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03/01/2025
Cyber e Tech, Europa

Il dilemma della sorveglianza pubblica tra diritti fondamentali e sicurezza nazionale: il caso di Belgrado

di Anna Calabrese

L’allarme circa la massiccia importazione di dispositivi IMSI catcher da parte della Serbia negli ultimi anni riporta a galla la divisiva e apparentemente irrisolvibile contraddizione tra sicurezza nazionale e diritto alla privacy. La questione solleva riflessioni sulla necessità di colmare i vuoti legali sia a livello nazionale che multilaterale.

L’allarme circa la massiccia importazione di dispositivi IMSI catcher da parte della Serbia negli ultimi anni riporta a galla la divisiva e apparentemente irrisolvibile contraddizione tra sicurezza nazionale e diritto alla privacy. La questione solleva riflessioni sulla necessità di colmare i vuoti legali sia a livello nazionale che multilaterale.

Secondo i dati ricevuti dai ministeri degli Esteri di Svizzera e Finlandia, 16 licenze sarebbero state rilasciate ad aziende e compagnie per l’esportazione di IMSI catcher in Serbia. Privacy International, ONG per i diritti umani britanniche che promuove il diritto alla privacy nel mondo, ha richiesto e ottenuto informazioni dal Ministero degli esteri finlandese circa i registri di licenze di esportazione per dispositivi di intercettazione e sorveglianza. EXFO, una delle società che figurano nei registri dell’export finlandese, esporta le sue apparecchiature in Oman, Messico, Marocco, Colombia, Emirati Arabi,  Bosnia, Macedonia, paesi spesso coinvolti in accuse circa violazioni delle libertà di espressione, stampa e associazione esacerbati dall’utilizzo di ambigui strumenti di sorveglianza contro attivisti e giornalisti. Anche Belgrado fa parte dei paesi importatori di queste tecnologie nell’ultimo decennio e in particolare di oltre 20 esemplari del dispositivo IMSI catcher, tristemente conosciuto per essere stato impiegato nel 2014 durante i movimenti di opposizione nelle piazze ucraine contro il presidente filorusso Yanukovich al fine di identificare e registrare i partecipanti alle proteste.

L’adozione e il possibile utilizzo indiscriminato di strumenti di sorveglianza e intercettazione avanzata da parte delle autorità serbe acuisce le preoccupazioni circa la già allarmante situazione dei diritti umani nel Paese. Secondo il rapporto “People Under Attack 2024” di  CIVICUS, alleanza di organizzazioni della società civile di tutto il mondo impegnate nella difesa degli spazi di libertà civile, le criticità riguardano soprattutto la gestione repressiva da parte delle autorità delle proteste che hanno avuto luogo quest’anno nelle piazze principali del Paese contro il governo populista e sempre più autocratico di Vucic. L’ultimo caso risale a circa un mese fa quando centinaia di persone hanno manifestato davanti alla sede della TV di Stato nella capitale per il crollo di una tettoia in una stazione della città di Novi Sad e che ha causato la morte di 15 persone. Il rapporto segnala una repressione intensa da parte delle autorità, con un eccessivo uso della forza, arresti e detenzioni ad uso intimidatorio, minacce anonime e controlli ai valichi di frontiera per attivisti e manifestanti. 

Con queste premesse, il pericolo che le autorità utilizzino l’IMSI catcher in maniera indiscriminata ed autoritaria identificando e registrando manifestanti e oppositori che prendono parte alle proteste è sempre più plausibile, soprattutto alla luce delle accuse da parte del Presidente di infiltrazioni e appoggio da parte di UE e USA nelle campagne della società civile per “rovesciare il governo”.  

Cos’è l’IMSI-catcher, come funziona e perché è problematico 

Gli IMSI-catchers sono dispositivi utilizzati per la sorveglianza e il monitoraggio elettronico tramite l’intercettazione dei codici identificativi (International Mobile Subscriber Identity) dei telefoni cellulari vicini, agendo come una regolare stazione di comunicazione e consentendo dunque ai dispositivi cellulari di connettervisi, superando il segnale delle torri di comunicazione legittime attirando i telefoni che cercano una connessione più forte e stabile. La connessione permette la cattura dei dati di identificazione degli utenti, il monitoraggio della posizione e addirittura il raccoglimento di dati di utenti vicini fino al quasi totale controllo del dispositivo interessato. Come si evince dalle sue peculiarità, questo strumento agisce in maniera illimitata e indiscriminata e può essere utilizzato in aree vaste garantendo il monitoraggio di un grande numero di persone contemporaneamente, il che lo rende decisamente confacente al controllo delle masse in aree urbane, ampiamente coperte da stazioni base. Un simile uso costituirebbe gravi minacce al diritto alla privacy e protezione dei dati personali, oltre che restrizioni della libertà di associazione e espressione.

Dal momento che intercettazioni telefoniche senza ordine dell’autorità giuridica competente costituirebbero reato e gli IMSI-catcher non consentono di limitare il loro potenziale di sorveglianza a target specifici, si pone il problema di come garantire e supervisionare circa un loro uso coerente con le normative, come afferma Jelena Pejic Nikic, ricercatrice del Belgrade Centre for Security Policy. Una soluzione potrebbe essere, secondo la Nikic, installare “un software in grado di registrare automaticamente tutte le azioni e le identità degli utenti autorizzati” in modo che le autorità giudiziarie possano verificare la coerenza del registro con i verbali della polizia e consentire così di adottare le misure appropriate. 

Al momento non vi è nessuna regolamentazione applicabile all’uso di questi strumenti in contesti di sicurezza pubblica e urge dunque un ridimensionamento del loro uso almeno finché non viene colmato questo vuoto legale, che per altro interessa non solo la Serbia ma anche altri Paesi.

L’uso del IMSI-catcher in Italia 

Sebbene il dibattito sull’utilizzo di questi dispositivi di sorveglianza sia ormai consolidato nel panorama statunitense sin dagli anni ‘90, stimolando una riflessione legale a riguardo, in Italia l’adozione da parte delle autorità di polizia degli IMSI-catcher è recente e il dibattito è agli albori. Il primo tentativo italiano di regolamentazione risale al 2018 quando la Corte di Cassazione ha espresso la sua posizione sull’utilizzo dei sistemi di sorveglianza in un caso di lotta al traffico di droga. In linea con l’approccio iniziale del Dipartimento di Giustizia statunitense, la Corte ha dichiarato che l’uso dell’IMSI-catcher nel caso di specie non necessitasse dell’autorizzazione di un giudice poiché solo i dati identificativi dell’utente erano stati coinvolti allo scopo dell’indagine e non il contenuto delle comunicazioni, non potendo quindi parlare di una “tipica” intercettazione. 

La sentenza ha però attirato su di sé numerose critiche: il cambio di approccio del DoJ statunitense con il caso Carpenter vs US del 2018 infatti dimostra come anche la “solo” identificazione dei dati personali dell’utente così come la sua intercettazione geografica possa costituire una forma di sorveglianza invasiva e richieda quindi un mandato che fondi su giustificazioni legali coerenti. Alla luce del caso serbo e delle recente proliferazione di segnalazioni e tentativi di sensibilizzazione da parte di autorità intergovernative e multilaterali, prima tra tutte le Nazioni Unite, è necessaria una riflessione più approfondita sul tema al fine di garantire che strumenti di sorveglianza per scopi di sicurezza nazionale non ledano diritti e libertà imprescindibili garantiti dalla Costituzione. 

I diritti alla privacy nell’era digitale: il rapporto ONU 

Il report dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante ONU per i diritti umani presentato nel 2022 al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani mette in risalto e discute le tendenze e le sfide odierne al diritto alla privacy e altre libertà fondamentali. Tra le pratiche menzionate, vi è anche il sempre più vasto utilizzo di sistemi di sorveglianza e monitoraggio degli spazi pubblici che potrebbero minare gli sforzi della comunità internazionale per garantire principi democratici e società orientate al rispetto dei diritti umani in ogni aspetto della vita civile e politica. Il report identifica determinati requisiti che le autorità governative dovrebbero garantire e implementare al fine di rispettare diritti e libertà fondamentali nell’implementare misure spesso giustificate con clausole di necessità ed emergenze di sicurezza nazionale. 

Sebbene oggi vi siano numerosi casi di utilizzo di tali dispositivi per minare l’oppoosizione politica e il dissenso sociale, l’adozione di strumenti di sorveglianza dovrebbe fondarsi su scopi legittimi e in linea con la difesa della democrazia, come la protezione e sicurezza della comunità e l’eradicazione di minacce come terrorismo e criminalità organizzata. E’ inoltre essenziale che determinate misure siano necessarie e proporzionate: ciò implica che esse debbano essere volte a un “fine legittimo e concreto” e ad una minaccia reale di sicurezza pubblica tale da giustificare impatti negativi e parziali sospensioni di diritti e libertà. Le misure devono essere dunque limitate a livello spaziale e temporale e nessuna loro implementazione che esuli da questi limiti funzionali dovrebbe essere consentita. 

Le tecnologie di sorveglianza, in ultima istanza, sembrano avere effetti negativi non solo a livello collettivo ma anche individuale, causando il cosiddetto “chilling effect” ovvero “raffreddando” i progetti di auto-sviluppo etico fondamentali agli interessi di una democrazia funzionante. Questa idea si ispira alla teoria foucaultiana che spiega gli effetti sull’individuo della sorveglianza nelle prigioni pan-ottiche, in cui i prigionieri, potenzialmente osservati da ogni direzione e in ogni momento, sono indotti ad adottare atteggiamenti sempre più conformisti. Simili dinamiche di controllo disciplinare sarebbero dunque quelle innescate da alcuni meccanismi di sorveglianza pubblica oggetto della presente analisi.
E’ chiara quindi, alla luce delle tendenze attuali e alla sempre più vasta diffusione della tecnologia a sostegno policies pubbliche, l’urgenza di una riflessione ed evoluzione normativa sul tema della sorveglianza e del monitoraggio degli spazi pubblici. L’avanzamento delle nuove tecnologie digitali e la loro ormai pervasiva applicazione a sostegno delle comunità agiscono da veri e propri catalizzatori in maniera al contempo proficua ma anche perversa: la differenza si impernia sulla capacità umana di prevederne e controllarne i possibili effetti lesivi e sul successo dei meccanismi multilaterali di disincentivare lo sfruttamento del potenziale tecnologico a sostegno di mire e tendenze autoritarie, come  dimostra il caso serbo .

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