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24/07/2025
Europa, Medio Oriente e Nord Africa

La Slovenia apre la strada: primo Paese UE a vietare l’ingresso ai ministri israeliani

di Nicolas Piazza

La decisione di Lubiana di dichiarare Ben Gvir e Smotrich "persone non grate" rappresenta un precedente storico nell'Unione Europea e riflette una strategia diplomatica autonoma che sfida il tradizionale approccio comunitario alla questione israelo-palestinese. L'iniziativa slovena potrebbe catalizzare un nuovo corso delle relazioni Europa-Israele.

La decisione di Lubiana di dichiarare Ben Gvir e Smotrich “persone non grate” rappresenta un precedente storico nell’Unione Europea e riflette una strategia diplomatica autonoma che sfida il tradizionale approccio comunitario alla questione israelo-palestinese. L’iniziativa slovena potrebbe catalizzare un nuovo corso delle relazioni Europa-Israele.

Il 17 luglio 2025 la Slovenia ha compiuto un gesto senza precedenti nella storia dell’Unione Europea: dichiarare due ministri israeliani, Itamar Ben Gvir (Sicurezza Nazionale) e Bezalel Smotrich (Finanze), “persone non grate“, vietandone l’ingresso nel territorio nazionale. La decisione, annunciata dal ministro degli Esteri Tanja Fajon, accusa i due esponenti del governo Netanyahu di aver incitato “violenza estrema e gravi violazioni dei diritti umani dei palestinesi”.

Lubiana diventa così il primo Paese dell’Unione Europea a prendere una simile misura contro membri di un governo israeliano, superando le tradizionali cautele diplomatiche comunitarie. La mossa non è isolata, ma rappresenta il culmine di una strategia diplomatica progressiva che ha visto il governo di Robert Golob assumere posizioni sempre più autonome sulla questione palestinese, spesso anticipando o bypassando le lente procedure decisionali europee.

Un percorso di crescente fermezza

La traiettoria diplomatica slovena sulla Palestina ha mostrato una coerenza notevole negli ultimi due anni. Nel giugno 2024, la Slovenia era diventata il 12° Paese UE a riconoscere lo Stato di Palestina, con un voto parlamentare a favore della mozione, posizionandosi accanto a Spagna, Irlanda e Norvegia in quella che fu definita un’ondata di riconoscimenti europei. Questa decisione aveva già segnalato la volontà di Lubiana di non attendere necessariamente il consenso unanime dell’Unione su questioni considerate cruciali per il diritto internazionale.

Il primo ministro Robert Golob aveva chiarito fin da subito la filosofia strategica del suo governo: costruire una politica estera indipendente che non attenda necessariamente il consenso unanime dell’UE. A fine giugno 2025, Golob si era detto pronto a procedere con la “linea dura” nei confronti di Israele, scavalcando l’impasse dell’Unione Europea su questo dossier. Una posizione che trova le sue radici ideologiche nelle parole della presidente Nataša Pirc Musar che, già nel maggio 2025, aveva utilizzato il termine “genocidio” in riferimento alla situazione a Gaza.

La continuità della strategia slovena emerge anche dalla costante promozione della soluzione dei due Stati come unica via percorribile per la risoluzione del conflitto. Questa posizione, mantenuta trasversalmente dalle diverse forze politiche slovene, ha trovato nella crisi post-7 ottobre un terreno fertile per tradursi in azioni diplomatiche concrete.

La scelta dei due ministri specifici non è casuale: Ben Gvir e Smotrich rappresentano l’ala più radicale del governo Netanyahu, con posizioni pubbliche che includono l’espansione degli insediamenti nei territori occupati e dichiarazioni controverse sui diritti palestinesi. Il governo sloveno ha voluto così inviare un messaggio selettivo, mantenendo aperti i canali diplomatici con Israele mentre sanziona simbolicamente chi considera responsabile delle violazioni più gravi.

Le implicazioni geopolitiche della mossa slovena

La decisione della Slovenia va letta nel contesto delle crescenti divisioni all’interno dell’Unione Europea sulla gestione delle relazioni con Israele. Mentre Paesi come Germania, Ungheria e Paesi Bassi mantengono un sostegno “ferreo” a Israele, altri membri come Irlanda, Spagna e ora Slovenia stanno adottando approcci sempre più critici.

Il governo sloveno ha esplicitamente collegato la sua decisione alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU del luglio 2024, che ha riconosciuto come illegale la politica israeliana nei territori occupati. Questo riferimento al diritto internazionale conferisce alla posizione slovena una legittimazione giuridica che potrebbe essere replicata da altri Paesi europei.

Dal punto di vista delle dinamiche interne all’UE, l’iniziativa slovena mette in discussione il tradizionale approccio basato sul consenso unanime nelle questioni di politica estera. Dimostrando che i singoli Stati membri possono agire autonomamente quando ritengono insufficiente l’azione collettiva, la Slovenia apre potenzialmente la strada a una maggiore frammentazione delle politiche comunitarie verso il Medio Oriente, con il rischio di indebolire la voce europea ma anche la possibilità di stimolare iniziative più coraggiose.

Verso un nuovo equilibrio nelle relazioni Europa-Israele

La scelta della Slovenia potrebbe rappresentare il catalizzatore di un cambiamento più ampio nell’approccio europeo alla questione israelo-palestinese. Altri Paesi UE, come Malta e Belgio, stanno già considerando il riconoscimento della Palestina, mentre le pressioni dell’opinione pubblica europea crescono di fronte alle immagini che arrivano da Gaza.

Il modello sloveno offre una formula replicabile: azioni unilaterali graduate che mantengano il dialogo con Israele sui canali istituzionali principali, mentre inviano segnali politici chiari attraverso misure simboliche ma concrete. Questa strategia consente di evitare la paralisi decisionale europea mantenendo al contempo la coerenza con i principi del diritto internazionale.

La strategia di Lubiana sembra puntare a un riposizionamento dell’Europa nel conflitto medio-orientale, passando da una posizione di sostanziale neutralità a una di maggiore attivismo diplomatico a favore dei diritti palestinesi. Questo approccio potrebbe influenzare le prossime presidenze di turno dell’UE e orientare il dibattito comunitario verso politiche più assertive nei confronti delle violazioni del diritto internazionale.

La dimensione regionale della mossa slovena non va sottovalutata: nei Balcani occidentali, dove le questioni di riconoscimento statale rimangono centrali, l’iniziativa di Lubiana sulla Palestina potrebbe influenzare i dibattiti interni su Kosovo, Bosnia ed Erzegovina e altre controversie territoriali.

La Slovenia ha dimostrato che anche i piccoli Stati membri possono guidare il cambiamento nelle relazioni internazionali europee, anticipando tendenze che potrebbero successivamente essere adottate da attori più influenti. Il veto ai ministri israeliani segna così non solo un punto di non ritorno nelle relazioni bilaterali Slovenia-Israele, ma potenzialmente l’inizio di una nuova fase nella politica medio-orientale dell’Unione Europea.

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