha approvato lo smantellamento dell’ufficio di protezione dei whistleblower. L’iniziativa è stata duramente contestata dalle forze di opposizione le quali hanno accusato il governo di punire la categoria, specialmente coloro che denunciano pratiche corruttive.
Insidie illiberali dall’Europa centrale
La Slovacchia rappresenta, dunque, un nuovo elemento di preoccupazione presso le istituzioni europee per quanto riguarda la tutela dello stato di diritto. Il parallelismo con l’Ungheria di Viktor Orban appare calzante. Da un lato, i due Paesi vengono giustamente considerati i maggiori oppositori dell’agenda politica dell’UE su questioni interne e di politica internazionale. Dall’altro lato, Bratislava e Budapest hanno conosciuto la parabola di declino democratico più accentuato degli ultimi anni condividendo alcune pratiche: misure contro le ONG, pressioni sui media, riforme giudiziarie, retorica e politiche di discriminazione contro minoranze etniche, religiose e sessuali.
Tuttavia, è eccessivo definire la Slovacchia come la nuova Ungheria per due motivi. Sul piano geopolitico, Bratislava si pensa strategicamente come un ponte tra Occidente ed Oriente anziché compiere una vera “apertura ad Oriente” come fatto da Budapest. Questo spiega perché, nonostante le riserve, la Slovacchia mantiene aperti i canali di dialogo e le forniture militari — seppur proveniente esclusivamente da attori privati locali — con l’Ucraina malgrado la promessa del governo di non inviare “nemmeno un proiettile”. Su quello dello stato di diritto, la Slovacchia è perlopiù un caso di illiberalismo emergente — ma non per questo meno problematico — rispetto all’Ungheria mentre quest’ultima ha consolidato negli anni le istituzioni verso la creazione di una democrazia illiberale tout court.
Un elemento significativo riguarda l’attivismo della società civile. Dalla fine del 2024 e durante tutto il 2025, si sono diffuse numerose proteste nelle principali città del Paese che contestano le riforme e la politica estera dell’attuale governo. Questi sentimenti sono stati intercettati dalle forze di opposizioni traducendosi anche in risultati elettorali significativi come la vittoria del principale partito di opposizione, “Slovacchia Progressista”, alle elezioni europee del 2024. Il dissenso crescente rappresenta un elemento preoccupante per Fico il quale sta cercando di posticipare le elezioni regionali, previste per il 2026, di un anno per motivi di tattica politica.
La Slovacchia rappresenta una sfida ulteriore per la capacità dell’Ue di difendere i propri valori senza scivolare in un approccio troppo punitivo pur non sottovalutando gli effetti cumulativi di decisioni illiberali all’interno di uno Stato membro. Perciò, la vigilanza sulla regione non è solo necessaria, ma strategicamente imprescindibile.

