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12/06/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Esiste una strategia nella nuova strategia USA per l’Iran?

di Francesco Petrucciano

Gli Stati Uniti prospettano alla Guida suprema, per via epistolare, di alternativamente negoziare un nuovo accordo o affrontare un confronto armato. L’originale missiva trumpiana evidenzia una scomoda verità: l’Amministrazione statunitense dimostra di non conoscere la realtà sociale della Repubblica Islamica. In particolare, vanno tenuti in debita considerazione due punti: 1) in Iran ogni cosa può cambiare, ma solo dall’interno; 2) l’Iran vive in una condizione molto diversa da quella percepita in Occidente, e nella quale il senso della dignità del Paese è estremamente sentito. Inoltre, la difficile situazione economico/finanziaria da tenere in considerazione, stavolta, non è soltanto quella iraniana. Cosa significa tutto questo?

Gli Stati Uniti prospettano alla Guida suprema, per via epistolare, di alternativamente negoziare un nuovo accordo o affrontare un confronto armato. L’originale missiva trumpiana evidenzia una scomoda verità: l’Amministrazione statunitense dimostra di non conoscere la realtà sociale della Repubblica Islamica.
In particolare, vanno tenuti in debita considerazione due punti:
1) in Iran ogni cosa può cambiare, ma solo dall’interno;
2) l’Iran vive in una condizione molto diversa da quella percepita in Occidente, e nella quale il senso della dignità del Paese è estremamente sentito.
Inoltre, la difficile situazione economico/finanziaria da tenere in considerazione, stavolta, non è soltanto quella iraniana. Cosa significa tutto questo?

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) era stato sottoscritto da un Iran fortemente scettico, ed in opposizione tanto alla Guida suprema (che aveva sempre diffidato della buona fede statunitense) quanto ai Guardiani della Rivoluzione (timorosi anche del possibile successo del Piano), ed aveva potuto vedere la luce grazie all’ esistenza di figure come Mohammad Javad Zarif e una volta garantito l’impegno delle controparti a non regolare nell’accordo di Vienna, che del Piano è la base pattizia, questioni vitali per la Repubblica Islamica quali quella dei missili balistici: tradotto, il JCPOA, che serviva più a definire un accordo quadro di convivenza fra la Repubblica Islamica e la Comunità internazionale che a regolare effettivamente la sola questione nucleare, presentava alcuni punti che dal punto di vista statunitense erano rimasti zone d’ombra. Approfondendo, il Piano conteneva certamente come oggetto formale l’attivitá nucleare della Repubblica Islamica, ma consisteva fattualmente nel documento di partenza per una regolmentazione graduale, costante e compartecipata del rientro iraniano nella normalità dei rapporti politici e commerciali col resto del mondo: a Teheran non si faceva mistero della prospettiva di diversi e ulteriori documenti, che avrebbero dovuto costituire un JCPOA2 (o, nella dizione persiana, un Barjām 2) e poi eventualmente altri a seguire, e si percepiva chiaramente la prospettiva di un  percorso a più tappe. Superata la prima fase col raggiungimento dei rispettivi obiettivi, si sarebbe passati alla successiva, fino alla normalizzazione. La vera natura di questo piano spiega efficacemente il perchè dell’opposizione dei Guardiani della Rivoluzione, che rischiavano la perdita del peso economico da loro esercitato nel Paese . Il Governo Rouhani stava effettivamente costruendo una via di uscita parallela anche dialogica, rivolta all’esterno ed all’ interno del Paese, prendendo decisioni di aperto contrasto all’establishment di cui sopra. In particolare giova ricordare l’impegno ad adottare le misure necessarie ad uscire dalla lista nera del GAFI (cosa che avrebbe comportato un massiccio ridisegno delle attività di finanziamento al c.d. “asse della resistenza”, dall’Iraq al Mediterraneo), riforme di liberalizzazione massiccia di molti istituti finanziari ed industriali prima detenuti da ristrette cerchie, riforme volte a rendere trasparenti le gestioni delle fondazioni pie (bonyād) molto legate alla Guida suprema, ed a normalizzare gli equilibri interni al Paese, come nel caso della difesa governativa della nomina del Sindaco di Yazd dello zoroastriano Sepanta Niknam a detrimento del concorrente candidato musulmano: questo percorso di riforma interna ha quindi subìto un’interruzione brusca ed impattante da parte esterna, cosa inaccettabile da parte iraniana, lasciando scoperto il fianco dell’allora governo Rouhani ed interrompendo la gestazione delle riforme in attto.

La posizione iraniana

L’Iran è consapevole di aver onorato gli accordi presi a Vienna, come più volte certificato dall’AIEA, finché non sono stati gli Stati Uniti a disattenderli. La fine del Piano è avvenuta per vie di fatto, operativamente, ed è stata determinata da un ritiro unilaterale: non si è trattato di una dismissione formale del Piano, del prodotto di una decisione condivisa fra le parti. L’Iran è un Paese che ha sempre posto l’idea della “dignità della nazione” come elemento centrale del discorso politico e di relazione del Paese coi suoi partner. Lungi dall’essere un concetto retorico, quello di “dignità della nazione” è un elemento profondamente integrante lo spirito persiano e molto sentito in un Paese di tradizione imperiale, di grande memoria e consapevolezza di se. E non si parla di Repubblica Islamica, ma di Persia: un concetto sentito in maniera profonda dalla quasi interezza della popolazione, indipendentemente dai sentimenti politici della realtà contemporanea, e di grande valore aggregante…e di profondo significato nelle relazioni geopolitiche. La sensazione suscitata fra i Persiani è stata quella di aver dato fede ad un accordo nel quale il giocatore più forte aveva poi abbandonato il tavolo disprezzando ed umiliando la controparte. In Iran, questioni come il tentativo di colonizzazione britannico e russo (del 1907), la caduta di Mossadegh e l’operazione Ajax (del 1950) ed anche le guerre anglo-persiane (del 1857) sono fatti presenti nella coscienza collettiva come se vivessero in un eterno presente, e la sensazione delle passate umiliazioni è una ferita nella carne viva per un Paese profondamente orgoglioso come la Persia: dunque, da parte statunitense prospettare un conflitto, in senso punitivo e senza colpe proprie sembrerebbe essere controproducente, un potenziale boomerang capace di suscitare un ricompattamento del popolo persiano sotto la sua (sebbene profondamente osteggiata) leadership. Basti pensare a quanto successo dopo l’eliminazione del Gen. Soleimani, un evento che ha suscitato un profondo senso di unità nel Paese indipendentemente dalle posizioni di ciascuno sulla figura in questionne. Una rinegoziazione richiederebbe invece che ai persiani si prestassero importanti garanzie, e che si spiegasse il perchè della necessità di un nuovo accordo anzichè – come caldeggiato dalla stessa Guida – procedere alla semplice applicazione del sempre formalmente valido JCPOA, legittimamente sottoscritto dagli Stati Uniti.

L’Iran  opera da giocatore di scacchi mentre Trump gioca a poker, la classe della leadership della Guida Suprema è ben cosciente dell’ostilità di gran parte della popolazione (le sollevazioni popolari dopo la morte di Mahsa Amimi erano tanto autentiche quanto potentissime, ed hanno portato ad un passo dalla destabilizzazione del sistema) ed è cosciente di vivere in un momento della storia in cui il fattore tempo è favorevole nelle negoziazioni con gli Stati Uniti e profondamente sfavorevole nel contesto interno al Paese. 

La condizione interna iraniana va infatti letta nella sofisticazione del trovarsi in una fase evolutiva e complessa della propria vita: la Guida è anziana e probabilmente malata e potrebbe presto venire a mancare, in un contesto di successione assolutamente difficile. L’alibi del nemico potrebbe quindi essere estremamente positivo per le fronde più estreme della Repubblica Islamica: un conflitto, oltre ad essere per gli Stati Uniti estremamente pericoloso, lungo e costoso, potrebbe infatti come detto ricompattare l’Iran, ripetendo l’esperienza della guerra con l’Iraq dalla quale risultò proprio il consolidamento dell’appena nato apparato di potere repubblicano. Per quanto paradossale, fu infatti proprio la potenza di fuoco scatenata contro la neonata Repubblica Islamica e a determinare il suo forgiarsi, come un lungo processo di consolidamento e compattamento, maturato nelle più dure condizioni.

Qui Stati Uniti

Le policy commerciali e finanziarie appena varate dall’Amministrazione statunitense hanno portata immensa e tendono alla ritrasformazione delle strutture stesse dell’economia americana: l’apparente follia di decisioni quali l’applicazione di dazi al mondo intero (calcolati peraltro sull’inconsistente criterio della ratio fra importazioni ed esportazioni) nascondono in realtà due grandi necessità: da una parte avviare una trasformazione economica “lacrime e sangue” che non puó che portare alla svalutazione del dollaro, per permettere agli Stati Uniti maggiori esportazioni per il riequilibrio (nella visione trumpiana) della bilancia commerciale, e dall’altra (ed allo stesso tempo) si necessita di proteggere il più possibile proprio il dollaro, nel senso di conservarlo – costi quel che costi – quale valuta di riferimento internazionale. Si tratta di obiettivi reciprocamente contraddittori. Gli Stati Uniti hanno grande ed immediato bisogno di agire nel minor tempo possibile nel senso di staccare l’Iran da un certo contesto e riposizionarlo nel mercato globale, evitando che trovi una sua comoda sistemazione nei BRICS adottando strumenti di pagamento alternativi, monete diverse (magai attingendo ad ecosistemi di currencies elettroniche decentralizzate emesse ovunque tranne che negli USA) e magari CBDC emesse proprio da un Consorzio BRICS.

Fra l’accomodamento (esecuzione del JCPOA) e la minaccia, gli Stati Uniti scelgono la seconda. Il messaggio è: se non ci si accorda, ora ed in forma diretta, su un nuovo accordo, si passa alle maniere forti. Perché? Perché gli Stati Uniti sanno che in caso di conflitto difficilmente la Russia interverrebbe a fianco dell’Iran (l’accordo di difesa perfeezionato a gennaio non è un accordo di difesa, ovvero non vincola alla mutua assistenza militare) e perché l’America deve aggredire, e con ferocia, il fattore tempo. E non è solo politica, ma “è l’economia, bellezza”.

Economia e moneta, fra riforme e trionfo crypto

Altra questione di primaria importanza è infatti quella finanziaria, e nello spedifico monetaria. L’adesione iraniana ai BRICS è un prodotto proprio del fallimento del JCPOA, e gli Stati Uniti si trovano nella necessità di salvaguardare, come detto, la preminenza internazionale del dollaro, sebbene ridisegnato: questo necessita, senza dubbio, che l’Iran torni fra le braccia dell’emissore della valuta di riferimento globale e non certo che si posizioni in una confortevole nicchia valutaria fra Paesi emergenti.

Oltre a queso, gli stati Uniti devono creare una parallela potenza in termini di deposito di monete digitali. Se la prospettiva di una CBDC statunitense è raffreddata, il mercato delle monete decentralizzate (quindi di strumenti giuridicamente definibili come denaro, ad emissione privata) non può essere in alcun modo tralasciato. Ed anche qui, l’interesse statunitense è quello di detenere il mercato, al fine di gestirlo come detentore di maggioranza. Questo significa depositare monete emesse privatamente e promuovere le valute digitali ancorate al dollaro (stablecoin). Il Presidente statunitense ha imparato, nella sua prima esperienza di governo, quanto il fattore tempo sia  essenziale per determinare non solo effetti momentanei, ma per generare catene di eventi favorevoli utili a determinare una strategia. Si tratta di concetti basici, ma sempre meno applicati nelle politiche occidentali contemporanee. Trump ha invece imparato la necessità della visione strategica pur senza abbandonare metodi da immobiliarista nel realizzarla. Nel caso di specie, Trump deve operare riforme di carattere strutturale, assolutamente nuove, distruttive di sovrastrutture finanziare che sono state fondamentali per l’America e basate sulla libera produzione e sullo scambio di merci, cominciando dalla ricostruzione del tessuto produttivo statunitense. Questo a sua volta necessita di attrarre investimenti, di risparmiare su tutto, di raffreddare la finanza, di evitare bolle, di difendere il dollaro e di aprire mercati senza tariffe. E’ paradossale, ma nella prospettiva trumpiana le tariffe appena emesse hanno proprio la finalità di mettere sul tavolo delle trattative (bilaterali, eh! Non sia mai!) gli altri attori moldiali, proprio per generare accordi che sfocino in una prospettiva di mercato senza tariffe. Non è cosa da poco, e quattro anni di mandato non sono minimamente sufficienti allo scopo. Inoltre, esiste la necessità di generare nel piú breve tempo possibile le pesantissime  conseguenze economiche di queste riforme, che certamente colpiranno gli Americani con tutta l’inflazione che non potrà scongiurarsi, in modo da non proporsi alle elezioni di midterm (fra due anni) ad elettori nel mezzo della tempesta che lui stesso ha generato. Non sono gli anni ’40 e Trump non può comportarsi da Chuchill.  

Analizziamo ancora lo scacchiere interno: nella ristrutturazione “lacrime e sangue” gli Stati Uniti vogliono ricostruire la propria economia cercando una reindustrializzazione che presupponga, come detto e per quanto possibile, che il dollaro tenga, e questo presuppone che anche la spesa pubblica si riduca all’osso. Questo spiega gli immensi tagli orizzontali operati dal DOGE nell’amministrazione statunitense, a cominciare dai salari e dai posti di lavoro ora ridotti in numero, nel modo più sbrigativo possibile. Inoltre, sebbene gli Stati Uniti possano sì interpretare la continuazione del loro keynesismo militare come un moltiplicatore finanziario, puntando sulla produzione interna di armamenti e quindi vedendo in una guerra all’Iran un boost economico, ma necessitano anche di disimpegnarsi dal Medio Oriente per dirigersi altrove. Ed un confronto militare con l’Iran non si fermerebbe ad una serie di attacchi mirati e chirurgici, non sarebbe possibile. L’ Iran infatti reagirebbe con la chiusura dello Stretto di Hormuz, generando il blocco del mercato dell’energia, e forse colpendo direttamente Israele. I Paesi del Golfo hanno già negato la loro disponibilità a fornire le loro basi, e gli assetti militari iraniani sono già stati ritirati dallo Yemen proprio per evitare di fornire pretesti. Sono mosse che dimostrano come l’Iran sia pronto alle trattative, ma a condizioni coordinate e non imposte. Gli Stati Uniti sanno che l’apertura di un’offensiva genererebbe conseguenze catastrofiche, un impegno prolungato nel tempo per diversi decenni, spese incontrollabili ed una esposizione diretta della sicurezza di Stati Uniti ed una pesantissima crisi commerciale, l’opposto di quanto si vorrebbe realizzare. Vietnam, Iraq, Afghanistan, Libia, dovrebbero suonare come tetri precedenti.

In somma

La necessità di agire in fretta e di dover sistemare le questioni globali alla maggiore velocità possibile presuppone di dover sistemare l’Iran, e nella visione statunitense questo presuppone un nuovo accordo perché realizzare il precedente lascia fuori alcune questioni vitali quali quella, come detto, dei missili balistici (che significano l’estensione della capacità di proiezione persiana, e dunque la tutela della sua sfera di influenza che arriva da Herat a Beirut). Il nucleare ha poco a che vedere con la realtà della negoziazione odierna, dato che gli stessi rapporti dell’intelligence ora guidata da Tulsi Gabbard evidenziano l’assenza di questa minaccia. Puó semmai dirsi che l’arricchimento dell’uranio sia aumentato significativamente dopo il ritiro statunitense, e non durante il periodo di vitalità del JCPOA, e che la prospettiva della costruzione della bomba puó realizzarsi solo come ultima ratio regis proprio dopo aver verificato l’impossibilità di una comprensione reciproca. La minaccia vera, oltre all’ inveterato appoggio iraniano all’Asse della Resistenza, consiste ora in quell’isolamento economico e monetario nell’area BRICS che molti analisti avevano letto come naturale conseguenza del sabotaggio del JCPOA e definito come “avvicinamento alla Cina”. Nel 2015, le parti immaginavano di poter evolvere verso più piene forme di collaborazione una volta che il JCPOA avesse svolto il suo compito. Il contesto è ora profondamente diverso, e la prospettiva evolutiva nel tempo collassa nella necessità di un tempo bidimensionale, di un aut-aut, di un tutto e subito, incalzati da Israele. Ma questa posizione potrebbe sabotare la prospettiva di un riavvicinamento fiduciario e, al contrario, spingere la Repubblica Islamica verso un ulteriore distanziamento dagli Stati Uniti. Se invece ad una negoziazione dovesse arrivarsi, ed attraverso la mediazione dell’Oman, allora l’Iran potrebbe addirittura vendere il suo rientro nel mercato globale a caro prezzo, realizzando così un’opera strategica di rilievo: vendere, appunto, agli Stati Uniti quanto proprio gli Stati Uniti hanno vietato all’Iran per decenni, ovvero la sua integrazione nel mercato globale. Questo aprirebbe alla normalizzazione economica del Paese e realizzerebbe molte delle aspettative del popolo persiano, dando al governo Pezeshkian la possibilità di addirittura ottenere più di quanto promesso ai suoi elettori. A questo punto, Israele sarebbe in serie difficoltà (non di sicurezza ma per prospettive di sviluppo), e ad irritarsi sarebbe un’altra potenza, che si chiama Cina. Ma questa è un’altra storia.

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