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Sovranismo Digitale e Securitizzazione di Internet: l’eredità di Trump nei rapporti USA-Cina

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I termini ‘sovranismo’ e ‘digitale’ sono ormai onnipresenti nel dibattito politico pubblico – e lo stesso comincia a potersi dire della loro combinazione. Il tentativo dell’ex presidente statunitense Donald Trump di bandire le app cinesi TikTok e WeChat è ad oggi uno dei più recenti capitoli di due decenni di storia in cui l’utopismo internauta degli anni ’90 (‘We reject: kings, presidents and voting. We believe in: rough consensus and running code’) è stato progressivamente fagocitato da temi geopolitici come la cybersecurity. Anche se le elezioni presidenziali del 3 novembre 2020 si sono concluse con la sconfitta di Trump, non è scontato che il clima conflittuale instauratosi fra USA e Cina sia destinato a scomparire. E anche se i tentativi di messa al bando di WeChat e TikTok sono naufragati, l’episodio resta esemplare per comprendere alcune dinamiche legate alla sovranità digitale e al futuro dei rapporti fra USA e Cina.

Da un punto di vista di tutela dell’individuo e dei diritti umani, “non tutto il sovranismo vien per nuocere” – parafrasando un noto proverbio. I governi nazionali restano infatti la prima entità sanzionabile dai cittadini delle democrazie liberali tramite il voto, nonché le autorità a cui le organizzazioni della società civile che si battono per la tutela dei diritti umani rivolgono primariamente le proprie richieste di accountability. D’altra parte, sarebbe quantomeno inesatto dire che i governi abbiano preso in qualche modo il controllo di internet. Enti come l’Internet Engineering Task Force (IETF) e l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), rispettivamente l’organizzazione che sviluppa i protocolli tecnici alla base del funzionamento di internet come lo conosciamo e l’ente all’apice della gerarchia di distribuzione degli indirizzi IP e dei nomi a dominio, hanno tutt’oggi un’organizzazione multi-stakeholder, dove i governi mantengono un ruolo marginale (IETF) o solamente consultivo (ICANN).

Vale la pena ricordare però che la governance multi-stakeholder di internet subisce critiche da più parti e non solo dagli esponenti del sovranismo digitale. Già nel 2015 esponenti del mondo accademico, anche occidentale, notavano infatti come circa l’80% dei partecipanti agli incontri di IETF fosse composto da ingegneri impiegati da multinazionali tecnologiche. Cisco, Huawei, Ericsson, Google e Juniper sono state le cinque entità più attive all’interno di IETF nell’ultimo lustro (2015-2020) in termini di produzione di Requests for Comments (i principali documenti tecnici di IETF) da parte dei loro affiliati. Inoltre, la natura stessa del lavoro svolto da IETF, essendo strettamente ingegneristica, ne rende i contenuti poco accessibili al pubblico ‘laico’, escludendo di fatto una larga fetta della società civile e altri gruppi di stakeholders.

Fatti questi distinguo, è possibile comunque osservare come il sovranismo digitale abbia preso piede anche negli Stati Uniti, luogo di nascita di internet e ‘patria’ del pensiero cyber-libertario di cui sopra. Iniziative come ‘Clean Network’, che tenta di giustificare sul piano di policy l’estromissione di Huawei e altri attori cinesi da alcuni settori strategici del mercato tecnologico americano, sono esemplari in questo senso. Che Huawei, WeChat, TikTok e altre aziende cinesi presentino o meno una minaccia per la sicurezza statunitense (e in quale misura) è al di fuori dell’ambito di analisi di questo articolo. Tuttavia, questa vicenda dimostra come la presenza governativa nella gestione di alcuni degli aspetti più economicamente rilevanti e politicamente accessi del mondo ‘Internet’ sia sempre più assertiva.

Il sovranismo digitale è conseguentemente legato a doppio filo alla securitizzazione di Internet, ovvero la trasformazione di temi digitali precedentemente non legati alla cybersecurity in questioni di sicurezza nazionale. Non è un caso infatti che il sollevarsi di questioni di sicurezza nazionale ai danni di attori cinesi negli Stati Uniti abbia avuto luogo dal 2017 in poi: sul piano della politica interna, si è registrato l’avvento dell’amministrazione Trump dalla forte impronta protezionista sotto molti aspetti; sul piano della politica estera, Huawei si poneva come uno degli attori economici più influenti nella standardizzazione del futuro 5G globale. Intanto, app quali TikTok iniziavano per la prima volta a scardinare l’oligopolio della Silicon Valley nel mercato social statunitense e occidentale. Al di là delle valutazioni di sicurezza nazionale e individuale (WeChat, ad esempio, non ha alcun tipo di crittografia end-to-end, elemento che facilita grandemente la sorveglianza), va notato che il sovranismo digitale statunitense è emerso in una congiuntura particolarmente critica per le big tech della Silicon Valley, tale da permettere di identificare motivazioni non solo legate alla sicurezza dietro le politiche di Trump.

La vittoria elettorale di Biden, probabilmente, contribuirà a rendere più tradizionalmente istituzionali i rapporti fra USA e Cina. Tuttavia, Huawei resta uno dei principali titolari di brevetti essenziali legati al 5G, che ora ha raggiunto la fase di implementazione, mentre TikTok e WeChat continueranno realisticamente a sfidare le principali piattaforme e app in uso in occidente. Biden eredita quindi la guida di un paese la cui potenza è in relativo declino in un settore altamente strategico e securitizzato. La critica congiuntura economica, legata anche alla malagestione della pandemia da Covid-19 da parte del suo predecessore, non facilita il compito del neoeletto presidente nella competizione con la Cina.

Per concludere, gli USA si trovano ad affrontare con grande incertezza la sfida tecnologica posta dalla concorrenza cinese. Biden eredita le scelte protezionistiche del suo predecessore ed è ancora da comprendere se e come sceglierà di seguire lo stesso percorso o deviare. Inoltre, va riconosciuto che il trend verso una politica più interventista da parte delle autorità pubbliche nella sfera digitale è globale: non è un caso infatti che il 2016, oltre alla vittoria elettorale di Donald Trump, abbia segnato l’avvento della Cybersecurity Law in Cina e della General Data Protection Regulation (GDPR) nell’Unione Europea – una misura non legata direttamente alla sfera digitale, ma con un forte impatto su di essa. Non è da escludersi, quindi, che anche il nuovo presidente possa ricorrere ad argomenti securitari per giustificare scelte protezionistiche.

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